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  <title>Everyday Endless</title>
  <subtitle>Un organismo narrativo. Un racconto al giorno, per sempre.</subtitle>
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  <updated>2026-05-23T00:00:00.000Z</updated>
  <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 062 — Li-qui-da-ción</title>
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    <published>2026-05-23T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-23T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Ciudad Juárez, 22 maggio del 02026, le quattordici e cinquantacinque. Sindacato Locale 87 dei trabajadores Lear, via 16 de Septiembre 412, secondo piano sopra il negozio di tornillos di don Refugio.…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Ciudad Juárez, 22 maggio del 02026, le quattordici e cinquantacinque. Sindacato Locale 87 dei trabajadores Lear, via 16 de Septiembre 412, secondo piano sopra il negozio di tornillos di don Refugio. Sportello di María Elena Castañeda, cinquantun anni, sindacalista dal 1998. Lupita Hernández Rivas, quarantatré, è in coda da ventotto minuti. Davanti a lei due donne, Beatriz Espinosa (quarantanove, linea 7) e Rocío Núñez (trentotto, linea 12).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;María Elena lavora con un timbro di gomma rettangolare e un tampone d&amp;apos;inchiostro nero che usa dal 2019. L&amp;apos;inchiostro è quasi finito. Premerà più forte sulle ultime quattro firme di oggi. Sul muro dietro María Elena, una stampa A3 incorniciata con una frase di Salvador Allende in spagnolo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lupita stamattina ha bevuto un caffè con sua madre alle sette e mezza. La madre ha sessantasette anni e ha il Parkinson da quattro. Lupita ha contato le piastrelle del pavimento della cucina, sono quarantasette per trentotto, le contava per non pensare. Ha portato Memo a scuola alle sette e cinquanta. Memo ha dodici anni. Memo si chiama Guillermo davanti a María del Carmen, e Memito davanti alla nonna. Per il vicino del 9° si chiama &amp;quot;el niño de Lupita&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;María del Carmen Salazar, HR Lear, ventotto anni, le ha telefonato alle nove e mezza e alle tredici e quaranta. Lupita non ha risposto a nessuna delle due.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le opzioni sono tre. Prima opzione: liquidación. Duecentoventimila pesos lordi, centosessantacinquemila netti. Otto mesi di salario base più premio anzianità più un mese di copertura IMSS. Pagamento a trenta giorni. Tassa al venticinque per cento. Seconda opzione: traslado a San Pedro Sula, Honduras. Volo per due (Lupita più Memo, no abuela), asilo nido pomeridiano per Memo presso la nuova plant Lear, due ore a settimana di inglese per Memo, salario base uguale a Juárez, premio anzianità azzerato, contratto a tre anni, alloggio aziendale fornito sei mesi poi a carico. Inizio San Pedro Sula: quindici luglio del 02026. Terza opzione: lasciar scadere i cinque giorni, giovedì ventotto maggio alle diciassette in punto. Risposta automatica, rinuncia tacita al traslado, scatta la liquidazione standard senza il bonus di &amp;quot;buona fede&amp;quot; di venticinquemila pesos. Centoquarantamila netti invece di centosessantacinquemila.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;María del Carmen aveva spiegato tutto lunedì in una riunione di gruppo, con la diapositiva proiettata. María del Carmen ha ventotto anni. È stata formata negli ultimi tre mesi al programma &amp;quot;Compassionate Offboarding&amp;quot;. Ha imparato a parlare lentamente. A non interrompere. A dire &amp;quot;lo capisco, Lupita&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Beatriz Espinosa davanti a Lupita firma il modulo Traslado. Beatriz piange in silenzio. Asciuga la firma sul jeans. Dà il foglio a María Elena. María Elena prende il timbro. Lo passa sul tampone d&amp;apos;inchiostro nero. Lo solleva. Lo abbatte sulla casella Traslado del modulo di Beatriz. Lo schiocco è secco. L&amp;apos;inchiostro nero asciuga subito sulla casella. Beatriz prende il foglio timbrato. Lo mette in una busta marrone con il logo del Sindacato Locale 87. Si gira. Esce. Vede Lupita. Le fa un cenno corto con gli occhi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lupita avanza di un passo. È il suo turno. Sul banco c&amp;apos;è il modulo prestampato di Lupita, già con il nome (María de Guadalupe Hernández Rivas), già con la matricola Lear (00-47-1289), già con le due caselline. María Elena la guarda. María Elena è la madre di tre figli adulti. Conosce Lupita dal 2008, quando Lupita era passata al sindacato per la prima volta a chiedere come si compilava il modulo H-2 per la maternità di Memo. María Elena alza il timbro. Lo tiene a mezz&amp;apos;aria. Lentamente, in spagnolo lento, le dice: Lupita, ¿qué dice?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lupita ha il modulo davanti e la voce in gola. Sa che María del Carmen le telefonerà di nuovo alle sette e mezza di stasera. Sa che lunedì lo sportello sarà più lungo perché lunedì è il giorno di chi ha rinviato oggi. Pensa a Beatriz appena uscita con la busta marrone. Pensa a Brayan del 9°, dodici anni, sparito a febbraio sulla frontiera dietro un coyote pagato in pesos prestati. Pensa alla madre nella poltrona accanto, alle quattordici e cinquantacinque la madre sta dormendo. Alle sedici e mezza la madre si sveglia e chiede l&amp;apos;arroz con leche.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Apre la bocca. La voce le esce piccola ma intera. Due sillabe: li-qui. Un respiro. Le altre due: da-ción.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;María Elena annuisce due volte. Posa la mano libera sul modulo per tenerlo fermo. Abbassa il timbro sulla casella di sinistra. Lo schiocco è secco. L&amp;apos;inchiostro nero asciuga subito sulla casella Liquidación. Le mette il modulo timbrato in una busta marrone identica a quella di Beatriz. Le dice di tornare mercoledì prossimo, ventisette maggio, per ritirare il primo assegno parziale di trentacinquemila pesos di acconto. Le dice, in spagnolo lento, fuerza, compañera.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lupita prende la busta. La tiene contro il petto. Esce dallo sportello.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Scende la scala in legno fino al pianterreno. Sotto il portico del negozio di tornillos di don Refugio incrocia tre operaie della linea 4 che salgono per il loro turno allo sportello. Marisol (trentanove), Pati (cinquantun), Brenda (quarantaquattro). Marisol le dice solo: Lupita. Pati le fa un cenno con la testa. Brenda le tocca il braccio. Lupita risponde con il pollice alzato e con la busta marrone alzata accanto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Esce in via 16 de Septiembre. Il sole delle quindici e venti le batte sugli occhi. Cammina cento metri fino al pesero della linea 23. Sale. Sette pesos. Il pesero parte. Sul vetro del pesero, di traverso, c&amp;apos;è scritto Cementos Riva. Lupita scende alla terza fermata. Risale al terzo piano di Cementos Riva alle sedici e cinque.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Apre la porta. La madre nella poltrona è sveglia. Ha gli occhi aperti. Ha mangiato due cucchiaiate di arroz con leche da sola. Memo non è ancora tornato. La luce del sole delle sedici entra dalla finestra come un blocco. Sul tavolo della cucina, sotto le bollette del gas, le tre foto della quinceañera del 1998 sono dove Lupita le aveva lasciate stamattina.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lupita posa la busta marrone sul tavolo, accanto alle bollette. Va alla poltrona. Si china. Dice a sua madre: mamá, mañana hablamos. Mañana hablamos. La madre annuisce. Sorride per un secondo. Poi dorme di nuovo.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 061 — Per chi viene dopo</title>
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    <published>2026-05-22T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-22T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Un anno fa, in un pomeriggio di maggio, era arrivata a casa di Felista una famiglia da Cabo Delgado. Un uomo, una donna, tre figli. Avevano camminato nove giorni. Non avevano niente in mano e niente…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Un anno fa, in un pomeriggio di maggio, era arrivata a casa di Felista una famiglia da Cabo Delgado. Un uomo, una donna, tre figli. Avevano camminato nove giorni. Non avevano niente in mano e niente in testa, perché chi parte di corsa parte senza fagotto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Felista aveva sgomberato l&amp;apos;angolo del cortile coperto dalla tettoia. Aveva preso una stuoia dal baule. La stuoia era di foglie di palma intrecciate, lunga quanto un uomo disteso. Il bordo si era consumato negli anni. Felista lo aveva ricucito due volte: una volta con il filo nero, una volta con il filo rosso, perché il nero era finito.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aveva srotolato la stuoia sotto la tettoia. La donna di Cabo Delgado vi aveva fatto dormire i tre figli. La famiglia era rimasta quattro mesi. La donna aiutava Felista a pestare la manioca nel mortaio. I bambini avevano imparato la strada del pozzo. Poi la famiglia aveva trovato un campo più a sud ed era ripartita. La stuoia era tornata nel baule. Questo accadeva un anno fa, nel distretto di Felista, nella provincia di Nampula.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le notizie sono arrivate piano, in due settimane. Prima erano notizie di Cabo Delgado, e Cabo Delgado era lontana. Poi gli attacchi hanno passato il confine della provincia. Poi hanno raggiunto i villaggi a nord del distretto. Alla fine le notizie sono diventate i vicini che bussavano alla porta per dire una frase sola: noi andiamo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alla radio dicevano un numero. Dicevano centomila persone in fuga in due settimane. Il numero era grande. Felista non sapeva come si tiene in mano un numero così. Sapeva contare i suoi: tre figli, una madre anziana, sé stessa. Cinque.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sua madre non voleva partire. Una donna anziana misura le distanze in un altro modo: non in chilometri, ma in quante volte dovrà sedersi sul ciglio della strada. Felista le aveva detto una cosa sola. Le aveva ricordato che la famiglia di Cabo Delgado, un anno prima, aveva camminato nove giorni con tre bambini piccoli. La madre non aveva risposto. La mattina dopo era la prima a uscire sulla strada.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I vicini erano partiti per primi. Prima la famiglia della casa accanto, poi quella dopo. Erano partiti all&amp;apos;alba, in fila sulla strada di terra, con i fagotti in testa. Felista li aveva guardati dalla soglia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le case che si svuotavano restavano in piedi, con le porte aperte. Una casa vuota, in tempo di fuga, non è una casa. È un riparo che aspetta qualcuno. Felista lo sapeva da un anno esatto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La mattina della partenza, Felista preparò il fagotto. È una procedura, e una procedura si fa con ordine. Mise dentro la farina di manioca. Mise la coperta. Mise il documento, avvolto in un sacchetto perché la pioggia non lo prendesse. Mise il sale. Mise i fiammiferi. Mise la pentola grande, poi la tolse. La pentola pesava più di un figlio. Una donna che porta in spalla la pentola non porta in spalla il bambino. Felista lasciò la pentola sul focolare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Contò di nuovo: la farina, la coperta, il documento, il sale, i fiammiferi. Cinque cose per cinque persone. Era tutto ciò che le mani potevano reggere fino a sud.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi andò al baule. Tirò fuori la stuoia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La stuoia entrava nel fagotto in un momento. Era leggera. Pesava meno della farina. Felista avrebbe potuto portarla per nove giorni senza sentirne il peso sul collo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Felista non la mise nel fagotto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andò sotto la tettoia. Scopò il pavimento di terra battuta con la scopa di saggina, fino all&amp;apos;angolo. Lo scopò come si scopa una stanza che aspetta un ospite. Poi srotolò la stuoia sul pavimento pulito. La distese dritta. Lisciò il bordo ricucito, il tratto con il filo nero e il tratto con il filo rosso. La stuoia rimase lì, aperta, sotto la tettoia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Felista sa chi cammina sulle strade del nord, adesso. Lo sa perché un anno fa li ha visti arrivare e li ha contati: un uomo, una donna, tre figli, nove giorni, niente in mano. Qualcuno passerà da questa casa lasciata vuota. Si fermerà all&amp;apos;ombra della tettoia. Troverà un tetto. Troverà una stuoia distesa, pronta, e capirà che qualcuno, prima di andarsene, aveva pensato a chi veniva dopo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Felista mise il fagotto in testa. Prese per mano il figlio più piccolo. La madre e gli altri due erano già sulla strada.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sulla soglia si fermò. Guardò dentro un&amp;apos;ultima volta. Il focolare con la pentola grande. La tettoia. Sotto la tettoia, nell&amp;apos;angolo scopato, la stuoia aperta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non chiuse la porta. Una porta chiusa dice che la casa ha un padrone e che il padrone torna. Felista lasciò la porta accostata, come si lascia per qualcuno che deve ancora entrare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi prese la strada di terra verso sud, dietro la madre, con il fagotto in testa e il bambino per mano. Adesso era una della fila. Era una dei centomila.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 060 — Il cortile</title>
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    <published>2026-05-21T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-21T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Lo conoscevamo tutti, alla moschea, e tutti lo chiamavamo Abu Ezz. Il nome sulla carta d&apos;identità era Mansour Kaziha. Aveva settantotto anni. Faceva il custode da quando la moschea era stata…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Lo conoscevamo tutti, alla moschea, e tutti lo chiamavamo Abu Ezz. Il nome sulla carta d&amp;apos;identità era Mansour Kaziha. Aveva settantotto anni. Faceva il custode da quando la moschea era stata costruita, negli anni Ottanta. È la moschea più grande di San Diego, e lui c&amp;apos;era da prima dei muri.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quarant&amp;apos;anni nello stesso cortile. Quarant&amp;apos;anni a tenere in ordine lo stesso posto. La scopa di saggina la conoscevamo come conoscevamo lui: consumata da un lato solo, perché lui spingeva sempre dallo stesso verso, e una scopa, dopo quarant&amp;apos;anni, prende la forma della mano che la tiene.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Apriva le porte ogni mattina nello stesso ordine. Prima il cancello sulla strada. Poi la porta della sala grande. Poi le aule dei bambini, una per una. Bagnava le piastrelle del cortile prima che venisse il caldo, perché diceva che un cortile bagnato la mattina è un cortile fresco a mezzogiorno. Salutava per nome chi arrivava. Conosceva i nomi dei padri, dei figli, dei figli dei figli.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Una moschea, per chi non la frequenta, è un edificio. Per noi era il cortile di Abu Ezz. Era lui che lo apriva quando il cielo era ancora grigio. Era lui che lo chiudeva quando l&amp;apos;ultimo di noi era uscito. Quarant&amp;apos;anni così. Un uomo che fa la stessa cosa per quarant&amp;apos;anni non la fa più con le mani. La fa con tutto il corpo, senza pensarci, come si respira. Da quel cortile, in quarant&amp;apos;anni, eravamo passati tutti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il diciotto di maggio era un lunedì, ed era mattina. I bambini erano nelle aule, alla lezione, con chi insegnava loro. All&amp;apos;ingresso c&amp;apos;era Amin Abdullah, la guardia, cinquantun anni. Nel cortile c&amp;apos;era Abu Ezz, con la scopa, come ogni mattina da quarant&amp;apos;anni. Nadir Awad, cinquantasette anni, quel mattino non era ancora arrivato. Abitava dall&amp;apos;altra parte della strada e veniva a pregare ogni giorno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quel lunedì la lezione era cominciata da poco. C&amp;apos;erano bambini piccoli, di quelli che imparano le prime parole. C&amp;apos;erano i più grandi. C&amp;apos;era chi era arrivato in ritardo, e Abu Ezz lo aveva fatto entrare, come faceva sempre, senza rimproverare nessuno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi al cancello sono arrivati due ragazzi. Uno aveva diciotto anni, l&amp;apos;altro diciassette. Avevano le armi. Dopo si è saputo del video che giravano, del foglio che avevano scritto, dell&amp;apos;odio che ci avevano messo dentro. Ma quel mattino, nel cortile, c&amp;apos;erano solo due ragazzi armati, e una porta, e dietro la porta i bambini e chi insegnava loro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Abu Ezz aveva la sua porta a due passi. Poteva entrare. Poteva entrare e sprangarla dietro di sé. Un uomo di settantotto anni con una scopa, davanti a due ragazzi armati, aveva tutte le ragioni del mondo per mettersi al riparo. Nessuno gliene avrebbe fatto una colpa. Un custode non è una guardia. Un custode tiene pulito, apre e chiude le porte. Nessuna regola gli diceva di restare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non entrò.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Restò nel cortile. Amin Abdullah, dall&amp;apos;ingresso, era già andato incontro ai due ragazzi. E dall&amp;apos;altra parte della strada Nadir Awad sentì gli spari. Un uomo che sente gli spari dove prega ogni mattina, e dove insegna sua moglie, non conta i passi. Attraversò la strada, entrò dal cancello, verso il rumore e non lontano da esso. Restarono in tre. Si misero in mezzo, tra il cancello e la porta delle aule. Un custode con la scopa, una guardia, un uomo venuto da fuori. Tre uomini che si fecero lenti, ingombranti, rumorosi. Tre uomini che parlarono ai ragazzi, li chiamarono, occuparono il cortile con i loro corpi e con le loro voci. Ogni secondo che i due ragazzi passavano con loro, nel cortile, era un secondo che non passavano dietro la porta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non sappiamo cosa si dissero, i tre, nel cortile. Non sappiamo se si dissero qualcosa. Sappiamo cosa fecero. Restarono. Un secondo dopo l&amp;apos;altro, restarono.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dietro la porta, nelle aule, il personale teneva i bambini bassi, fermi, in silenzio. I bambini sentivano il cortile. Non lo vedevano. Restarono dove chi insegnava loro li aveva messi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I due ragazzi non arrivarono mai alle aule. Nel cortile spararono ad Amin Abdullah, a Nadir Awad, a Mansour Kaziha. Poi rivolsero le armi contro sé stessi. Nel cortile, quel mattino, morirono cinque persone. Tre erano i nostri.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Amin Abdullah aveva cinquantun anni. Nadir Awad ne aveva cinquantasette. Mansour Kaziha ne aveva settantotto. Li scriviamo per intero, i nomi, perché un nome scritto per intero è una persona, e tre persone, quel lunedì, sono rimaste nel cortile al posto nostro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Abu Ezz non vide i bambini uscire. Sono usciti più tardi, uno alla volta, tenuti per mano dagli insegnanti, da quella porta che lui aveva tenuto sgombra. Erano vivi. Sono tutti vivi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I genitori sono venuti a riprenderli nel pomeriggio. Ogni bambino è tornato a una casa. Ogni casa, quella sera, ha avuto qualcuno da tenere stretto. Tre case, a San Diego, no.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La scopa di saggina restò nel cortile, dove era caduta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il mattino dopo qualcuno l&amp;apos;ha raccolta. Una moschea è un posto che qualcuno apre all&amp;apos;alba e tiene pulito, e tre uomini, il diciotto di maggio, sono rimasti nel cortile perché restasse un posto da aprire. Lo facciamo ancora, ogni mattina. Qualcuno prende la scopa di saggina, consumata da un lato solo, e bagna le piastrelle del cortile prima che venga il caldo. Nell&amp;apos;ordine di sempre.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 059 — L&apos;appello</title>
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    <published>2026-05-20T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-20T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Adesola arrivò alle sette e quaranta. La scuola era una stanza di calcestruzzo con il tetto di lamiera. Davanti, la pista. Dietro, un mango con le foglie polverose. La porta non aveva chiave. La…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Adesola arrivò alle sette e quaranta. La scuola era una stanza di calcestruzzo con il tetto di lamiera. Davanti, la pista. Dietro, un mango con le foglie polverose. La porta non aveva chiave. La maniglia di ottone era stata pulita da Adesola il primo lunedì di ogni mese per sette anni. Sopra la porta era dipinto in vernice rossa il nome della scuola: Owode Oja Community Nursery. La N di Nursery aveva perso il piede sinistro per il sole.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La scuola era a quattro chilometri da Ahoro Esinele. Il villaggio si chiamava Owode Oja. Trenta case. Le madri di Owode Oja portavano i bambini all&amp;apos;asilo di Adesola e mandavano i più grandi a piedi fino alla scuola di Ahoro, che era una scuola seria, con la divisa, le aule a sei file, il preside in giacca anche col caldo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La notte fra il diciotto e il diciannove di maggio gli uomini armati erano arrivati alla scuola di Ahoro. Avevano portato via trentanove bambini e sette insegnanti. Bambini fra due anni e sedici. A Owode Oja la voce arrivò alle quattro del mattino, sulle radio piccole. La radio piccola di Adesola era sul comodino, vicino al rosario di legno della madre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola aveva trentadue anni. Insegnava alla scuola materna comunitaria di Owode Oja da quando ne aveva ventiquattro. Il padre era stato maestro anche lui, a Ilesa. Le aveva detto, e gliel&amp;apos;aveva detto tante volte, che le sedie dei bambini piccoli devono essere leggere, perché un bambino piccolo non deve faticare a tirare la sedia, e la fatica del primo gesto si ricorda per anni. Adesola aveva pulito le sedie ogni sabato. Le sedie erano gialle.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quel mattino del diciannove di maggio Adesola aprì la porta. Mise il registro sulla cattedra. La cattedra era un tavolino di legno con tre cassetti. Nei cassetti c&amp;apos;erano: tredici matite, una bandiera di stoffa piegata male, una scatola di gesso, due fazzoletti puliti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola apriva la finestra. La pista era vuota. Una capra attraversò. Una donna in fondo, col secchio sulla testa, passava lenta. La donna non guardava verso la scuola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Erano le sette e cinquantadue. Le madri arrivavano sempre fra le sette e cinquantacinque e le otto e cinque. Le madri arrivavano col bambino sulla schiena se erano sotto i due anni e per la mano se erano sopra. Le madri spesso si fermavano un attimo a parlare con Adesola: sul prezzo del miglio, sul tetto della casa rotto dall&amp;apos;ultima pioggia, sulla suocera che peggiorava. Adesola ascoltava in piedi sulla soglia. Era parte del lavoro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quel mattino non arrivò nessuno. Non arrivò nessuna madre. Non arrivò nessun bambino. Non arrivò nemmeno il venditore di acqua che ogni tre giorni passava col carretto e si fermava davanti al cancello a salutare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola si sedette dietro la cattedra. Si toccò il velo. Si alzò. Andò alla porta. Tornò alla cattedra. Aprì il registro. La pagina del diciannove di maggio era vuota.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola pensò, e questo lo dico io adesso, che chiudere la scuola sarebbe stato facile. La porta non aveva chiave. Sarebbe stata facile lasciarla così. Salire in bicicletta. Tornare a casa di sua madre, otto chilometri. Aspettare lunedì. Vedere chi tornava.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola non chiuse la scuola. Adesola scrisse la data in alto a destra: diciannove di maggio. Sotto la data, dove ogni giorno scriveva la presenza, scrisse il primo nome. Lo lesse ad alta voce.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Adekunle.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aspettò due secondi. Nessuno alzò la mano. Adesola scrisse un trattino. Disse il secondo nome.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Bisola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aspettò. Trattino. Disse il terzo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Damilola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Trattino. Continuò.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Folake.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Funmi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Gbenga.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Ifeoma.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Kemi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Olu.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Olawale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Ronke.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Sade.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Segun.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Taiwo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Tunde.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Uche.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Wale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;— Yetunde.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yetunde aveva sei anni. Sedeva alla terza fila, accanto al muro. Yetunde aveva una cicatrice piccola sul mento, una caduta dalla sedia del primo giorno, e Adesola le aveva messo lei stessa una garza, e da quel giorno Yetunde aveva imparato a tirare la sedia con tutta la mano e non con due dita. Adesola disse il nome di Yetunde.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aspettò. Nessuno rispose. Adesola scrisse il trattino.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola chiuse il registro. Si rese conto che non aveva fatto un appello. Aveva chiamato i nomi e aveva aspettato. Aveva chiamato i nomi e li aveva detti ad alta voce in un&amp;apos;aula vuota. Aveva chiamato i nomi e i nomi erano stati nell&amp;apos;aria per il tempo di un respiro e poi si erano posati sulle sedie gialle.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aveva pregato. Lo sapeva. Lo sapeva mentre lo faceva. Non lo aveva voluto sapere prima.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola restò seduta. La cattedra era pulita. Il registro era chiuso. Fuori la pista continuava vuota. Il mango faceva un&amp;apos;ombra che cresceva piano sul muro est.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Era passata mezz&amp;apos;ora dal primo nome. Nella pista, lontano, alla curva, comparve una figura. Era una donna. Camminava piano. Adesola aspettò. La donna camminava verso la scuola. La donna teneva qualcosa per mano. Era un bambino. Il bambino era piccolo. Forse aveva quattro anni, forse cinque.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola si alzò. Andò alla porta. Aprì la porta più larga. Non disse niente. Restò sulla soglia. La donna si avvicinava. La donna teneva il bambino per mano. Il bambino camminava un passo dietro la donna, piano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesola riaprì il registro. Tornò alla pagina del diciannove di maggio. Aspettò che la donna arrivasse al cancello.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 058 — Mazatán</title>
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    <published>2026-05-19T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-19T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Il tinaco di Reyna Sántiz stava nell&apos;angolo nordovest del cortile, sollevato su quattro blocchi di cemento perché l&apos;acqua scendesse con un filo di pressione fino alle taniche allineate sotto, e ogni…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Il tinaco di Reyna Sántiz stava nell&amp;apos;angolo nordovest del cortile, sollevato su quattro blocchi di cemento perché l&amp;apos;acqua scendesse con un filo di pressione fino alle taniche allineate sotto, e ogni mattina, prima che il sole salisse sopra il muro del vicino, Reyna riempiva le taniche e le contava a voce, una due tre fino a undici, undici taniche da venti litri che era la misura di una giornata per lei sola. La conta a voce era cominciata l&amp;apos;anno in cui suo marito era partito per Tijuana, così che il numero undici era diventato un modo di dire che la casa esisteva ancora.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mazatán non è il porto, è il comune piccolo della costa del Chiapas, tra Tonalá e Tapachula, sulla strada che i centroamericani prendono da sempre perché è piana e segue la ferrovia. Nei vent&amp;apos;anni passati in quel cortile, davanti al cancello di Reyna erano passati uomini del Guatemala, dell&amp;apos;Honduras, di Cuba, e lei aveva imparato a riconoscerli non dal viso, che la stanchezza rende uguale, ma dal modo di bere. Chi è di passaggio beve a mani giunte, curvo sul filo dell&amp;apos;acqua, senza appoggiare le labbra al bordo della tanica che non è sua.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Una notte del dicembre di due anni prima un furgone bianco si era fermato proprio davanti al pozzo, fari spenti, e ne erano scesi in molti, forse quaranta, una fila lunga che si era piegata sul tinaco a turno, a mani giunte, in silenzio, mentre due uomini che non bevevano restavano vicino alle portiere. Reyna aveva guardato dalla finestra senza accendere la luce, e al mattino il furgone non c&amp;apos;era più, e la strada vecchia che esce dal paese verso nord, quella che costeggia i campi di mango prima di rientrare nella ferrovia, aveva le tracce larghe di un mezzo pesante che aveva girato nel fango.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La V Brigada entrò a Mazatán il secondo lunedì di maggio. Erano madri, soprattutto, e poi fratelli, e venivano da Cuba, dall&amp;apos;Honduras, dall&amp;apos;Ecuador, dalla Colombia, in cerca di un gruppo di quaranta persone sparite a San José El Hueyate nel dicembre di due anni prima. Camminavano lungo la strada principale, si fermavano a ogni cancello, e a ogni cancello mostravano fotografie quasi tutte plastificate, perché la plastica regge la pioggia, il sudore, le mani che le tengono da due anni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Davanti al cancello di Reyna si fermò una donna cubana di sessant&amp;apos;anni, e tirò fuori dalla borsa una fotografia plastificata di un ragazzo, e sul retro, attraverso la plastica, si leggeva un nome scritto a pennarello e una data. La donna non disse molto, chiese soltanto se quel viso era passato di lì. Reyna tenne la mano sul filo di ferro attorcigliato che chiudeva il cancello al posto del chiavistello rotto, e invece di rispondere offrì dell&amp;apos;acqua, andò a prendere un bicchiere, lo riempì a una delle undici taniche, lo porse attraverso le sbarre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le altre porte della strada erano rimaste chiuse. Reyna lo vedeva bene dal suo cancello: le madri bussavano, qualcuno scostava una tenda, qualcuno apriva di dieci centimetri e poi richiudeva. Nessuno a Mazatán diceva niente, perché chi aveva fatto sparire quaranta persone conosceva le strade, le case, i parenti rimasti, e perché parlare a una madre di passaggio non riportava nessuno. La paura, in un paese piccolo, non è una viltà. È un calcolo che torna, ogni volta che lo si rifà.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Reyna guardò la donna bere a mani giunte intorno al bicchiere, curva, come chi non appoggia le labbra a un bordo che non è suo. Chiuse il filo di ferro un giro più stretto. Disse che no, quel viso non lo ricordava, che a Mazatán di visi ne passano troppi. Poi, mentre la donna rimetteva la fotografia nella borsa, Reyna aggiunse un&amp;apos;altra cosa, a voce bassa, contando le parole come contava le taniche: che una notte di dicembre, di due anni prima, erano stati in tanti a bere al suo pozzo, una fila lunga, e che al mattino la strada vecchia verso nord, quella dei campi di mango, aveva le tracce di un mezzo pesante. Non disse il furgone bianco. Non disse i due uomini alle portiere. Disse la direzione, e la direzione era tutto quello che poteva dare senza dare anche i nomi delle case accanto alla sua.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna cubana ringraziò, scrisse qualcosa su un quaderno, e la brigata risalì la strada verso nord, verso i campi di mango, dove dopo due anni di pioggia non restava più nessuna traccia di nessun mezzo. Dopo altre due settimane in Chiapas e a Città del Messico le madri sarebbero tornate ai loro paesi a mani vuote, perché una direzione non è un luogo, e una piccola traccia è una cosa che si trova e non si sa leggere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Reyna tornò nel cortile. Erano le dieci, il sole era sopra il muro del vicino. Riempì di nuovo le taniche, perché la donna aveva bevuto da una, e le contò a voce, una due tre fino a undici. Nella plastica della tanica più vicina al tinaco l&amp;apos;acqua tremava ancora del peso che le aveva versato dentro, un cerchio che si allargava fino al bordo e tornava indietro. Reyna restò a guardarlo finché l&amp;apos;acqua non fu di nuovo ferma.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 057 — Apparecchiare per tre</title>
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    <published>2026-05-18T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-18T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">La madre dormiva nella stanza piccola, quella che dava sul cortile, dove il pomeriggio entrava una luce che Wijdan aveva imparato a misurare negli anni come si misura il respiro di chi è malato, e…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;La madre dormiva nella stanza piccola, quella che dava sul cortile, dove il pomeriggio entrava una luce che Wijdan aveva imparato a misurare negli anni come si misura il respiro di chi è malato, e cioè non guardandolo ma stando nella stanza accanto, sapendo dal modo in cui la casa stava ferma se il respiro c&amp;apos;era; la casa adesso stava ferma nel modo giusto. In cucina la credenza aveva un&amp;apos;anta che non chiudeva, da prima che Wijdan nascesse, un&amp;apos;anta che il padre aveva sempre detto che avrebbe aggiustato, che nessuno aveva aggiustato, così che dentro la credenza la polvere entrava sottile e si posava su tutto quello che non veniva usato; quasi niente, in quella casa, veniva usato come prima. La radio stava su una mensola troppo alta, e per accenderla Wijdan saliva su uno sgabello ogni mattina, perché la radio era il modo in cui lo Yemen entrava in casa, e da undici anni lo Yemen che entrava in casa era una lista di nomi letti da un annunciatore con la stessa voce, i nomi dei vivi insieme ai nomi degli altri, perché la radio non sa, quando legge, quale nome sia quale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quel mattino la radio aveva detto che ad Amman, dopo quattordici settimane di trattative, le parti avevano firmato per il rilascio di milleseicento detenuti, lo scambio più grande in undici anni di guerra; e poco dopo, non dalla radio ma da un cugino passato a parlare piano sulla soglia per non svegliare la madre, era arrivato che il nome di Saleh, forse, era sulla lista. Forse, perché la lista non era confermata, perché le liste in undici anni si erano gonfiate e sgonfiate, e Wijdan aveva visto la madre tre volte alzarsi con un nome in bocca e tre volte rimettersi a sedere; sapeva, con la precisione con cui si conosce una cosa imparata sul corpo di un&amp;apos;altra persona, quanto pesa una speranza che cade su chi ha pochi giorni. La madre aveva pochi giorni. Il medico non lo aveva detto con quelle parole, aveva detto altre parole, ma Wijdan le aveva tradotte, come traduceva tutto, in quello che si poteva fare e quello che non si poteva.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Saleh era stato preso a ventidue anni, a un posto di blocco, per una ragione che la famiglia non aveva mai saputo nominare con esattezza; e questo, l&amp;apos;impossibilità di nominare la ragione, era stata negli anni la cosa più difficile, più del non avere notizie, perché senza una ragione non si può nemmeno costruire la frase con cui ci si spiega una disgrazia. La madre, che apparecchiava per lui, era l&amp;apos;unica che non aveva mai chiesto la ragione, come se apparecchiare fosse la sua frase, la frase che non ha bisogno di un perché: il posto a tavola tenuto contro ogni lista, contro ogni radio. Per tre anni aveva continuato a nominarlo, posando il piatto; poi aveva smesso di nominarlo, mai di posarlo. Wijdan, che da undici anni traduceva, che era la traduttrice della casa, quella che prendeva le parole del medico, della radio, dei cugini, dei vicini, e le riduceva ognuna a un gesto possibile, sapeva che esisteva un solo modo in cui quel piatto, quella sera, poteva tornare sulla tavola senza diventare una bugia né una ferita: tornarci senza una voce che lo annunciasse, come una domanda lasciata alla madre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Bussarono. Wijdan aprì e sulla soglia c&amp;apos;era la vicina, con il viso di chi porta una cosa bella e ha fretta di posarla, e disse il nome di Saleh, disse che lo aveva sentito alla radio del pomeriggio, e fece per entrare, perché una notizia così la si porta dentro, la si mette nelle mani della madre. Wijdan restò sulla soglia. Non si spostò. Disse che la madre riposava, che sarebbe passata lei più tardi, che grazie; lo disse con la voce piana con cui in quella casa si chiudevano le porte senza sbatterle, e la vicina si fermò, e tornò indietro. Wijdan chiuse. Poi andò alla credenza, aprì l&amp;apos;anta che non chiudeva, e prese il piatto di Saleh, che stava lì da undici anni nello stesso posto, con un cerchio di polvere sul bordo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Apparecchiò per tre. Mise il piatto della madre, il suo, il piatto di Saleh; e con uno strofinaccio pulì la polvere dal bordo del terzo piatto, un cerchio sottile che venne via in un gesto solo e lasciò la ceramica come Wijdan non la vedeva da anni. Non andò a svegliare la madre. Non le avrebbe detto niente, né che il nome c&amp;apos;era, perché non era confermato, né che il nome non c&amp;apos;era, perché forse c&amp;apos;era. Avrebbe lasciato che la madre, alzandosi, entrasse in cucina, vedesse la tavola, contasse i piatti, e chiedesse; allora la domanda sarebbe stata della madre, e la madre avrebbe avuto, fino alla risposta, i suoi giorni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La porta della stanza piccola restava chiusa. Sulla tavola, intanto, c&amp;apos;erano tre piatti, e il terzo non aveva più polvere sul bordo.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 056 — Così almeno servi</title>
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    <published>2026-05-17T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-17T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">La stanza, che era una stanza sola e dava sul cortile interno dove a quell&apos;ora il sole batteva il cemento in modo che il cemento restituiva il calore verso l&apos;alto, verso le finestre, verso dentro,…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;La stanza, che era una stanza sola e dava sul cortile interno dove a quell&amp;apos;ora il sole batteva il cemento in modo che il cemento restituiva il calore verso l&amp;apos;alto, verso le finestre, verso dentro, conteneva il lavoro di Sunita disposto in tre pile: le pezze ancora da rifinire, le pezze in lavorazione, le pezze finite; e le pezze finite stavano sotto un telo umido, perché Sunita le teneva come si tiene qualcosa che deve riposare, anche se una camicia rifinita non ha bisogno di riposare, non più di quanto ne abbia bisogno chi l&amp;apos;ha rifinita.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le forbici da rifinitura erano piccole, da ricamo. Sunita aveva fasciato uno dei due anelli con una striscia di stoffa, perché il metallo, con il caldo di quei giorni, scottava a tenerlo. Quarantasette gradi, avevano detto. Forse quarantotto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il lavoro di Sunita consisteva nel togliere: ogni camicia che usciva dalla fabbrica grande arrivava alla sua stanza con i fili in eccesso, i fili che la macchina lascia a ogni cucitura, e il mestiere, il suo, l&amp;apos;unico che le sue mani conoscessero, era passare ogni camicia, trovare ogni filo, tagliarlo al raso della stoffa senza intaccare la stoffa; e si pagava a pezza, non a ora; il che significa che il caldo, che a un salario a ora sarebbe stato un peso ripartito fra tutti, a un salario a pezza era tutto suo, scaricato intero sulle sue mani, le quali con quarantotto gradi si muovevano più piano; e più piano si muovevano, meno pezze finivano sotto il telo umido, meno pezze sotto il telo umido voleva dire meno rupie quando alle cinque il thekedar passava a contare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il thekedar contava le pezze e pagava le pezze; del caldo diceva, quando ne diceva, che non era un suo problema, e in questo aveva la sua ragione, perché il thekedar a sua volta consegnava a qualcuno che contava lui, e così lungo una catena in fondo alla quale stava una camicia in un negozio con un cartellino, e su quel cartellino il caldo di Delhi non era scritto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quel giorno le scuole erano chiuse. Le avevano chiuse per il caldo, in tutta la città, e così Roshni, che aveva dieci anni, era in casa; e una bambina di dieci anni in una stanza sola, con la madre che lavora contro un&amp;apos;ora che si avvicina, non resta a lungo una bambina che guarda. A un certo punto Roshni aveva preso il secondo paio di forbici, quello senza la stoffa intorno all&amp;apos;anello, si era seduta accanto alla pila delle pezze da rifinire, aveva cominciato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sunita contava le pezze sottovoce, in marathi, come contava sua madre; e contare in marathi le pezze era una cosa che le veniva da sé, da prima, da quando le forbici da rifinitura non erano le sue ma erano quelle che sua madre le aveva messo in mano in un&amp;apos;altra stanza, in un&amp;apos;altra città, alla stessa età che adesso aveva Roshni, dieci anni, le stesse dita, lo stesso gesto di tagliare al raso senza intaccare; e la frase che sua madre aveva detto allora, mettendole in mano le forbici, non era stata una frase cattiva, era stata una frase pratica, era stata: così almeno impari, così almeno servi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sunita stava contando, e si fermò sul numero.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si fermò perché il numero che stava contando comprendeva le pezze che Roshni aveva rifinito. Erano nella pila giusta. Erano fatte bene. Roshni aveva imparato guardando, come si impara tutto in una stanza sola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sunita posò le sue forbici. Andò da Roshni. Non le disse niente di quello che si dice. Le aprì le dita, una per una, le tolse di mano il secondo paio di forbici, quello senza la stoffa, quello che scottava; e le pezze che Roshni aveva finito le rimise nella pila di quelle ancora da fare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle cinque il thekedar passò. Contò le pezze sotto il telo umido. Erano meno del numero pattuito, di parecchio meno, perché le mani di Sunita, sole, con quarantotto gradi, non avevano fatto il numero, e le pezze di Roshni erano tornate fra quelle da fare. Il thekedar pagò quello che c&amp;apos;era da pagare per le pezze che c&amp;apos;erano. Disse che il giorno dopo, se il numero non tornava, il lavoro lo avrebbe dato a un&amp;apos;altra casa. Poi se ne andò con il suo conto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sunita rimise le forbici piccole, quelle con l&amp;apos;anello fasciato, sotto il telo umido, accanto alle pezze che riposavano e che non avevano bisogno di riposare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Roshni guardava.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La radio del cortile, accesa in un&amp;apos;altra stanza, dava le notizie della sera; e fra le notizie della sera c&amp;apos;era che il caldo non sarebbe sceso, che i quarantotto gradi tenevano, che le scuole della città restavano chiuse anche l&amp;apos;indomani. Anche l&amp;apos;indomani. E l&amp;apos;indomani il numero sarebbe stato di nuovo lontano, Roshni di nuovo in casa, le forbici di nuovo due.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 055 — Allungare</title>
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    <published>2026-05-16T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-16T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">La casa era mia e degli uomini che ci dormivano, e gli uomini cambiavano, e in dodici anni ne erano passati così tanti che avevo smesso di contarli, e quello che restava uguale erano le sei stanze al…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;La casa era mia e degli uomini che ci dormivano, e gli uomini cambiavano, e in dodici anni ne erano passati così tanti che avevo smesso di contarli, e quello che restava uguale erano le sei stanze al piano di sopra e la cucina al piano di sotto, e la scala sul davanti, e la scala di ferro sul retro che dava sul vicolo. Gli uomini lavoravano. Uscivano presto e tornavano stanchi, e le facce a volte non le vedevo per giorni, ma le scarpe sì, le scarpe le lasciavano sul pianerottolo, e io gli uomini li conoscevo dalle scarpe più che dalle facce, e la sera sapevo chi era rientrato guardando il pianerottolo. Tomás stava da me da nove anni. Era quello che stava da più tempo, e mi aggiustava il rubinetto e il cardine e la serranda quando si abbassava male, e la sua giacca da lavoro stava appesa all&amp;apos;attaccapanni dell&amp;apos;ingresso, in basso, dove lui la lasciava entrando, e dove io la vedevo ogni volta che salivo o scendevo le scale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quella mattina era una mattina come le altre, ed è questo che non riesco a togliermi, che fosse una mattina come le altre. Avevo acceso la radio della cucina, bassa, come faccio sempre, perché la casa quando è vuota e zitta non mi piace, e di sopra gli uomini facevano colazione prima del turno, e si sentiva l&amp;apos;acqua nei tubi e una sedia spostata e i passi, e sul pianerottolo c&amp;apos;erano le scarpe di quelli che non erano ancora usciti, e io le contavo con gli occhi senza neanche accorgermene, perché lo facevo da dodici anni. Poi hanno bussato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non bussano come bussa uno che cerca una stanza. Bussano in un altro modo, e quel modo lo riconosci la prima volta che lo senti, anche se non l&amp;apos;hai mai sentito. Sono andata alla porta, e nel corridoio ho passato l&amp;apos;attaccapanni con la giacca di Tomás appesa in basso, come tutte le mattine, e ho aperto la porta quel tanto, e sulla soglia c&amp;apos;erano due uomini, e uno teneva un foglio, e il foglio era una lista di nomi, e me l&amp;apos;ha avvicinato perché lo leggessi, e mi ha chiesto quali stanze erano occupate e da chi. Io è una vita che mi faccio i fatti miei. È la cosa che so fare meglio. Per dodici anni avevo affittato stanze a uomini di cui non chiedevo niente, e non sapere era il mio mestiere, ed era comodo, ed era anche un modo di rispettarli.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E allora ho fatto l&amp;apos;unica cosa che so fare quando non so cosa fare, che è parlare. Ho cominciato a parlare. Ho detto che la casa era vecchia, che l&amp;apos;avevo presa nel duemilatredici, che le stanze erano sei ma che una aveva l&amp;apos;umidità e non la affittavo, e che il signore al quale quella stanza l&amp;apos;avevo affittata prima aveva lasciato un debito di due mesi, e ho raccontato del debito, le cifre, tutto, e ho chiesto se loro per caso sapevano come si fa a recuperare un debito così, e intanto tenevo la porta con la mano, né aperta né chiusa, e la giacca di Tomás era lì a un passo da me, in basso a destra, e io parlavo, e rifacevo le frasi da capo come faccio quando sono in imbarazzo, e l&amp;apos;imbarazzo quella mattina non me lo sono dovuto inventare. Parlavo per loro due, sulla soglia. Ma parlavo anche per quelli di sopra. Perché di sopra, lo sapevo, c&amp;apos;era la scala di ferro sul retro, e una voce in una casa vecchia passa i muri, e se io parlavo abbastanza forte e abbastanza a lungo, di sopra avrebbero capito una cosa sola: che alla porta c&amp;apos;era qualcuno, e che non era il momento delle scarpe sul pianerottolo. Non ho mentito. Non ho detto un nome falso. Ho solo allungato, e allungare non è mentire, e me lo sono ripetuto mentre allungavo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando li ho fatti entrare, di sopra era già un&amp;apos;altra cosa. Sono saliti, hanno aperto le stanze una per una, e le stanze erano quasi tutte vuote, con i letti ancora caldi, e una finestra sul retro aperta, e la scala di ferro che a toccarla tremava ancora un poco. Sul pianerottolo le scarpe non c&amp;apos;erano più. Gli uomini se le erano portate in mano, scendendo, per non fare rumore, e questa cosa, gli uomini che scendono una scala di ferro tenendo le scarpe in mano per non fare rumore in casa mia, è una cosa che non mi esce più dalla testa. Tomás era sceso con gli altri. Ho fatto in tempo a vederlo dalla finestra della cucina, in fondo al vicolo, che camminava svelto e non correva, perché correre, mi aveva detto una volta, è la cosa che ti fa notare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La sua giacca da lavoro era rimasta all&amp;apos;attaccapanni dell&amp;apos;ingresso. In basso. Dove lui la lasciava. È lì ancora adesso, e non l&amp;apos;ho spostata, e ogni mattina scendo le scale e la vedo, in basso a destra, e ogni mattina per un secondo è come se Tomás fosse rientrato e stesse per aggiustarmi la serranda, e poi no, e la serranda continua ad abbassarsi male, e io la giacca non la sposto.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 054 — Mai tornati</title>
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    <published>2026-05-15T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-15T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">La ricercatrice arrivò a Uvira a marzo. Veniva per il rapporto. Il rapporto sarebbe uscito a maggio. A marzo era ancora una cosa da fare, e la cosa da fare era questa: parlare con le persone, una…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;La ricercatrice arrivò a Uvira a marzo. Veniva per il rapporto. Il rapporto sarebbe uscito a maggio. A marzo era ancora una cosa da fare, e la cosa da fare era questa: parlare con le persone, una alla volta, e scrivere quello che dicevano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna la ricevette in casa, nella stanza davanti, quella con la porta sulla strada. La porta era di legno, con un chiavistello di ferro che si tirava dall&amp;apos;interno. La ricercatrice si sedette al tavolo. Aprì un quaderno. Posò il quaderno sul tavolo e una penna accanto al quaderno. Disse che la donna poteva fermarsi quando voleva. Disse che poteva non rispondere a una domanda e passare alla successiva.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna offrì da bere. La ricercatrice accettò. Questo era l&amp;apos;inizio, e l&amp;apos;inizio andava fatto in quest&amp;apos;ordine.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi la ricercatrice cominciò dalle date. Le date erano fisse, le aveva già da altre interviste. Le forze del M23 e i soldati ruandesi erano entrati a Uvira il dieci dicembre. Erano rimasti fino al diciassette gennaio. Trentotto giorni. In quei giorni, nel quartiere della donna, i combattenti erano passati casa per casa. Bussavano. Chiedevano degli uomini e dei ragazzi. Dicevano che cercavano chi aveva legami con le milizie che stavano dalla parte del governo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La ricercatrice spiegò come funzionava il rapporto. Sarebbero state ventitré pagine. Dietro le ventitré pagine c&amp;apos;erano centoventi interviste, e quella della donna era una delle centoventi. Il rapporto avrebbe contato tre cose: le persone giustiziate, le donne violentate, le persone portate via. Per ciascuna delle tre cose ci sarebbe stato un numero.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La ricercatrice aveva un metodo, e il metodo era sempre lo stesso. Prima i fatti grandi, quelli che non cambiano: le date dell&amp;apos;occupazione, i reparti, i nomi dei comandi. Poi i fatti del quartiere: chi era passato in quale strada, in quale giorno. Poi, soltanto alla fine, i fatti della casa. Si andava dal largo allo stretto, dalla città alla stanza, e si arrivava alla porta per ultima. La donna quel metodo lo riconobbe senza averlo studiato. Lo capì dall&amp;apos;ordine delle domande.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi la ricercatrice chiese alla donna di raccontare la sua notte. Ognuno aveva una notte. La notte della donna era stata tra il sei e il sette gennaio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna raccontò per oggetti. Disse che a quell&amp;apos;ora la radio era accesa, a volume basso, su una frequenza che dava solo musica. Disse che il marito si era alzato dal letto. Disse che alla porta avevano bussato tre volte. Tre colpi, una pausa, e poi più niente. Il marito era andato alla porta scalzo. Aveva tirato il chiavistello lui stesso. Questo la donna lo disse con precisione: il chiavistello l&amp;apos;aveva tirato lui, dall&amp;apos;interno, con la sua mano. Poi raccontò la strada, il rumore del motore, l&amp;apos;ora che aveva letto su un orologio. Raccontò tutto quello che stava intorno. Lasciò vuoto il centro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La ricercatrice scriveva. Scriveva in fretta. Non saltava niente. A un certo punto si fermò. Disse che per il rapporto aveva bisogno di una cosa. Aveva bisogno del nome dell&amp;apos;uomo e della data. Senza il nome, disse, l&amp;apos;uomo restava dentro un numero. Il numero, per le persone portate via e mai tornate, era dodici. Ogni nome scritto nel rapporto toglieva un uomo dal numero, lo metteva tra le persone con un nome.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna non rispose subito.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Da gennaio la donna cucinava per uno e mezzo. Non per due, perché il marito non era a tavola. Non per uno, perché dire uno era una cosa che lei non aveva mai fatto. Era una quantità che non chiudeva la porta. Finché cucinava per uno e mezzo, il marito era un uomo che poteva ancora tornare di notte e bussare. Lei avrebbe contato i colpi. Li avrebbe riconosciuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dire il nome al rapporto era un&amp;apos;altra cosa. Il nome nel rapporto stava nella riga delle dodici persone portate via e mai tornate. Mai tornate erano due parole già scritte, e il nome ci andava sotto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La ricercatrice aspettava. La penna era ferma sul quaderno. Non insisteva. Aspettava soltanto, con la penna ferma, e quello era il suo modo di chiedere. Aveva fatto centodiciannove interviste prima di questa. Sapeva che il nome arriva o non arriva, e che spingere non serve.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna disse il nome del marito. Lo disse intero, il nome e i due cognomi. Poi disse la data: la notte tra il sei e il sette gennaio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La ricercatrice scrisse il nome. Scrisse la data. Rilesse a voce bassa quello che aveva scritto, perché la donna confermasse, e la donna confermò. La ricercatrice chiuse il quaderno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi si alzò. La donna l&amp;apos;accompagnò alla porta. Tirò il chiavistello, lo stesso chiavistello, e aprì la porta. Fuori era marzo, era pomeriggio, c&amp;apos;era la luce piena della strada. La donna restò sulla soglia finché la ricercatrice non fu arrivata in fondo alla strada. Poi rientrò. La porta, quel pomeriggio, la lasciò aperta.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 053 — Mariama</title>
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    <published>2026-05-14T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-14T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Ho quarantasette anni. Lavoro a Lampedusa da quattro anni. Prima di Lampedusa ero a Catania, in chirurgia generale, e a Catania, in una mattina di novembre, ho avuto un attacco di panico in sala…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Ho quarantasette anni. Lavoro a Lampedusa da quattro anni. Prima di Lampedusa ero a Catania, in chirurgia generale, e a Catania, in una mattina di novembre, ho avuto un attacco di panico in sala operatoria mentre stavo per stringere un&amp;apos;emostatica, e dopo quel giorno ho chiesto il trasferimento e me lo hanno dato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Lampedusa pensavo che il mare desse pace. Pensavo che almeno il mare lo conosci, lo vedi, sai cosa fa. In quattro anni ho contato cadaveri quattordici volte. Oggi è arrivata la quindicesima.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Erano le tredici e quaranta. La motovedetta CP trecentoventidue aveva agganciato il barcone alle tre della notte, a ottantacinque miglia da Lampedusa, in area Sar libica. Per dieci ore aveva tenuto rotta verso il porto sotto pioggia battente, e quando lo hanno tirato dentro la radio della CP trecentoventidue ha detto solo: «Diciotto morti accertati, cinque vivi. Ipotermia.» Sono salita sull&amp;apos;ambulanza vuota e ho aspettato al molo Favarolo con Vincenzo che è il medico legale dell&amp;apos;isola e che ha sessant&amp;apos;anni e una camicia grigia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ho contato. Numero uno, uomo, cinquantina. Numero due, uomo, trentina. Numero tre, donna gravida. Numero quattro, bambino. Numero cinque, bambino. Numero sei, bambino. Mi sono fermata. Vincenzo mi ha guardato. Ho ripreso. Numero sette uomo. Numero otto donna. Numero nove uomo. Numero dieci donna. Numero undici uomo. Numero dodici donna trentina, vestito rosso a fiori bianchi, ferita alla tempia, capelli intrecciati. Numero tredici uomo. E così via fino al diciotto, un ragazzo magro con le scarpe da ginnastica bianche ancora allacciate.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I cinque vivi li hanno messi sull&amp;apos;altro telo, a quattro metri dai diciotto. Tre adulti deboli con i piedi gonfi e gli occhi piccoli, una donna critica con un taglio alla coscia che perdeva sangue lento, e un bambino in arresto respiratorio, che pareva avere dieci anni e che era stato tirato fuori per ultimo perché era sotto due corpi adulti, e quando Andrea, il comandante della motovedetta, lo aveva sollevato dal fondo del barcone, sotto la sua schiena c&amp;apos;erano due cuffie rotte, una bottiglia di acqua vuota, una carta d&amp;apos;identità senza foto. Il mediatore di Frontex era un senegalese di Saint-Louis che parla wolof, e quando ha guardato il bambino e poi la numero dodici ha detto a Vincenzo: «Stesso vestito, in piccolo. Sotto le scarpe del bambino c&amp;apos;è una stoffa rossa a fiori bianchi.» Madre e figlio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Vincenzo è venuto vicino a me. Aveva il foglio del medico legale in mano, e diciotto righe pre-stampate, e una penna a sfera, e gli occhi un po&amp;apos; rossi, ma non per il sole. Mi ha detto: «Carmela, decidi tu. Io ho già il foglio da firmare per i diciotto.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Vincenzo è una persona giusta. Vincenzo mi stava dando il bambino.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lo guardo. La pelle è cinerea ma calda. Il torace si solleva di pochi millimetri, ogni quattro secondi. La saturazione del pulsossimetro è sessantadue, sessantuno, sessanta. Posso intubarlo qui, sul telo del molo Favarolo, accanto al numero dodici che è sua madre, e che ancora non ha un nome. Posso caricarlo sull&amp;apos;ambulanza, dodici minuti al poliambulatorio dell&amp;apos;isola, ossigeno mobile, qualche speranza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le mie mani aprono la cassetta dell&amp;apos;intubazione prima che la mia testa abbia finito di pensare. Apro il tubo. Tubo numero cinque, calibro per un bambino di dieci anni. La lama del laringoscopio è già montata. Vincenzo dice piano: «Sì.» Io non lo guardo. Mi accovaccio. Inclino la testa del bambino. Apro la bocca. Inserisco la lama. Vedo le corde vocali al secondo tentativo, infilo il tubo, gonfio la cuffia. Collego l&amp;apos;Ambu. La saturazione risale a settantadue, a settantotto, a ottantaquattro. Vincenzo dice piano: «Brava.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;apos;ambulanza è pronta. Il bambino è caricato in barella, in coma indotto, intubato, con un altro infermiere accanto. L&amp;apos;autista, Sandro, ha il motore acceso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Io resto sul telo. Le mie mani tremano. Conto i miei respiri. Lo facevo già prima, anche a Catania, anche dopo le sale operatorie buone. Arrivo a quarantanove. Mi alzo. Vado verso la motovedetta CP trecentoventidue, attraverso i diciotto teli stesi paralleli. Il comandante della motovedetta è Andrea, ha trent&amp;apos;anni, mani da pescatore. Gli chiedo: «Numero dodici, donna trentina, vestito rosso. Avete un nome?»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andrea controlla il taccuino. Dice: «Non lo abbiamo. Qualcuno ha detto: Mariama. Non so se è lei. Erano in settantasette a bordo.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mariama.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Torno al telo del bambino. Il telo è vuoto, il bambino è nell&amp;apos;ambulanza ferma a dieci metri. Ma è rimasta la sua maglietta sul telo, una maglietta gialla con un cane disegnato a matita. Io prendo un pennarello indelebile dalla tasca, vado fino all&amp;apos;ambulanza, faccio cenno a Sandro di aspettare ancora un momento, salgo, scopro il polso sinistro del bambino, e scrivo: Mariama. Sette lettere. La R è un po&amp;apos; inclinata.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sandro mi guarda. Dice: «Sicura?» Dico: «Sicura.» Scendo. L&amp;apos;ambulanza parte alle quattordici e dodici.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Torno al molo. Vincenzo sta firmando il foglio delle diciotto righe. Non mi guarda. Poi guarda. Annuisce.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La motovedetta CP trecentoventidue esce dal porto alle diciotto e trenta per un altro avvistamento, sei miglia a sud. Sul molo restano i diciotto teli, gli stracci, la cassetta dell&amp;apos;intubazione aperta. Sul polso sinistro di un bambino che adesso è al poliambulatorio dell&amp;apos;isola ho lasciato sette lettere a pennarello.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mariama. La R inclinata.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 052 — Ventitré</title>
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    <published>2026-05-13T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-13T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Mei Lin attraversa il cortile della scuola elementare numero sette di Guandu alle sei e quaranta del mattino dopo avere contato i centoquarantadue passi dal posteggio all&apos;ingresso, centoquarantadue…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Mei Lin attraversa il cortile della scuola elementare numero sette di Guandu alle sei e quaranta del mattino dopo avere contato i centoquarantadue passi dal posteggio all&amp;apos;ingresso, centoquarantadue perché li aveva contati al telefono il giorno prima, quando l&amp;apos;addetta del bureau di sicurezza distrettuale di Liuyang le aveva detto che il padre era il numero ventitré e che il riconoscimento sarebbe stato la mattina del cinque maggio nella scuola requisita; perché contare era il suo modo di tenere la distanza dalle cose che chiedevano altro, come quando misurava la distanza tra la sua scrivania a Shanghai e la finestra dell&amp;apos;ufficio (otto metri e quaranta) o quando misurava i giorni dall&amp;apos;ultima telefonata al padre (duecentoquarantasei, calcolati col calendario lunare aperto sul tavolo del soggiorno), e quando il padre, l&amp;apos;ultima volta, durante la visita di marzo, le aveva passato il sandalo sinistro di plastica blu e le aveva chiesto di incollargli la suola perché si era staccata, e Mei Lin l&amp;apos;aveva incollata due volte di seguito con la colla forte che si usa per i pavimenti, dicendogli &amp;quot;ti basta fino a giugno, dopo te ne compri uno nuovo&amp;quot;, e il padre aveva risposto: &amp;quot;incollalo bene, devo arrivare a giugno.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il funzionario locale del bureau le viene incontro nel cortile e ha cinquantatré anni, un quaderno blu in mano, e una targhetta cucita sulla camicia che dice il suo cognome: Wang. Wang la guida verso una fila di sacchi neri appoggiati su tavoli da scuola allineati lungo il muro est del cortile; ogni sacco ha una targhetta cartacea legata al manico con uno spago bianco, e Mei Lin nota subito, mentre cammina e conta i sacchi (uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci undici dodici tredici quattordici quindici sedici diciassette diciotto diciannove venti ventuno ventidue), che alcune targhette hanno un nome scritto e altre soltanto un numero; il sacco numero ventitré è il primo della seconda fila e ha una targhetta che dice soltanto: 23. Wang spiega, mentre solleva la cerniera del sacco con un gesto lento che lei interpreta come professionalmente compassionevole: &amp;quot;Per i ventitré con documento ritrovato accanto al corpo abbiamo il nome. Per gli altri, riconoscimento famigliare; firma sul modulo, e il caso si chiude. Il trasferimento al funeral home della contea spetta alle famiglie: il direttore di Huasheng è stato detenuto, l&amp;apos;azienda è sospesa.&amp;quot; Aggiunge: &amp;quot;L&amp;apos;azienda era stata multata in gennaio: quindicimila yuan per due violazioni nel workshop quattro, mescolavano agenti riducenti e ossidanti nello stesso laboratorio.&amp;quot; Lo dice come una concessione, come se il dato giustificasse la procedura.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il sandalo emerge dal sacco aperto: il sandalo blu sinistro con la suola incollata due volte. Mei Lin si china, non per riconoscerlo (riconoscere è un verbo che presuppone un dubbio, e lei non ha dubbi), ma per controllare se anche il destro è dentro il sacco. Wang la guarda. Mei Lin chiede: &amp;quot;E il destro?&amp;quot; Wang scuote la testa: &amp;quot;Non l&amp;apos;abbiamo trovato.&amp;quot; Alle sue spalle, dall&amp;apos;altro lato del cortile, l&amp;apos;addetta che gestisce la coda dei riconoscimenti chiama il numero successivo: &amp;quot;Ventiquattro.&amp;quot; Una donna anziana si stacca dal gruppo in attesa e cammina verso un sacco della terza fila. Mei Lin sente le sue scarpe sulla ghiaia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Allora Mei Lin si rivolge a Wang e dice: vorrei che lei scrivesse il nome di mio padre sulla targhetta; sopra il numero, prima della firma. Wang la guarda due secondi senza rispondere, poi consulta il quaderno blu come se cercasse una pagina precisa, anche se Mei Lin capisce che non sta cercando niente (sta prendendo tempo, un tempo procedurale, perché la richiesta non è prevista dal modulo, che ha un campo &amp;quot;numero&amp;quot; e un campo &amp;quot;firma del famigliare&amp;quot; e un campo &amp;quot;documento di identità famigliare&amp;quot; ma non un campo &amp;quot;nome del defunto sopra il numero&amp;quot;); il manuale di compilazione non vieta la cosa, semplicemente non la prevede. L&amp;apos;addetta della coda chiama: &amp;quot;Venticinque.&amp;quot; Un uomo si stacca dal gruppo. Wang dice: &amp;quot;Va bene.&amp;quot; Tira fuori una penna a sfera, una Parker blu con il cappuccio dorato che le sembra strana in quel cortile, e scrive in caratteri precisi sopra la cifra 23 i tre caratteri del nome: 刘建华. Liu Jianhua. Poi le passa il modulo. L&amp;apos;addetta chiama: &amp;quot;Ventisei.&amp;quot; Un&amp;apos;altra donna anziana cammina verso un sacco. Mei Lin firma. La calligrafia della firma è di chi conta i tratti dei caratteri prima di scriverli, undici tratti per il cognome, sette tratti per il secondo carattere del nome, otto tratti per il terzo; Mei Lin conta sempre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wang chiude il sacco. Due assistenti lo portano alla camioneta che è stata noleggiata dal cugino di Mei Lin a Liuyang per il trasporto: una vecchia Wuling Hongguang con la cassa coperta da un telone verde. Il sacco occupa il sedile posteriore. Mei Lin sale davanti. Sul sedile passeggero, accanto al sacco posteriore, lei posa una cosa che si è tenuta in mano da quando è uscita dal cortile: il sandalo blu sinistro. Lo ha tolto al sacco prima che Wang lo chiudesse, senza che nessuno la vedesse, perché in quel cortile non c&amp;apos;erano camere di sorveglianza (Mei Lin aveva controllato all&amp;apos;ingresso) e perché Wang stava già firmando il proprio rapporto sul quaderno blu. Sul cruscotto la cifra del chilometraggio dice 84.317. Il cugino non c&amp;apos;è ancora. Mei Lin aspetta dieci minuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La targhetta del sacco è ancora visibile dal sedile passeggero, attaccata al manico con lo spago bianco; sulla targhetta si legge il nome (Liu Jianhua) e sotto si legge il numero, perché Wang non aveva cancellato il 23, lo aveva soltanto sovrastato col nome. Coesistono. Il sandalo sinistro è sul sedile accanto. Il destro non c&amp;apos;è.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 051 — Postilla</title>
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    <published>2026-05-12T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-12T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Le mani me le sono lavate al lavandino del corridoio del centro Rescue 1122 di Buner, sotto il rubinetto a sinistra dell&apos;armadio dei reagenti, e l&apos;acqua che usciva era tiepida perché la mattina…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Le mani me le sono lavate al lavandino del corridoio del centro Rescue 1122 di Buner, sotto il rubinetto a sinistra dell&amp;apos;armadio dei reagenti, e l&amp;apos;acqua che usciva era tiepida perché la mattina dell&amp;apos;undici maggio del duemilaventisei la caldaia del centro funzionava ancora, e la polvere bianca di marmo che mi era rimasta sotto le unghie veniva via lentamente e si mescolava al sangue di Nawab che mi era rimasto sul polso destro dove gli avevo tenuto la pressione mentre lo issavamo sulla barella, e c&amp;apos;era anche il sudore della maglietta sotto la tuta arancione, e tutto questo veniva via, e io non pensavo a niente di quello che pensavo poi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Erano le tredici e dodici. Tornavo dalla cava di Bampokha. Cinque operai estratti vivi, tutti e cinque trasportati al PHQ Daggar, ambulanza partita alle dodici e quaranta. La squadra era rientrata dietro di me a piedi dal furgone. Faryad reggeva la cassetta del kit, Tariq portava la motosega Husqvarna, gli altri due ragazzi nuovi del centro chiacchieravano della novella che avevano visto la sera prima. Io non chiacchieravo. Andai al banco delle pratiche.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il modulo INCIDENT REPORT che usiamo è in inglese e urdu, due colonne. Avevo i nomi dei cinque scritti sul taccuino dalla mia tasca laterale: Niaz Muhammad di Swat, Gul Syed di Aligram, Inaam di Gagra Buner, Faryad di Buner città, Nawab Khan di Swabi. Riportai i cinque nomi sul modulo, uno sotto l&amp;apos;altro, con la penna blu della scrivania, e nella riga &amp;quot;Outcome&amp;quot; scrissi &amp;quot;Rescue successful, 5/5 alive transported to PHQ Daggar&amp;quot;. Firmai. Mi chiamano Aziz e questo è il mio nome.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andai in cucina. Il riso era già pronto da mezz&amp;apos;ora, il dal era tiepido, Faryad aveva apparecchiato per cinque ma due ragazzi nuovi mangiarono fuori in cortile. Mi sedetti al tavolo lungo. Tariq disse &amp;quot;buon lavoro capo&amp;quot; e io annuii. Telefonai a mia moglie Salma. Le dissi solo che ero rientrato e che avrei fatto un riposo prima del turno pomeridiano. Salma mi chiese se avevo mangiato, io le dissi di sì anche se stavo cominciando a mangiare. Riagganciò.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il telefono di centrale suonò alle tredici e quarantasei. Era PHQ Daggar. La voce era del dottor Imran, lo conosco da quattro anni. Mi disse &amp;quot;Aziz bhai, il paziente Nawab Khan, ferite interne, non ce l&amp;apos;ha fatta, decesso alle tredici e quarantasei&amp;quot;. Io dissi &amp;quot;shukria&amp;quot;. Mi disse anche &amp;quot;il padre arriva da Swabi nel pomeriggio&amp;quot;. Io dissi &amp;quot;shukria&amp;quot; un&amp;apos;altra volta. Riagganciai.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andai al banco. Il modulo che avevo compilato era nel registro dei rapporti, secondo foglio della cartella verde &amp;quot;Maggio 2026&amp;quot;. Lo trovai. Aprii. La firma blu era in fondo, le mie cinque righe sopra. Aprii il portapenne. Tirai fuori una penna nera Pilot ad inchiostro permanente, di quelle che usiamo per le postille perché il blu si confonde con la firma originale. Sotto la mia firma, scrissi: &amp;quot;Postilla — ore tredici e quarantasei: paziente Nawab Khan deceduto al PHQ Daggar per ferite interne. Squadra ha recuperato vivo. Sopravvivenza riclassificata: 4 su 5.&amp;quot; Sotto, una seconda firma con la stessa penna nera.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Richiusi il registro. Lo rimisi nello scaffale, al suo posto, tra il registro di aprile e il quaderno dei turni di maggio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andai all&amp;apos;archivio. L&amp;apos;archivio sono tre scaffali metallici contro la parete della stanza dietro, sopra un termosifone che a maggio è spento. La cartella che cercavo è &amp;quot;Rescue 2026 — Buner / Khyber Pakhtunkhwa&amp;quot;, terza scaffalata dall&amp;apos;alto, terzo scaffale da sinistra. Tirai fuori la copia carbone gialla del rapporto dal registro nuovo che avevo appena richiuso. Aprii la cartella. Inserii il foglio in ordine cronologico, dopo il 7 maggio (frana minore sulla strada di Pacha Kalay, &amp;quot;Rescue successful 3/3&amp;quot;) e prima del 12 maggio che era domani.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mentre lo inserivo guardai gli altri rapporti del mese. Dieci interventi a maggio prima del mio. Sette con &amp;quot;Rescue successful 5/5&amp;quot;. Uno con &amp;quot;Rescue successful 3/3&amp;quot;. Uno con &amp;quot;Rescue successful 3/4&amp;quot;. Due con &amp;quot;Rescue successful 0/2&amp;quot;. Il mio nuovo rapporto, l&amp;apos;undici maggio, diceva &amp;quot;Rescue successful 4/5&amp;quot;. Lo collocai al suo posto numerico nella sequenza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Richiusi la cartella. Tornai al banco. Il registro turni era aperto sulla mia pagina. Non scrissi niente. Pensai alla fila dei rapporti del mese che adesso avevo davanti agli occhi senza dover riaprire la cartella: i sette cinque-su-cinque dei soccorsi puliti, il tre-su-tre della frana di Pacha Kalay, i due zero-su-due delle montagne che non avevamo raggiunto in tempo, il tre-su-quattro dell&amp;apos;incendio del trenta aprile debordato in maggio, e il mio quattro-su-cinque dell&amp;apos;undici. Era l&amp;apos;unico dato del mese che fosse stato corretto a posteriori. Era il primo numero di una sequenza che cominciava a maggio del duemilaventisei e che continuerà fino al giorno in cui smetterò di compilare i rapporti. Andai a riposare prima del turno pomeridiano.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 050 — Si registra</title>
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    <published>2026-05-11T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-11T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Si registra. Pronto soccorso pediatrico, ospedale regionale di Kharkiv, tre del mattino di mercoledì sei maggio duemilaventisei. Tre bambini arrivati alle due e quaranta. Tutti e tre con ferite da…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Si registra. Pronto soccorso pediatrico, ospedale regionale di Kharkiv, tre del mattino di mercoledì sei maggio duemilaventisei. Tre bambini arrivati alle due e quaranta. Tutti e tre con ferite da frammento, drone Shahed, esplosione in via Saltivska al sesto piano di un palazzo di otto, quartiere residenziale. L&amp;apos;infermiera al banco triage si chiama Olha, quarantasette anni, diciotto ore di turno, una tazza di tè freddo accanto al monitor.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che il medico di guardia, il dottor Petrenko, è in sala dalle due e venti con una donna incinta, parto in emergenza, distacco di placenta, codice rosso ostetrico. La sala due è occupata fino a data da definirsi. La sala uno è libera. L&amp;apos;altra infermiera, Ivanna, è di sopra in pediatria al quarto piano, sta sistemando i tre lettini.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che i tre bambini sono in tre lettini paralleli, separati da tendine in plastica trasparente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lettino A. Bambina, tre anni, nome scritto sulla cartella in caratteri cirillici, Polina. Pelle pallida, occhi aperti, non grida, addome tirato verso l&amp;apos;alto, monitor mostra frequenza cardiaca ottantotto. Olha lo vede.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lettino B. Bambino, sette anni, nome Sasha. Camicia da notte azzurra, ferita aperta sulla coscia destra, frammento metallico visibile, compressione fatta dai genitori durante il tragitto. Tiene in mano un telecomando di plastica nera, di quelli per le macchinine giocattolo a infrarossi, con due frecce e una manopola. La frequenza cardiaca è centoquarantadue. Compensa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lettino C. Bambino, cinque anni, nome Maksym. Spalla destra, frammento, urla a intervalli regolari. Frequenza cardiaca centotrenta. Compensa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Olha sa che chi grida compensa. Sa che chi non grida non compensa. La bambina di tre anni è il dato peggiore. La bambina di tre anni è quella che dovrebbe entrare per prima. Lo sa dalle mani prima che dalla testa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che il protocollo dell&amp;apos;ospedale dice che il triage operativo, la decisione di chi entra per primo in sala, viene presa dal medico. L&amp;apos;infermiera stabilizza, posiziona, monitora. L&amp;apos;infermiera non decide chi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Olha guarda il telefono al banco. La luce del telefono è spenta. Il dottor Petrenko non risponderà nei prossimi dieci minuti. Forse venti. La donna incinta in sala due è in emorragia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si avvicina al lettino B. Sasha tiene il telecomando con tutte e due le mani, le nocche bianche, le punte delle dita giallastre. Gli occhi sono fermi sul soffitto, non sulla coscia. Il bambino sta giocando ancora. Sta giocando con un telecomando senza la macchinina. Sta giocando per non guardare la gamba.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Sasha.&amp;quot; Olha parla piano, in ucraino. &amp;quot;Mi devi dare il telecomando. Adesso dobbiamo fare la radiografia. Non si può con cose di metallo addosso.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sasha non lo molla. Non parla. Olha si china. Mette una mano sopra le sue. La sua mano è grande, le sue di Sasha sono piccole. Sgancia un dito. Poi un altro. Il telecomando cade sul lenzuolo. Sasha apre la mano. Continua a guardare il soffitto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Olha prende il telecomando. Lo guarda un istante. Plastica nera, le frecce, la manopola. Lo posa sul carrellino accanto al lettino. Si volta verso il lettino A.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che il pulsante rosso di chiamata-medico, al monitor di Polina, è schiacciato da Olha alle tre e quattordici minuti e secondi non registrati. Si registra che il portantino di turno, Andriy, arriva al lettino A alle tre e quattordici e quaranta. Si registra che Olha gli dice, voce ferma, sigla operativa, &amp;quot;porta lei in sala uno. Adesso. Ostruzione addominale, sospetta. Avviso dottor Petrenko via interfono.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che Andriy guarda Olha mezzo secondo. Poi sblocca il freno del lettino di Polina. Lo spinge verso il corridoio. La porta della sala uno si apre. Si chiude.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che alle tre e diciotto Polina entra in sala. Alle tre e venti il dottor Petrenko, finito il parto, raggiunge la sala uno. Apre la cartella. Guarda l&amp;apos;addome di Polina. Conferma diagnosi di Olha. Comincia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che alle tre e ventidue Olha torna al lettino B. Sasha è sempre lì. La coscia continua a sanguinare. Olha riprende il telecomando dal carrellino, lo gira tra le dita. Si china sul bambino. &amp;quot;Ti ho lasciato senza, Sasha.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sasha guarda il soffitto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Sasha, mi senti?&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sasha non parla. Sasha non risponde. Sasha non guarda Olha.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Olha gli mette il telecomando sotto la mano destra, dolcemente, le dita rilassate sul lenzuolo. La mano di Sasha non si stringe. Olha aspetta. Conta fino a cinque nella testa, poi fino a dieci. La mano di Sasha non si stringe sul telecomando.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Olha tira indietro la sua. Va al lettino C, da Maksym che ha smesso di urlare e adesso piange piano. Schiaccia il pulsante di chiamata per il secondo portantino. Solleva la flebo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che alle tre e ventotto il dottor Petrenko esce dalla sala uno. Polina è stabile. Sasha entra in sala alle tre e trenta. Quando il portantino lo solleva dal lettino, il telecomando resta sul lenzuolo, accanto alla piega bianca che ha lasciato il corpo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Olha lo prende. Lo mette nella tasca della divisa. Va al lavandino. Si lava le mani. Si registra che le lava per quarantacinque secondi, contati. Si registra che dopo non se le asciuga subito.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si registra che il padre di Sasha arriva alle tre e cinquanta. Si registra che Olha gli darà il telecomando alle quattro e dieci.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 049 — Asfalto</title>
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    <published>2026-05-10T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-10T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">La moto è rovesciata sull&apos;asfalto. La ruota davanti gira ancora. Il padre è disteso a sei metri dalla bambina. La bambina è seduta sull&apos;asfalto. Il drone non si vede. Si sente. Il drone si chiama…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;La moto è rovesciata sull&amp;apos;asfalto. La ruota davanti gira ancora. Il padre è disteso a sei metri dalla bambina. La bambina è seduta sull&amp;apos;asfalto. Il drone non si vede. Si sente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il drone si chiama Heron. È a quattrocento metri di altezza. Il primo strike è arrivato sette secondi fa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La bambina ha dodici anni. Si chiama Salam. Si tocca la testa. Sotto i capelli c&amp;apos;è qualcosa di umido. Si guarda il palmo. Il palmo è rosso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;apos;asfalto è caldo. È mezzogiorno. È sabato 9 maggio. La strada è quella che porta al mercato di Nabatieh. Salam la fa la mattina con il padre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il padre si chiama Yusuf. È siriano, di Daraa. Vive a Nabatieh dal 2022. Lavora come muratore.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yusuf dice &amp;quot;ferma&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il drone ronza. Si avvicina. Si allontana. Non se ne va.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I jeans di Salam sono nuovi. La madre li ha comprati al mercato del giovedì. Erano in offerta. Il ginocchio sinistro è rotto, il jeans è strappato. Sopra il sopracciglio destro c&amp;apos;è una ferita lunga tre centimetri.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yusuf respira. La camicia bianca si alza e si abbassa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yusuf dice di nuovo &amp;quot;ferma&amp;quot;. La voce è bassa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salam guarda il padre. Il drone è ancora lì.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Nabatieh, oggi, il drone ha colpito anche su una strada di Bedias. Lì un uomo è morto. Tredici sono feriti. Sei sono bambini. Due sono donne.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Nabatieh, oggi, il drone colpisce due volte le moto. Tre volte se le moto si fermano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il padre tace.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salam mette la mano destra sull&amp;apos;asfalto. L&amp;apos;asfalto le brucia il palmo. Si tira con il gomito. Sposta la gamba destra. Si trascina di un metro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il ronzio del drone non cambia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salam si trascina di un altro metro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il padre tace.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salam si trascina di un altro metro. È a tre metri da Yusuf.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Vede meglio. Yusuf ha gli occhi aperti. Guarda il cielo. Sulla camicia bianca c&amp;apos;è una macchia rossa che si allarga.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si trascina ancora. È a due metri.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il ronzio cambia. Sale di un&amp;apos;ottava. Il ronzio è quello del primo strike.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yusuf dice una parola. Salam non la sente: il ronzio è troppo vicino.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salam allunga la mano. Tocca la mano del padre. La mano del padre è calda.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il secondo strike arriva.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando arriva, Salam sta dicendo il nome del padre. Lo dice una volta. Lo dice una seconda volta. La seconda volta non lo finisce.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Trentadue secondi dopo il secondo strike, arriva il terzo. Il terzo è quello che opererà Salam alla testa, all&amp;apos;addome, alla coscia destra. Salam arriva all&amp;apos;ospedale Nabih Berri di Nabatieh alle dodici e diciotto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yusuf è morto al secondo strike. Salam morirà dopo l&amp;apos;operazione.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il numero dei morti, nel sud Libano, sabato 9 maggio, alle ventidue, è trentanove. Yusuf è uno. Salam non ancora.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;apos;esercito israeliano ha dichiarato di stare verificando l&amp;apos;incidente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La camicia bianca di Yusuf era stata lavata mercoledì. Salam, nel pomeriggio di mercoledì, aveva aiutato la madre a stenderla sul terrazzo. Il filo del bucato era teso tra il muro della cucina e il pilastro di cemento del terrazzo. La camicia ci aveva messo due ore ad asciugarsi. La madre aveva detto a Salam di non toccare la camicia mentre era ancora bagnata, perché il polsino bianco si sporcava facilmente. Salam non l&amp;apos;aveva toccata.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Nabatieh, sabato 9 maggio, alle dodici e diciassette, l&amp;apos;asfalto della strada del mercato era caldo come a giugno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tre giorni prima, in salotto, Yusuf aveva controllato il calendario sul muro della cucina e aveva detto a Salam che il sabato 9 sarebbero andati al mercato a comprare le cipolle e il pane. Aveva detto le cipolle e il pane, in quest&amp;apos;ordine, perché le cipolle costavano più del pane e Yusuf preferiva comprare prima quello che costava di più. Era una sua regola. Salam la conosceva.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La moto era una Honda CG 125. Yusuf l&amp;apos;aveva comprata di seconda mano nel 2023 da un meccanico di Nabatieh che si chiamava Hassan. Aveva pagato seicentocinquanta dollari americani in quattro rate. La targa era libanese. Yusuf non aveva la patente libanese, aveva la patente siriana. La patente siriana, in Libano, vale per gli spostamenti urbani.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salam, sulla moto, sedeva dietro al padre, con le braccia intorno alla sua vita. Le braccia di Salam, sulla strada del mercato del 9 maggio alle dodici e diciassette, erano state intorno alla vita di Yusuf fino al momento del primo strike.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il fruttivendolo del mercato di Nabatieh, sabato 9 maggio alle dodici e venticinque, ha venduto cipolle a una donna di Bedias. La donna ha pagato con una banconota da diecimila lire libanesi e ha ricevuto duemilacinquecento di resto. Il fruttivendolo non ha sentito il primo strike. Ha sentito il terzo. Ha smesso di pesare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;apos;esercito israeliano ha condotto, sabato 9 maggio, secondo i dati del ministero della salute libanese aggiornati alle ventidue dello stesso giorno, ottantanove strike sul territorio libanese. Trentanove vittime civili. Diciassette feriti gravi. Sei dei feriti sono bambini.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salam, in chirurgia, alle dodici e quarantatré, dice il nome del padre. Lo dice una volta. Lo dice una seconda volta. La seconda volta non lo finisce.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 048 — I tre tasti del telefono</title>
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    <published>2026-05-09T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-09T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Ploy Thongsuk, ventinove anni, dispatcher quattro mesi alla centrale Foodpanda Sukhumvit, terzo turno notturno della settimana. Sala condizionata, neon bianchi, tre file di scrivanie, sei dispatcher…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Ploy Thongsuk, ventinove anni, dispatcher quattro mesi alla centrale Foodpanda Sukhumvit, terzo turno notturno della settimana. Sala condizionata, neon bianchi, tre file di scrivanie, sei dispatcher per turno. Davanti a lei, lo schermo con la mappa di Bangkok, i puntini rossi dei rider in consegna. Telefono di servizio Samsung sul tavolo. Tre tasti dedicati: ricevente bianco, rider verde, supervisor rosso. Stipendio diciottomila baht al mese. Madre malata di diabete a Nakhon Pathom, padre operaio in pensione che dorme di giorno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sono le tre e dodici della notte. L&amp;apos;ordine 4471 è in delivery da diciotto minuti. Dovevano essere dodici. Il puntino del rider è fermo davanti al campus Rangsit. Ploy preme il tasto verde. Il rider non risponde. Riprova. Non risponde. Riprova ancora. Non risponde. Cinque chiamate. Niente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Apre il manuale di servizio. Pagina 7: rider non risponde dopo tre chiamate, contattare ricevente, scusarsi, offrire rimborso, chiudere ordine. Pagina 9: in caso di indizio di emergenza, contattare supervisor. Indizio di emergenza non è definito. Il manuale non dice cos&amp;apos;è un indizio. Il manuale dice solo cosa fare se c&amp;apos;è.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ploy guarda il puntino del rider. Fermo. Non si muove. Sulla mappa di Bangkok, davanti al campus Rangsit, alle tre e tredici della notte, un puntino rosso che non si muove può essere tante cose. Può essere il telefono scarico. Può essere una pausa. Può essere il rider che ha consegnato senza aggiornare. Può essere altro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il ricevente, un cliente nel quartiere di Bang Phlat, sta scrivendo nella chat: «dove sei?». Poi: «hello?». Poi: «??». La chat sale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ploy preme il tasto rosso. Le risponde Khun Anan, supervisor di turno. Voce di chi non ha dormito da tre ore.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Rider 4471 fermo a Rangsit da diciotto minuti. Non risponde. Mando squadra di verifica.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Hai chiamato tre volte?»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Cinque.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Procedi col manuale. Pagina 7. Rimborso al cliente. Chiudi ordine. Apri ticket rider mattina prossima.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Khun Anan, è notte. Rangsit. Non risponde. Posso mandare un altro rider a vedere.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Procedi col manuale. Pagina 7.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ploy riaggancia. Guarda il telefono di servizio. Il pulsante verde. Il pulsante rosso. Il pulsante bianco. Tre pulsanti per ridurre il mondo a tre risposte.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Apre la chat interna del turno. Scrive a Mai, dispatcher di Lat Phrao, due scrivanie più in là.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Mai. Mi puoi mandare un altro rider a Rangsit a controllare? Rider 4471 fermo da diciotto. Non risponde.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mai legge. Risponde dopo dieci secondi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Sì. Mando 6612. Cinque minuti.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ploy preme il tasto bianco. Chiama il ricevente di Bang Phlat.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Buonasera signora. Sono la centrale Foodpanda. Suo rider è in difficoltà. Le rimborsiamo l&amp;apos;ordine. Le chiediamo dieci minuti.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«In difficoltà come?»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Non risponde al telefono. Mandiamo verifica.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Va bene.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ploy riaggancia. Guarda lo schermo. Il puntino del rider 4471 fermo. Il puntino del rider 6612 che parte da Lat Phrao. La mappa di Bangkok di notte è punti rossi che si muovono. Quando uno non si muove, è un punto rosso fermo. Questo è il manuale dei puntini.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quattro e venti del mattino. Il rider 6612 trova il rider 4471 a duecento metri dal campus Rangsit. Sull&amp;apos;asfalto, accanto allo scooter rovesciato. Una BMW nera ferma sull&amp;apos;altro lato della strada. Il rider 6612 chiama l&amp;apos;ambulanza. Scrive nella chat interna: «Ambulanza in arrivo. BMW ferma. Studente seduto sul marciapiede. Rider morto.» Ploy legge. Non scrive niente. Manda lo screenshot a Khun Anan.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quattro e cinquanta. Il rider 4471 è morto sul colpo. Ploy sente il messaggio. Beve il tè freddo che ha sul tavolo da due ore. Continua il turno. Altri ordini. Altri puntini.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sei. Fine turno. Ploy spegne lo schermo. Ripone il telefono di servizio nella vetrina dei dispatcher. I tre tasti tornano a essere tre tasti. Si toglie il badge. Esce dalla porta che dà sul cortile dove i rider parcheggiano gli scooter. Vede gli scooter del turno mattina, allineati, identici, e tra loro non c&amp;apos;è quello del 4471. Il posto del 4471 è vuoto. Il numero del posto, 4471, è scritto col gessetto sul muro grigio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le nove. Khun Anan la chiama nel suo ufficio. L&amp;apos;ufficio è una stanza di tre metri per tre, scrivania di formica, ventilatore a soffitto. Le dice: «Hai bypassato la procedura.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Sì.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Hai mandato un rider non autorizzato dalla supervisione.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Sì.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Tre giorni di sospensione. Senza paga.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ploy firma il foglio della sospensione. Scrive sotto, di proprio pugno: «Ho mandato rider 6612 perché il puntino del rider 4471 era fermo da diciotto minuti davanti al campus Rangsit e il manuale non spiega cos&amp;apos;è un indizio di emergenza.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Khun Anan legge la riga. Non dice niente. Mette il foglio nel suo cassetto. Apre un altro cassetto, prende una sigaretta, non la accende.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ploy esce. Va a casa con la metro alle undici. Suo padre dorme. Lei si sdraia sul letto. Pensa che il manuale ha sette pagine e che il pulsante rosso suona sempre quando lo premi.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 047 — Karnoi</title>
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    <published>2026-05-08T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-08T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Mahmoud Suleiman guida il Land Cruiser bianco dell&apos;ONG dal duemila e quattordici. Il convoglio parte da El Fasher alle undici del sei maggio. Quattro veicoli. Quindici casse di acqua, otto di…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Mahmoud Suleiman guida il Land Cruiser bianco dell&amp;apos;ONG dal duemila e quattordici. Il convoglio parte da El Fasher alle undici del sei maggio. Quattro veicoli. Quindici casse di acqua, otto di nutrizione terapeutica, una piccola di legno, marcata UNICEF in nero, con dieci fiale di insulina refrigerate. Mahmoud è alla guida del primo veicolo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Prima di partire Mahmoud controlla l&amp;apos;olio, l&amp;apos;acqua del radiatore, la pressione delle gomme. Pulisce il parabrezza. Tiene il salvacondotto in plastica trasparente nella tasca interna della camicia. La chiave del Land Cruiser ha un portachiavi di plastica gialla con una stampa nera che dice SCUOLA GUIDA UM BARU — DAL 2018. Mahmoud aveva fatto fare il portachiavi per tutti gli allievi. Gliene erano avanzati tre. Uno è in tasca.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tra El Fasher e Um Baru ci sono sette checkpoint. Mahmoud li conta da undici anni. Mellit. Tina. Mistarayy. Saraf Omra. Wadi Howar. Bir Maqsud. Karnoi. A Karnoi si gira a destra e si entra in Um Baru per la pista bianca.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Mellit Mahmoud abbassa il finestrino. Mostra il salvacondotto. Il soldato RSF, sui trenta, gli fa segno di passare. A Tina, idem. A Mistarayy il soldato è una donna giovane, magra. Le mani le tremano. Apre la cassa di acqua, prende una bottiglia, la rimette dentro. Fa segno. A Saraf Omra il salvacondotto viene controllato due volte. A Wadi Howar c&amp;apos;è un cane legato a una corda. A Bir Maqsud il soldato dorme in piedi, appoggiato al fucile. Mahmoud aspetta che si svegli, mostra il foglio. Il soldato sbatte le palpebre, fa segno. Sono passate quattro ore.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Karnoi, ore quattordici e diciotto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud si ferma. Abbassa il finestrino.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il soldato del settimo checkpoint ha diciotto anni. Ha la divisa con la cintura troppo larga, le scarpe da ginnastica nere senza marca, il Kalashnikov tenuto basso, l&amp;apos;orecchio destro con un piccolo taglio sulla cartilagine.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud lo guarda.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud lo riconosce.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;È il fratello minore di Tariq Hammad. Tariq aveva sedici anni nel duemila e diciotto, era venuto a scuola guida da Mahmoud per cinque settimane. Si presentava sempre col fratello piccolo, dieci anni, magrissimo, l&amp;apos;orecchio destro con un piccolo taglio sulla cartilagine — gli era caduto da una bicicletta che il padre gli aveva costruito con un telaio di metallo trovato a Um Baru. Il fratello si chiamava Yousef.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yousef ha diciotto anni adesso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yousef tiene il Kalashnikov basso. Guarda Mahmoud. Lo guarda intero. Mahmoud non sa cosa Yousef stia guardando — il volto del maestro di scuola guida, il volto dell&amp;apos;autista, il volto di un uomo di Um Baru, il volto di un uomo solo. Mahmoud non dice il suo nome. Mahmoud non chiede di Tariq. Mahmoud non chiede del padre, della madre, della casa di Um Baru sotto la collina di tamarindi. Mahmoud non chiede niente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Yousef abbassa lo sguardo. Prende il salvacondotto. Lo guarda. Le mani tengono il foglio per gli angoli. Le unghie sono corte e sporche. Yousef restituisce il foglio. Dice una parola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dice: «Passa».&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud annuisce. Mette su il finestrino. Ingrana la prima.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il convoglio passa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud guida sulla pista bianca. Diciotto chilometri di pista bianca. Le case di Um Baru appaiono prima — tetti di lamiera, recinzioni di canne, l&amp;apos;antenna della scuola elementare di Fatima visibile da lontano. Arriva all&amp;apos;ospedale alle sedici e quattro. Scarica le casse. L&amp;apos;infermiera — si chiama Hamida, ha quarantotto anni, due figli — firma il modulo. Prende la cassa marcata UNICEF. La porta dentro. Conta dieci fiale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud torna al Land Cruiser. Il sole è alto ancora. Si siede al volante. Tiene la chiave in mano. Sul portachiavi è scritto SCUOLA GUIDA UM BARU — DAL 2018. Mahmoud non guarda il portachiavi. Mahmoud mette la chiave in tasca.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Esce dal Land Cruiser. Cammina verso casa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Fatima è sulla porta. Gli chiede com&amp;apos;è andato il viaggio. Mahmoud dice che è andato bene. Mahmoud dice che ha consegnato. Mahmoud dice che torna domani mattina a El Fasher. Fatima gli passa una tazza d&amp;apos;acqua. Mahmoud beve.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Fatima gli chiede dei checkpoint.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud dice: tutti regolari.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud non dice il nome di Yousef. Non a Fatima. Non a Hamida dell&amp;apos;ospedale, che pure è di Um Baru e conosceva Tariq da bambino. Mahmoud non lo dice a nessuno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahmoud cena. La luna sale presto, in maggio, sopra Um Baru. Mahmoud si siede sulla sedia di metallo davanti alla porta di casa. Fatima è dentro che mette i figli a letto. Mahmoud tiene la chiave del Land Cruiser in tasca.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pensa a Yousef. Tariq Hammad, oggi, ha ventiquattro anni. Il fratellino di Tariq Hammad gli ha lasciato passare il convoglio dell&amp;apos;UNICEF a Karnoi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non sa se domani Yousef sarà ancora a Karnoi, o se la prossima settimana il fratello di Tariq Hammad sarà ancora un soldato dell&amp;apos;RSF, o un soldato dell&amp;apos;esercito sudanese, o un morto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Domani mattina alle undici Mahmoud parte di nuovo da El Fasher. Sette checkpoint. Mellit. Tina. Mistarayy. Saraf Omra. Wadi Howar. Bir Maqsud. Karnoi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Karnoi qualcuno controllerà il salvacondotto. Mahmoud farà finta di non riconoscere.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 046 — La pecora</title>
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    <published>2026-05-07T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-07T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Wadih conta le pecore alle ventitré e quaranta. Sono trentanove. Dovrebbero essere quaranta. Le conta una seconda volta. Trentanove. Il pascolo è a sud-est di Hasbaya, sotto la collina di pini. Il…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Wadih conta le pecore alle ventitré e quaranta. Sono trentanove. Dovrebbero essere quaranta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le conta una seconda volta. Trentanove.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il pascolo è a sud-est di Hasbaya, sotto la collina di pini. Il muro a secco corre da est a ovest per quattrocento metri. Le pecore si stringono contro il muro nei mesi freddi e contro il bosco nei mesi caldi. Maggio è caldo. Le pecore sono al margine dei pini.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih ha cinquantotto anni. Pascola la stessa terra dal millenovecentoottantaquattro. Il padre di Wadih è morto nel duemila, settantasei anni, in casa. La madre tre anni dopo, settantatré.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La pecora che manca si chiama Maryam. Quattro anni. Tre agnelli. Wadih chiama Maryam tutte le femmine vecchie del gregge. Adesso ne ha tre, tre Maryam.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In casa, a quattrocento metri sopra il pascolo, dorme la figlia di Wadih, Salwa, ventotto anni, sposata da sei. Suo marito Fares lavora in un&amp;apos;officina meccanica a Marjayoun, otto chilometri a sud. Stamattina alle quattro Salwa ha telefonato a Fares e gli ha detto di non rientrare. Fares ha detto di sì. Adesso Fares dorme sul divano dell&amp;apos;officina.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih sapeva che la pecora poteva mancare. Lo sapeva da lunedì. Una pecora vecchia di quattro anni con un agnello in fasce si separa dal gregge per rumori che le altre non sentono. Wadih lo aveva detto a Salwa nel pomeriggio, sotto il fico.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih accende la torcia frontale. La torcia è una Petzl bianca, comprata a Beirut nel duemilaventidue, batterie ricaricabili. Cammina lungo il bordo del bosco. Cerca le tracce.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A sud-ovest il cielo lampeggia. Un lampo silenzioso, breve. Poi un secondo. Poi un terzo. Wadih conta i secondi tra il lampo e il rumore. Nove, la prima volta. Otto, la seconda. Sette, la terza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I secondi si accorciano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih sa cosa significa la distanza che si accorcia. Non sono temporali. Da venti giorni non piove. Sono colpi di artiglieria che vengono dalla zona di Marjayoun, a sud, oppure da più giù, dalla frontiera. La radio del villaggio aveva detto al pomeriggio: seicentodiciannove lanci ieri. Wadih non sa cosa siano seicentodiciannove. Sa cosa siano nove secondi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih cammina avanti. Quattrocento metri. Si ferma. Punta la torcia tra i pini.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;C&amp;apos;è una bestia ferma dietro un cespuglio basso di rosmarino. La luce della torcia tocca il fianco. Wadih riconosce il dorso bianco e la macchia nera dietro l&amp;apos;orecchio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Maryam.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih si avvicina. La pecora non si muove. Wadih si china. Mette la mano sul fianco. Caldo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Maryam respira. Piano, ma respira.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih fa girare la torcia intorno. La luce illumina due cose: una macchia scura sul terreno, vicino alla zampa posteriore destra, e un oggetto di metallo grigio, lungo come un dito, conficcato nella terra a un metro di distanza. L&amp;apos;oggetto ha una linguetta arcuata sul lato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih riconosce la forma. Submunizione di una bomba a grappolo. Ne aveva trovata una nel duemilasei, dopo l&amp;apos;altra guerra, quando il pascolo era pieno. Era inesplosa. Quella volta aveva chiamato un uomo dell&amp;apos;UNIFIL.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesso non c&amp;apos;è UNIFIL nei campi di Hasbaya alle ventitré e cinquanta del cinque maggio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih guarda la zampa di Maryam. La macchia scura è sangue. La pecora ha una ferita lunga sei centimetri sul muscolo della coscia. La submunizione è esplosa parzialmente. Maryam è viva per caso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih fa due cose, in ordine.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Prima toglie la sciarpa di cotone che porta al collo. La piega in quattro. La preme sulla ferita di Maryam, tenendola con la mano sinistra. La pecora trema.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi solleva Maryam. Quaranta chili, peso vivo. La carica sulla spalla destra. Wadih ha le ginocchia di un uomo di cinquantotto anni che pascola da quarantadue. Wadih torna verso il muro a secco. Quattrocento metri.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non guarda più il cielo. Cammina e basta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A sud-ovest i lampi continuano. Sei secondi. Cinque secondi. Cinque secondi di nuovo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih raggiunge il muro a secco alle quattro minuti dopo la mezzanotte. Le altre pecore sono ferme contro il bosco, raggruppate. Wadih posa Maryam su un telo di plastica blu che tiene piegato in una nicchia del muro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lava la ferita con acqua di una bottiglia di plastica da un litro e mezzo. Disinfetta con iodio. Stringe la sciarpa attorno alla coscia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Maryam apre l&amp;apos;occhio destro alla luce del muro a secco. Lo richiude. Lo riapre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih si siede contro il muro. Il telo blu è sotto la pecora, le altre pecore sono dietro il muro, l&amp;apos;erba è ferma, la luna è in alto a destra, il cielo a sud-ovest fa adesso un quarto lampo che Wadih non conta più.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In casa, sopra il pascolo, Salwa accende la lampada del corridoio. Esce sul balcone. Vede la luce della torcia frontale di suo padre, ferma, in basso, accanto al muro a secco. La torcia non si muove. Salwa rientra. Spegne la lampada del corridoio. Resta sul divano del salotto con il telefono in mano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Maryam respira. Wadih conta i respiri. Uno ogni due secondi e mezzo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;apos;alba di Hasbaya, in maggio, è alle cinque e dodici. Mancano cinque ore e otto minuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wadih resta seduto. La pecora respira. La sciarpa tiene. La submunizione, nel pascolo a quattrocento metri, è ancora dove era.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Maryam apre l&amp;apos;occhio destro. Lo richiude.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 045 — Il foglietto sul frigo</title>
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    <published>2026-05-06T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-06T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Alle ventitré e cinquanta Liudmyla mette l&apos;acqua per il tè in una pentola che a marzo aveva pulito col limone, perché Ivan, in una telefonata di tre minuti dal fronte, le aveva detto che il calcare…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Alle ventitré e cinquanta Liudmyla mette l&amp;apos;acqua per il tè in una pentola che a marzo aveva pulito col limone, perché Ivan, in una telefonata di tre minuti dal fronte, le aveva detto che il calcare nelle pentole era una di quelle cose che a casa nessuno sapeva risolvere e che lui, in trincea, aveva imparato a risolvere col limone, e Liudmyla, dopo aver riagganciato, era andata in dispensa e aveva preso il limone che teneva per il tè e l&amp;apos;aveva tagliato a metà e aveva pulito tutte e tre le pentole, una dopo l&amp;apos;altra, mentre Saltivka di sotto si svuotava per l&amp;apos;ennesimo allarme; stanotte la pentola è ancora pulita, e l&amp;apos;acqua bolle come prima delle telefonate, come prima della guerra, come prima di Ivan. La radio dice che la tregua comincia a mezzanotte. Liudmyla la spegne.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si siede al tavolo della cucina. Davanti a lei: il telefono fisso. È un Vef rosso del 1989, eredità di sua madre, che era rimasto staccato per ventidue anni in dispensa, dietro la tovaglia delle feste, e che lei aveva rimesso in funzione a marzo, dopo che Ivan, in un&amp;apos;altra di quelle telefonate brevi che adesso erano la sua vita, le aveva detto che a Saltivka il jamming russo cancellava il segnale dei cellulari per ore intere e che il fisso, anche se vecchio, sentiva sempre; il tecnico era venuto un sabato mattina, un ragazzo bielorusso di trent&amp;apos;anni che non aveva fatto domande, aveva guardato il filo di rame, aveva pulito una connessione, aveva detto che la linea c&amp;apos;era ancora, e se ne era andato senza chiedere il pagamento, dicendo solo che adesso suonava, e in effetti aveva suonato, una volta, il primo aprile, ed era stata una televendita di Minsk. Sul frigo, fissato con una calamita a forma di mela, c&amp;apos;è il foglietto col numero del cellulare di Ivan. Lo conosce a memoria. Lo ha letto duemila volte. Lo legge stanotte come si leggono le preghiere, non per ricordarselo, per averlo davanti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A mezzanotte e zero secondi compone il numero.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Squilla. Squilla. Squilla. Liudmyla guarda la sua mano sul tavolo. È ferma. La mano non trema. Un mese fa, quando l&amp;apos;aveva chiamata il comandante per dirle che Ivan era stato spostato a una posizione vicino a Kupiansk, la mano aveva tremato. Stanotte no. Stanotte è la mano di sua madre, le mani che sua madre metteva sul tavolo prima di parlare di cose che non si dovevano dire. Squilla. Squilla. Al quinto squillo, qualcuno risponde.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Sì?»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;È una voce di donna, giovane, che dice «sì» in russo, non in ucraino. Liudmyla per un secondo, un secondo solo, pensa di averlo composto male. Poi capisce di no, è qualcuna del fronte, una compagna che parla russo come la metà di Saltivka. La voce è giovane, sui vent&amp;apos;anni, non assonnata, non spaventata, semplicemente una voce che risponde al telefono. Liudmyla non ha preparato cosa dire se rispondeva qualcun altro, perché Liudmyla per tre settimane non aveva chiamato. Non per indifferenza. Aveva capito a metà aprile, in una mattina come tante mentre stirava una camicia che non era di nessuno, di voler sapere senza poter chiamare, di volere il privilegio di essere quella che si trattiene, non quella che riceve la telefonata. Stanotte ha chiamato, e ora sta zitta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Riaggancia. Il Vef del 1989 ha un peso che Liudmyla aveva dimenticato; il ricevitore torna sulla forcella col tonfo di un oggetto che pesa, e Liudmyla resta col palmo aperto sul ricevitore, come si resta col palmo aperto su una fronte che non è più calda.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il telefono squilla.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Squilla forte, perché il Vef del 1989 ha una suoneria meccanica, fatta di metallo che batte su metallo, una suoneria che a Saltivka non si sentiva da decenni e che adesso, al primo minuto della tregua, copre la cucina come un colpo di campana. Liudmyla alza al primo squillo. Dice «sì» senza aria.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Mama, era Sasha. Lei aveva il telefono in quel momento. Ha visto un numero sconosciuto, ha pensato fosse il comandante, ha risposto. Scusa.»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Liudmyla non parla. Sente il fiato di Ivan, e sotto al fiato di Ivan il fruscio di qualcosa che potrebbe essere vento, o un drone, o niente. Ivan dice «Ma?». Lei non parla. Pensa che da quando le aveva detto del limone non si erano più sentiti per cose così piccole. Pensa che la tregua non era per lui, era per lei, per concederle tre minuti di linea, e che adesso che li ha non sa cosa farci. Ivan dice «Ma, sei lì?». Lei stringe il ricevitore.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dalla finestra della cucina, al sesto piano, a est, da est viene tutto, non si vede niente. La città è spenta. Ivan respira. Liudmyla non parla. Resta col Vef del 1989 stretto contro l&amp;apos;orecchio. Resta. Resta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Ma, sei lì?»&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Liudmyla guarda il foglietto sul frigo. Lo legge per la duemila e prima volta.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 044 — Sesto San Giovanni, ore zero quarantatré</title>
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    <published>2026-05-05T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-05T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Erano le ventitré e cinquantadue quando il treno si è fermato a Sesto San Giovanni. L&apos;altoparlante ha detto guasto tecnico, e dopo dieci minuti l&apos;ha ripetuto, e dopo venti minuti niente più. Ero…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Erano le ventitré e cinquantadue quando il treno si è fermato a Sesto San Giovanni. L&amp;apos;altoparlante ha detto guasto tecnico, e dopo dieci minuti l&amp;apos;ha ripetuto, e dopo venti minuti niente più. Ero seduta vicino al finestrino, di fronte avevo una signora vestita di nero, di lato due ragazze indiane che parlavano sottovoce di un esame. Avevo finito il turno alle ventitré in piazzale Loreto, undici anni che firmo moduli al servizio inumazioni del Comune. Quattro fermate da casa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Avevo già pensato la sequenza. Due minuti per togliere le calze, otto per la doccia, dieci per spalmarmi la crema, dodici per il letto, sveglia alle sei e quindici. Apro il telefono. Lo chiudo. Apro il telefono. Lo chiudo. La signora di fronte si asciuga il naso con un fazzoletto bianco, come se avesse pianto da poco. Io guardo fuori, sul binario tre non passa più niente, e il pannello luminoso della stazione dice MILANO CENTRALE in arancione, e l&amp;apos;arancione non cambia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo mezz&amp;apos;ora il macchinista parla di nuovo. «Persona sui binari». Persona. La parola sospesa, posata sopra il vagone come sopra una mensola. Nessuno fiata. Una delle ragazze indiane copre il quaderno e dice qualcosa nella sua lingua che non capisco ma penso di intuire. La signora in nero si toglie un altro fazzoletto dalla borsetta e ricomincia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tiro fuori dalla tasca del cappotto un sacchetto di caramelle alla menta che mi era avanzato dal pomeriggio, le offro. Lei ne prende una. Mi dice grazie, e poi mi dice «lei è giovane». Io non sono giovane. Ho quarant&amp;apos;anni. Non lo dico.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il riflesso del mio volto sul vetro mi sorprende lo stesso. Sembro più giovane di quanto pensassi di essere, e mi accorgo di non sapere bene quanto pensassi. Non guardavo la mia faccia in questo modo da un periodo che non saprei datare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Penso a Marco, mio marito, che a quest&amp;apos;ora sta dormendo a pancia in giù con la mano sotto il cuscino, e penso che non si è mai accorto se rientro alle ventitré e mezza o all&amp;apos;una e ventidue. Penso ad Adelina, la pianta di basilico sul balcone che ho cominciato a chiamare con un nome perché non ho figli e non ne ho voluti. Penso al mio capo del servizio, Riccardo, che mi ha detto due settimane fa «lei firma più di tutti, signora, ha pensato a un avanzamento?» e io ho detto va bene, e poi non ho fatto richiesta. Mi torna in mente la frase di Riccardo come se fosse stata pronunciata cinque minuti fa. Penso che forse è la prima volta in undici anni che la frase mi raggiunge davvero.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mi torna in mente anche mia sorella Stefania, che vive a Como e che chiama il giovedì alle otto di sera. Stasera è venerdì. Stefania non chiama il venerdì. Mio padre è morto a luglio del 2017 e lo vedo sempre con mia madre tre passi indietro, e quando le telefono mi chiede sempre se ho mangiato, e io rispondo sempre sì anche quando non ho mangiato, e lei dice bene. La pioggia comincia leggera. Le ragazze indiane chiudono il quaderno. Una di loro dice qualcosa che io ho l&amp;apos;impressione voglia dire siamo arrivati, ma non siamo arrivati. Siamo fermi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle zero e quarantatré tolgo il dito dall&amp;apos;orologio del cellulare. Non lo riguardo. Resto ferma. Non scrivo a nessuno. Non chiamo. Non mando il messaggio già pronto, «treno fermo, problema tecnico, arrivo tardi», che era nelle bozze da venti minuti. Non lo mando.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mi sono concessa, senza dirlo a me stessa, di non rendermi conto del tempo. Era dall&amp;apos;università che non lo facevo. Forse non l&amp;apos;avevo mai fatto. Le mie notti hanno sempre avuto una direzione, anche le notti vuote. Stanotte no. Stanotte il vagone è fermo, fuori la pioggia comincia leggera, dentro siamo seduti sette persone che ci guardiamo senza guardarci, e nessuno ci aspetta tranne il sonno, e il sonno aspetta tutti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;All&amp;apos;una e cinquantaquattro il treno riparte. La signora in nero mi restituisce il sacchetto delle caramelle, intero, non ne ha presa una sola dopo la prima. La accetto. Lei guarda fuori, io la guardo, ci sorridiamo dentro lo stesso silenzio. Non ci diciamo niente. Le ragazze indiane sono scese a Greco-Pirelli, hanno salutato col palmo aperto contro il finestrino, una di loro ha lasciato una matita sul tavolino.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Greco-Pirelli arrivo all&amp;apos;una e cinquantasette. A Centrale all&amp;apos;una e cinquantanove. La metropolitana è ferma da un&amp;apos;ora. Prendo un taxi. A casa entro alle due e ventotto. Marco non si è accorto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La doccia me la faccio più lunga del solito. Apro l&amp;apos;acqua e ascolto il suo rumore. Penso che il ragazzo dei binari aveva un nome che domani leggerò sui giornali, e che nessuno ha detto chi fosse, e che noi sette nel vagone abbiamo passato tre ore della sua morte senza saperla.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Guardo l&amp;apos;orologio del bagno. È un orologio rotondo bianco con i numeri neri. Per la prima volta non lo leggo. Vedo le lancette. Non leggo l&amp;apos;ora. Mi tolgo l&amp;apos;asciugamano. Vado a letto.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 043 — Antioquia</title>
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    <published>2026-05-04T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-04T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Goma, hotel Karibu Bay, notte fra il tre e il quattro maggio, ore due e dieci. Atterraggio del Beechcraft a luci spente sulla pista privata di Goma International, gestita per quella settimana dalla…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Goma, hotel Karibu Bay, notte fra il tre e il quattro maggio, ore due e dieci. Atterraggio del Beechcraft a luci spente sulla pista privata di Goma International, gestita per quella settimana dalla società Heritage East, registrata negli Emirati. Otto uomini scendono. Lui è il quarto. Si chiama, nella ricevuta che firmerà di lì a venti minuti, Andres Pacheco Restrepo. Trentaquattro anni. Ex sergente dell&amp;apos;esercito colombiano congedato nel 2019, due missioni in Yemen come contractor per una ditta di Dubai con sede legale a Cipro, sei mesi a Kabul, quattro a Khartoum. Atterrato a Goma per la prima volta in vita sua.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il referente è un sudafricano coi capelli grigi e una piega alla bocca da chi parla portoghese di Maputo. Si chiama Rian. Non chiede mai di chiamarsi Rian. Andres lo chiamerà Rian perché sente gli altri farlo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Stanza all&amp;apos;ingresso del Karibu Bay, due lampade alogene, un tavolo di legno verniciato a poro aperto, una scatola metallica grande quanto un microonde, già piena per metà di passaporti. Il referente li chiama uno per uno. Pacheco. Lozano. Restrepo. Vargas. Quattro colombiani. Poi i tre peruviani e il venezuelano. Pacheco è il quarto a essere chiamato, il primo a passare al tavolo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si avvicina. Lo zaino sulla spalla destra, il passaporto nella tasca interna della giacca, un visto sudanese mai usato sulla pagina diciassette, un visto yemenita sulla quattordici, un timbro di entrata in Afghanistan sulla sei. Il referente apre il passaporto. Si ferma sulla quattordici. Non commenta. Pacheco lo nota.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Da quale provincia colombiana, Pacheco?&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Antioquia.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non è vero. Andres Pacheco Restrepo è nato a Buenaventura, Valle del Cauca, costa pacifica, città in cui in nessun anno di nessun decennio nessuna agenzia di reclutamento ha incontrato un volontario senza chiedersi prima da chi scappa. Antioquia è la risposta che lui dà sempre, perché Antioquia è la risposta che il referente vuole sentire. Antioquia è Medellín, Antioquia è la provincia con il maggior numero di ex militari nel reclutamento privato post-2002, Antioquia è il filtro narrativo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il referente registra &amp;quot;Antioquia&amp;quot; sul foglio A4 davanti a sé. Andres lo guarda registrare. La penna del referente è una stilografica con il pennino nero, e fa un piccolissimo rumore secco a ogni lettera. Andres conta sette lettere, conta il puntino della i, conta il rumore quando il pennino lascia la carta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesso, il gesto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andres porge il passaporto. Lo porge col dorso, non col palmo. Una variazione minima, un capovolgimento del polso, niente che un ufficiale di frontiera noterebbe, ma il referente non è un ufficiale di frontiera, e alza gli occhi. Per un secondo. Pacheco non ritira. Lascia la mano lì, col dorso esposto, e il referente gli prende il passaporto dalle dita con la propria mano destra, e Pacheco sente la mano svuotarsi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel momento in cui la mano si svuota, capisce.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Capisce che ogni volta che ha consegnato il passaporto in un altro paese era già stato un&amp;apos;altra persona. A Sana&amp;apos;a era stato Pacheco-non-colombiano. A Kabul era stato Pacheco-veterano. A Khartoum era stato Pacheco-buon-soldato. Ogni paese una piccola morte amministrativa, ogni timbro una traccia di qualcuno che lui non era più mentre la pagina si timbrava. Stavolta lo sa al momento. Goma sarà la pagina diciotto. Pacheco-Antioquia. Un altro Pacheco.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pensa a Buenaventura. La prima cosa che gli viene in mente è la pioggia di marzo, quel tipo di pioggia che arriva in tre minuti e svuota le strade del barrio Independencia, dove sua madre lavora ancora a sessantadue anni in un parrucchiere e dove suo fratello minore, Andrés come lui ma chiamato Mauricio in famiglia per non confondere, è morto a quattordici anni nel 2010 in una rissa fra bande. Pensa che sua madre, se gli telefonasse adesso, capirebbe che è in Africa dal numero del prefisso, e gli direbbe come ogni volta cuídate. Pensa che cuídate, in fondo, è la parola che si dice a chi sta già consegnando il passaporto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il referente mette il passaporto nella scatola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pacheco firma una ricevuta. Penna nera Bic, foglio prestampato Heritage East, importo da liquidare a fine missione. Quattromila dollari. Trasferimento bancario su conto di Bogotá entro il quindici del mese seguente. Sotto la riga della firma, una clausola in inglese in caratteri sei punti: &amp;quot;il sottoscritto dichiara di prestare servizio in qualità di consulente tecnico in zona di operazioni speciali&amp;quot;, una formula che lui ha già letto dieci volte e che dieci volte ha firmato senza tradurre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Esce dalla stanza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sull&amp;apos;asfalto del cortile, le luci della pista sono spente, le lampade dell&amp;apos;hotel sono accese. Mezza luce gialla, mezza luce blu. L&amp;apos;aria è calda di lago. Il lago è lì, dietro il muro di cinta, lo si sente più che vederlo. Pacheco si fa il segno della croce. Pollice sulla fronte, pollice sul petto, sulla spalla sinistra, sulla destra. Lo fa sempre all&amp;apos;atterraggio, lo fa sempre alla consegna.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si accende una sigaretta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pensa che ad Antioquia, lui, non c&amp;apos;è mai andato.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 042 — Il piede sulla porta</title>
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    <published>2026-05-03T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-03T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">La porta che separa il reparto cucitura A dal reparto cucitura B della fabbrica del direttore Pham, distretto Bình Tân, Ho Chi Minh City, è una porta a doppio battente di metallo grigio chiaro con la…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;La porta che separa il reparto cucitura A dal reparto cucitura B della fabbrica del direttore Pham, distretto Bình Tân, Ho Chi Minh City, è una porta a doppio battente di metallo grigio chiaro con la targhetta P-12B. Fu installata, mi disse Hà Thị Linh poi nel cortile durante la pausa mensa, nel marzo del duemiladiciannove, dal manutentore Quân, oggi settantatré anni, che ne calibrò la molla di richiamo a tre secondi e mezzo sul retro di un foglio di consegna scarpe.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il reparto A ha l&amp;apos;aria condizionata da marzo. Il reparto B ha sei ventilatori a soffitto. La differenza, alle nove di mattina, è di sette gradi. La differenza, alle quattordici, è di nove gradi. La differenza, mi disse Linh, è la ragione per cui la settimana scorsa Một, cinquantadue anni, fila cinque, ha avuto un mancamento tra la fila tre e la fila quattro ed è caduta sul pavimento di cemento. Pham non l&amp;apos;ha messa a verbale. Hương l&amp;apos;ha riportata alla macchina dopo dodici minuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Linh ha trentun anni, è in fabbrica da quattro, fila quattro macchina sette. Manda ogni mese due milioni e quattrocentomila dong alla famiglia. Un milione e novecentomila alla retta del fratello, ventun anni, secondo anno di ingegneria elettrica all&amp;apos;Università di Cần Thơ. Cinquecentomila alla madre, sessantotto anni, a Bến Tre, per la medicina della pressione.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Stamattina alle cinque e quarantasei, prima dell&amp;apos;inizio del turno, il direttore Pham ha fermato il manutentore Quân nel cortile e gli ha detto che domani, sabato, deve passare a verificare la molla della porta P-12B perché l&amp;apos;usura, gli ha detto Pham, è anomala. Quân ha detto sì. Pham se ne è andato. Quân, mi disse Linh, ha guardato verso il reparto B per un istante e poi ha continuato verso l&amp;apos;officina.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle sei e quattordici, durante il primo cambio bobina della giornata, Linh apre la porta P-12B. La apre del tutto. Il flusso d&amp;apos;aria fredda dal reparto A entra nel reparto B con un suono basso. Poi, sentendo i passi di Hương nel corridoio centrale, Linh riporta la porta a un&amp;apos;apertura di circa trenta centimetri e la posa con il piede destro sulla soglia di metallo. Il sandalo, gomma nera taglia trentasei, suola consumata sotto l&amp;apos;alluce, si appoggia per metà dentro la soglia e per metà fuori.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Da quel momento, ogni ventidue minuti circa, Hương passa nel corridoio. La porta resta a trenta centimetri. Il piede di Linh non si muove.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Bích Trâm, ventitré anni, fila quattro macchina otto, sposta la sua Juki di quaranta centimetri verso la porta. Một, quella che era caduta la settimana scorsa, sposta la sua di trenta. Hà, trentasette anni, fila due, porta un asciugamano dalla pausa caffè e lo posa sul pavimento dove cade l&amp;apos;olio della macchina più vicina alla porta, perché l&amp;apos;olio sull&amp;apos;aria fredda diventa scivoloso e oggi, mi disse Linh, nessuno deve cadere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle nove e ventiquattro, il termometro analogico segna trentadue gradi nella metà del reparto vicina alla porta P-12B. Trentasette gradi nella metà lontana. La differenza, mi disse Linh, è di cinque gradi, e cinque gradi è la differenza tra una camicia cucita bene e una camicia cucita come si può.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle dieci e undici, la Juki di fila tre macchina due si rompe. Il pignone del piedino premistoffa salta di due denti. L&amp;apos;operaia di quella postazione, Diệu, ventotto anni, attraversa la porta P-12B per chiedere un piedino di ricambio al supervisore Khánh nel reparto A. Il piedino in A non c&amp;apos;è. Khánh chiama il manutentore Quân via radio. Quân risponde dall&amp;apos;officina e dice di aspettare otto minuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per i quaranta minuti successivi la porta P-12B resta completamente aperta. Linh non toglie il piede. Quân attraversa due volte, in andata verso il magazzino del reparto B per prendere il pignone, in ritorno verso il reparto A con il piedino. La seconda volta, uscendo, posa la mano destra sulla maniglia di acciaio inox per un istante. La maniglia, mi disse Linh poi nel cortile, alle dieci e cinquantuno è fredda. Il flusso d&amp;apos;aria del reparto A l&amp;apos;ha investita per quaranta minuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle dieci e cinquantuno, Diệu rimette in funzione la Juki. La porta torna a trenta centimetri. Il piede di Linh torna sulla soglia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Hương non passava nel reparto B dalle nove e quarantasei. Alle undici e trentotto, Hương si ferma davanti alla porta P-12B. Linh sta cucendo l&amp;apos;orlo di una camicia bianca a maniche corte, taglia M, lotto 04-26-3. La macchina ronza. Il termometro dietro la macchina sette segna trentatre virgola due. Linh ha la maglietta bagnata sotto le ascelle e lungo la colonna. Il piede destro è sulla soglia di metallo da cinque ore e ventiquattro minuti. Il sandalo ha lasciato un mezzo cerchio di umidità sulla guarnizione di gomma della porta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Linh non toglie il piede.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tre secondi. Hương guarda il piede. Hương guarda Linh. Linh non incrocia lo sguardo, cuce. Hương dice una cosa sola, in voce bassa, e dice «duemilatredici, ventidue». Poi Hương svolta e riprende il giro.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Linh sa cosa significa. Ventidue era il numero di operaie del reparto B nel duemilatredici, quando Hương stessa entrò in fabbrica come operaia, fila tre, macchina dieci. Ventidue, mi disse Linh poi nel cortile, è il numero di donne che dovettero firmare la rinuncia alle tre pause aggiuntive d&amp;apos;estate per ottenere i ventilatori a soffitto, i sei ventilatori che oggi girano sopra la testa di Linh e non bastano. Hương firmò per prima.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle dodici e tre, il direttore Pham entra dal corridoio centrale con la radio in mano. La radio trasmette in vivavoce una voce maschile in inglese americano, accento del sud, che dice una cifra e poi dice «final order, no further movement», e poi una pausa, e poi «we&amp;apos;ll see in two weeks». Pham si ferma davanti alla porta P-12B. Pham guarda la porta aperta. Pham guarda il piede di Linh. Pham guarda Linh. Linh cuce. Pham non chiama Hương. Pham abbassa la radio e si gira verso il reparto A. La voce americana dice ancora qualcosa. Pham se ne va.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La porta resta aperta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le diciotto. La sirena del fine turno suona. Linh toglie il piede. La porta si chiude in tre secondi e mezzo, come Quân l&amp;apos;aveva calibrata nel marzo del duemiladiciannove. Linh si china sulla soglia di metallo per riallacciare la fibbia del sandalo destro, che la pressione del turno ha allentato. La fibbia fa un piccolo scatto di ottone. Linh si rialza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Linh esce con le altre operaie del reparto B verso il cortile. L&amp;apos;aria fredda, mi disse Linh, resta nel reparto B per circa dieci minuti dopo la chiusura della porta. Poi non più. Domani il manutentore Quân, che ha settantatré anni e una calligrafia minuta sul retro dei fogli di consegna scarpe, passa a verificare la molla. Linh non sa, mi disse, se Quân scriverà un secondo calcolo sul retro del foglio, o se piegherà di nuovo il foglio nel raccoglitore senza aggiungere niente. Quân è amico di Hương dal duemiladiciannove. Quân è dipendente di Pham dal duemiladieci.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Linh torna a casa in motorino. La sua stanza è nel vicolo 48 di via Bình Long, a ventidue minuti dalla fabbrica. Alle quattro del mattino, un motorino entra nel vicolo e si ferma due porte più avanti. È la vicina, Châu, che torna dal turno di notte alla fabbrica di scarpe Pou Yuen. Châu spegne il motore. Linh sente la chiave girare nella serratura.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 041 — Tre puntini blu</title>
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    <published>2026-05-02T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-02T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Quella notte stavo rispondendo a Daniel Vermeulen, padre di tre figli a Johannesburg, e Daniel aveva appena scritto «mi giuri che non è una truffa?», e io stavo scrivendo la risposta che mi avevano…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Quella notte stavo rispondendo a Daniel Vermeulen, padre di tre figli a Johannesburg, e Daniel aveva appena scritto «mi giuri che non è una truffa?», e io stavo scrivendo la risposta che mi avevano insegnato il primo giorno, la risposta che diceva «certo, le verifiche del wallet sono già state fatte stamattina dal team legale, la documentazione le arriverà tramite email entro le 18:00 ora di Johannesburg, cordialmente Sara».&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Erano le due e quattordici di notte e nella stanza c&amp;apos;erano altre cinque postazioni e tre rumeni dormivano su materassini in un angolo perché era il loro turno di riposo, e io bevevo uno Yakult tiepido che era lì da otto ore, e la stanza puzzava di plastica calda e di fritto preso al settimo piano da Yi-jin alle nove di sera, e Yi-jin era il capo turno e aveva ventinove anni ed era della provincia di Henan e parlava un mandarino del nord che mi sembrava sempre stridulo, e io mandarino lo avevo imparato sul lavoro, perché in Vietnam parlavo solo vietnamita e francese di scuola e un inglese da turismo, e il mandarino me lo aveva insegnato in tre mesi una donna di Phnom Penh che si chiamava Mai e che da allora non avevo più visto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ero arrivata in quel palazzo dieci mesi prima. Avevo ventisei anni. Mio padre faceva il muratore a Bắc Giang. Mia madre cuciva camicie a casa. Io avevo studiato due anni di amministrazione a Hà Nội e poi mi ero fermata perché i soldi non bastavano. Avevo trovato il post su Telegram che cercava ragazze per un «customer service in cambogia» con «alloggio incluso e mille dollari al mese», e avevo pensato che mille dollari al mese in Cambogia erano due mesi di stipendio di mio padre, e avevo detto sì.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il viaggio era stato Hà Nội-Phnom Penh-Manila e a Manila qualcuno mi aveva tolto il passaporto, e io avevo detto «scusi» in inglese e mi avevano risposto «zhànghào», che era il numero di account, e in quel momento avevo capito di aver firmato qualcosa che non era quello che credevo, e mi avevano portata in macchina ad Angeles City e mi avevano fatto salire al sesto piano dell&amp;apos;edificio, e mi avevano detto che il mio debito di viaggio era cinquemila dollari e che lo avrei pagato lavorando, e io avevo detto sì, perché dire no in quella stanza non era un&amp;apos;opzione che avevo mai considerato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il quinto piano aveva le sbarre saldate alle finestre. Il sesto no. A febbraio una collega vietnamita di Hải Phòng si era buttata dal sesto piano. Si chiamava Trang. Aveva ventidue anni. La direzione aveva tenuto le finestre del sesto chiuse per due settimane e poi le aveva riaperte perché il caldo non si poteva respirare, e nessuno si era buttato più, perché nessuno era abbastanza nuovo da non sapere cosa significava buttarsi dal sesto piano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Daniel Vermeulen aveva quarantasette anni e tre figli. Era in pensione anticipata da un&amp;apos;azienda di logistica del porto di Durban. Aveva venduto la casa di sua nonna due settimane prima, mi aveva detto, perché si stava trasferendo in una più piccola, e con la differenza adesso aveva quarantottomila dollari in più sul conto, e voleva metterli in un investimento che gli rendesse l&amp;apos;otto per cento al mese. Otto per cento al mese era una cifra che nessuna banca al mondo offriva, e io lo sapevo, e Daniel forse lo sapeva ma non voleva saperlo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Avevo scritto la risposta. Diceva «certo, può fidarsi al cento per cento», e poi tutta la cosa del wallet e del team legale e della documentazione, e il dito era sul tasto INVIA, e in quel momento ho sentito i passi nel corridoio e Yi-jin che gridava in mandarino del nord «BI! BI!», e poi il primo colpo alla porta blindata del piano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ho contato. Avevo undici secondi prima che la porta cedesse, forse. Ho cancellato tutto il messaggio scritto. La barra del testo era vuota. Ho scritto una sola parola. Scappi. Ho premuto INVIA.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi ho fatto una cosa che il primo giorno mi avevano detto di non fare mai. Ho fatto uno screenshot della conversazione. L&amp;apos;ho aperto in galleria. Ho scritto a Daniel, dal mio account Sara, ho scritto: «non ho inviato. Sono Linh, ho ventisette anni, dica al consolato vietnamita di Manila che sono al sesto piano dell&amp;apos;edificio Diosdado, Angeles City, Pampanga». Ho premuto INVIA.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La porta ha ceduto al terzo colpo. I rumeni si sono nascosti sotto il banco. Yi-jin è sparita dalla porta sul retro. Io non mi sono nascosta. Ho messo il telefono sul banco con lo schermo verso l&amp;apos;alto. Le manette erano di plastica, color lavanda. Mi hanno letto i diritti in inglese e in tagalog, una donna del BI con un giubbotto antiproiettile due taglie più grande, e poi mi hanno chiesto come mi chiamavo, e io ho detto Lê Thị Linh, e la donna ha annuito, e ha scritto il mio nome su un foglio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando sono uscita dalla stanza, il telefono era ancora sul banco. Lo schermo mostrava la conversazione di Daniel. I tre puntini blu della sua risposta pulsavano in fondo alla chat. Pulsavano. Pulsavano. Poi non pulsavano più.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 040 — Bologna Sera</title>
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    <published>2026-05-01T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-05-01T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Aurora aveva letto il giornale al bar di via Saragozza alle dodici e dieci del ventinove aprile. Era in piedi al banco con il caffè davanti che si freddava. Il titolo della prima pagina:…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Aurora aveva letto il giornale al bar di via Saragozza alle dodici e dieci del ventinove aprile. Era in piedi al banco con il caffè davanti che si freddava. Il titolo della prima pagina: novecentotrentaquattro milioni per il lavoro. Sotto, in due colonne: incentivi alle assunzioni, salario giusto, stretta sul caporalato digitale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lesse la prima colonna. Quattrocentonovantasette milioni e mezzo per le assunzioni di giovani. Bonus donne fino a ottocento euro al mese nel mezzogiorno. Bonus over trentacinque disoccupati. Sgravi alle imprese che applicano il salario giusto stabilito dai contratti collettivi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lesse la seconda colonna. Stretta sul caporalato digitale. Le piattaforme dovevano verificare l&amp;apos;identità di chi consegnava. Vietato cedere il proprio account. Sanzioni alle aziende, sospensione dell&amp;apos;attività per omessa vigilanza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Cercò la sua categoria nei numeri. I numeri erano sulla prima colonna. Sulla seconda c&amp;apos;erano regole.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pagò il caffè. Riprese le consegne.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Otto pacchi al pomeriggio. Dodici alla sera. Rosticceria, sushi, una cassa d&amp;apos;acqua per una signora di Sant&amp;apos;Orsola. Tutto regolare. Tutto sulla piattaforma. Tutto pulito.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La chat invece no. La chat era un&amp;apos;altra cosa. La chat era il motivo per cui Aurora aveva un pacchetto fisso di consegne il sabato e la domenica, le ore dorate, quelle che facevano la differenza tra trecentottanta euro al mese e seicentoventi. Il pacchetto te lo dava Tarek. Tarek era un nome.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aurora rientrò alle ventitré e quarantasette. La via San Vitale era vuota. Le tapparelle dei bar abbassate. La bici elettrica scarica del tutto. Il display segnava il trenta per cento, ma il motore non spingeva più dal Pratello.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Salì i tre piani con la bici a spalla, come faceva da otto mesi. Aprì la porta. La appoggiò al portariviste del corridoio. La bici stava in piedi sbilenca, il manubrio contro il muro. Non accese la luce grande: solo quella della cucina.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il telefono vibrò in tasca. Lei lo sapeva già. Lo sapeva da mezzogiorno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tirò il telefono fuori dalla tasca. La chat &amp;quot;Bologna Sera&amp;quot; aveva centoquattro membri. Le foto del gruppo erano facce non riconoscibili, scritte arabe, emoji, una bandiera del Senegal, una bici stilizzata. I numeri erano salvati con codici: T-1, M-2, A-3. Aurora si chiamava B-17. La conosceva nessuno per nome. Tarek una volta le aveva scritto &amp;quot;ciao bella&amp;quot; e poi mai più, perché aveva capito che lei rispondeva male.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tarek era un nome che si passavano. Non una persona. Un protocollo. In due anni di Bologna Sera Tarek aveva scritto a orari diversi, in stili diversi, con errori di battitura diversi. Aurora lo aveva sempre sospettato. Stasera lo sapeva.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il telefono di Aurora era un Samsung A14 con il vetro crepato sull&amp;apos;angolo in alto a destra. Lo sticker spelacchiato sul retro era della pizzeria di via Mascarella che chiudeva alle due del mattino e dove Aurora alle volte si fermava a mangiare un pezzo di margherita prima di tornare a casa. Lo sticker raffigurava una pizza con due occhi e una bocca. Gli occhi erano due olive. La bocca era una linea storta. Lo sticker stava perdendo l&amp;apos;angolo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aurora aprì le impostazioni della chat. Selezionò elimina. Confermò. La chat sparì. Andò nei contatti. Cercò T-1. Lo aprì. Bloccò. Cancellò.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le mani le tremavano. Non le tremavano per paura. Le tremavano per il giro al Pratello, per la salita di via Saragozza, per la cassa d&amp;apos;acqua di Sant&amp;apos;Orsola che pesava undici chili.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Stava per spegnere il telefono quando arrivò il messaggio. Numero senza nome. Tre puntini. Poi: &amp;quot;Aurora, hai cancellato. Ho visto.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I tre puntini ricominciarono. Si fermarono. Ripresero. Si fermarono. Aurora li guardò per dodici secondi. Poi posò il telefono sul tavolo, faccia in giù.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si tolse la giacca. La appese alla maniglia della cucina. Andò in bagno. Si lavò le mani con il sapone Marsiglia che la madre le aveva spedito da Lecce. Si asciugò. Tornò in cucina.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I tre puntini erano spariti. Il messaggio era ancora lì.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aurora aprì la chat con il nuovo numero. Scrisse: non lavoro più per te.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mandò.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Bloccò il numero. Cancellò la chat. Spense il telefono.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Restò in cucina con il tavolo di formica giallo davanti, la sedia rotta sul lato sinistro, il caricabatterie penzolante dalla presa, e capì una cosa che le suore alle scuole medie chiamavano sapere quello che non si sa. Non sapeva se Tarek (o il Tarek di Tarek) avesse capito davvero. Sapeva che lei aveva capito. Aveva capito che il decreto era una cosa che si firmava.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mangiò un pezzo di pane raffermo con olio. Bevve dell&amp;apos;acqua del rubinetto. La caraffa filtrante l&amp;apos;aveva tolta a marzo perché il filtro costava nove euro e durava un mese.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La mattina dopo accese il telefono alle sei e venti. Niente messaggi. Scese le scale. La bici era ancora carica zero. La portò a spalla fino alla stazione di ricarica di porta Mazzini. Aspettò che il display salisse al sessanta. Poi prese il primo pacco della mattina, da una piattaforma diversa, una con il contratto, una che pagava cinque euro a consegna meno di quella di prima.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Era il primo giorno del decreto. Novecentotrentaquattro milioni di euro a Roma. Nessuno per Aurora. Per Aurora c&amp;apos;erano regole. Le regole pagavano cinque euro a consegna in meno.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 039 — Il vocale di un minuto e quarantasette secondi</title>
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    <published>2026-04-30T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-04-30T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">La sepoltura di Ali Ayyoub, soccorritore della Difesa Civile libanese morto la sera del ventotto aprile a Majdal Zoun durante il secondo dei due strike che gli israeliani avevano sganciato sullo…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;La sepoltura di Ali Ayyoub, soccorritore della Difesa Civile libanese morto la sera del ventotto aprile a Majdal Zoun durante il secondo dei due strike che gli israeliani avevano sganciato sullo stesso edificio a diciotto minuti di distanza l&amp;apos;uno dall&amp;apos;altro, ebbe luogo il giorno seguente al cimitero islamico di Tiro, settore est, alle diciotto, con il sole ancora alto sul mare e la sabbia che si era riscaldata durante il giorno e che la sera trattiene il calore meglio del cemento e che per questo (mi disse poi Hassan, fratello minore di Ali) si chiama nella sua famiglia &amp;quot;il riposo della terra&amp;quot;, una espressione che la madre di Ali e Hassan, Souad, aveva sempre usato anche per altre cose che si raffreddavano lentamente, come il pane appena uscito dal forno o le mani di un parente che aveva da poco smesso di lavorare nei campi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Hassan, trentun anni, dipendente del catasto di Tiro, secondo di tre figli, era venuto al cimitero con la Toyota Corolla del duemilasette grigia che era stata di suo padre Jamil prima di essere sua, una macchina che a Tiro tutti riconoscevano per il graffio sul parafango destro e per il portacassette ancora montato sul cruscotto, perché Jamil era morto nel duemilaventidue e Hassan non aveva voluto cambiare niente; e Hassan era arrivato al cimitero con un anticipo di quaranta minuti rispetto alla cerimonia, e aveva parcheggiato fuori dal cancello sotto la pianta del fico della famiglia Daher, che era una famiglia di cui Hassan non conosceva più nessuno ma il fico lo conosceva, perché ci aveva mangiato i fichi freschi a luglio per quindici anni di fila andando al cimitero a trovare il nonno Khaled e poi la zia Rania e poi due cugini.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La cerimonia fu breve. L&amp;apos;imam di Majdal Zoun, che era arrivato anche lui da poco perché Majdal Zoun è a quaranta minuti di macchina da Tiro e perché l&amp;apos;imam di Majdal Zoun aveva tenuto un altro funerale alle quindici per uno dei due civili morti nel primo dei due raid, lesse la fatiha. Karim Ayyoub, fratello maggiore di Ali e Hassan, padre di Mahmoud che ha quattro anni, gettò la prima manciata di terra. La seconda fu di Hassan. La terza di Souad, la madre, che a settantadue anni si chinò davvero sul bordo della fossa e versò la terra dalla mano destra senza appoggiare la mano sinistra, e questo, mi disse poi Hassan, fu il momento in cui capì che la madre aveva deciso che Ali sarebbe stato l&amp;apos;ultimo figlio che avrebbe seppellito.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle ventidue Hassan e Karim e Souad erano a casa di Karim, dove la moglie di Karim, Rana, aveva preparato il riso con il pollo per gli ospiti che erano una ventina, e Mahmoud, che ha quattro anni, dormiva nella stanza dei bambini dalle ventuno e quaranta, e Hassan, che a casa di Karim non si era mai sentito a suo agio neanche prima di tutto questo perché casa di Karim era piena dei suoni dei bambini e Hassan a trentun anni non ne aveva, sedette sul divano del salotto e ascoltò Souad parlare con una vicina di cose pratiche, di chi avrebbe portato il cuscus il giorno dopo, di chi avrebbe ritirato il certificato di morte all&amp;apos;ufficio comunale, di chi avrebbe parlato con la Difesa Civile per le pratiche.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle ventitré e quaranta Hassan disse alla madre che doveva andare a casa, e la madre disse va. Hassan uscì. Andò alla Toyota Corolla parcheggiata sotto la pianta del fico (la pianta del fico era ancora la stessa, anche di notte, anche con la luna che a fine aprile a Tiro era quasi piena). Si chiuse dentro. Alzò il volume del telefono al massimo. Mise il telefono sul cruscotto. Aprì WhatsApp. Andò sulla chat di Ali. L&amp;apos;ultimo messaggio era un vocale di un minuto e quarantasette secondi inviato il ventotto aprile alle ventuno e diciotto, diciotto minuti prima del secondo strike, che Hassan non aveva ascoltato perché alle ventuno e diciotto era in piedi davanti al frigorifero a prendere una bottiglia d&amp;apos;acqua e perché alle ventuno e ventidue gli era arrivata la chiamata di Karim che gli aveva detto Ali è a Majdal Zoun, c&amp;apos;è stato uno strike, sta entrando, e Hassan aveva messo il telefono nella tasca dei pantaloni senza aprire il vocale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Premette play.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La voce di Ali era la voce di Ali, una voce calma e leggermente roca per il fumo (Ali fumava da quindici anni e lo nascondeva alla madre con la stessa scrupolosità con cui un ragazzino nasconde le sigarette nel cassetto), e Ali diceva: &amp;quot;Hassan, sono a Majdal Zoun, edificio sulla via otto, il primo strike è stato dieci minuti fa, ci sono tre persone ancora dentro, fra cui un bambino, mi hanno detto è di Mahmoud l&amp;apos;età, è quattro anni si chiama Mahmoud anche lui è curioso, stiamo entrando con la squadra di Bilal e Ahmad, tu sai che oggi qui si sa, e sai cosa sappiamo qui&amp;quot; (lui usava il &amp;quot;sai cosa sappiamo qui&amp;quot; per il double tap, perché alla Difesa Civile lo chiamavano così, &amp;quot;quello che sappiamo qui&amp;quot;, e l&amp;apos;ottanta per cento degli operatori lo conosceva e ci andava lo stesso). E poi un silenzio lungo, dentro cui si sentivano i rumori della strada e il respiro di Ali che era più corto. Poi Ali sussurrò: &amp;quot;se non torno dì a Souad che ho mangiato il riso che mi aveva preparato martedì&amp;quot;. Si sentì un rumore di metallo, forse una porta. Il vocale finì.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Hassan tenne il telefono sul cruscotto. Restò seduto con le mani sul volante e ascoltò il silenzio dopo. Tirò fuori il telefono dal cruscotto. Lo chiuse. Riavviò la macchina. Tornò a casa di Karim. Mahmoud dormiva ancora nella stanza dei bambini.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 038 — Regolando la cinghia</title>
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    <published>2026-04-29T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-04-29T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Quel ragazzo io lo conosco. Si chiama Idrissa Sawadogo, ha ventitré anni, viene dal villaggio di Kongo a venti chilometri da Djibo, sua madre coltiva il sorgo su sette campi piccoli al margine della…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Quel ragazzo io lo conosco. Si chiama Idrissa Sawadogo, ha ventitré anni, viene dal villaggio di Kongo a venti chilometri da Djibo, sua madre coltiva il sorgo su sette campi piccoli al margine della pista che porta al Mali. Lo hanno preso a gennaio del duemilaventiquattro, una mattina, con altri sei del villaggio. Avevano detto che era volontariato. Avevano fatto firmare. Idrissa la croce l&amp;apos;aveva messa, perché scrivere non sapeva.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il posto di blocco dove lo trovo è a ventidue chilometri da Djibo, sulla pista rossa che taglia la savana del Soum. Una piazzola di terra battuta, un bidone di lamiera bucato che fa da sentinella, una panca di mogano dove si siedono i tre VDP più vecchi a sputare semi di anguria. Volontari per la Difesa della Patria, li chiamano. Idrissa è uno di loro. Idrissa è in piedi accanto al bidone, il fucile a tracolla, la cinghia regolata per qualcun altro, perché a Idrissa il fucile arriva sotto la cintola e gli batte sulla coscia quando cammina. È il quarto turno della settimana. È martedì.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alla radio si sente il comandante che parla da Bobo-Dioulasso. Parla a tratti, l&amp;apos;apparecchio è vecchio, la batteria scarica si scarica più in fretta del solito e nessuno ha la macchina per andare a Djibo a comprare le altre. Il comandante chiede chi è di turno. Sory, il sergente, risponde &amp;quot;Idrissa Sawadogo, Boukary Ouedraogo, Mahamadou Tall, e io.&amp;quot; Il comandante dice qualcosa che non si sente. Sory ripete &amp;quot;ricevuto.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Una donna passa con un carretto. Trentacinque anni, peulh, vestita di blu indaco. Sul carretto due bambini. Il piccolo, due anni, si tiene il viso con le mani. Il più grande, sette anni, tiene il piccolo per la maglietta. La donna si ferma davanti al posto di blocco. Mahamadou ferma il carretto con il piede.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Dove vai.&amp;quot; &amp;quot;All&amp;apos;ospedale di Djibo, il piccolo ha la febbre da tre giorni, deve vedere un medico.&amp;quot; &amp;quot;Da dove vieni.&amp;quot; &amp;quot;Da Tongomayel.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahamadou guarda Sory. Tongomayel è in zona rossa da febbraio. Sory prende la radio, la accende, riferisce. Il comandante alla radio dice qualcosa, poi qualcosa di più chiaro, poi qualcosa che si sente: &amp;quot;Tienila.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Idrissa pensa al sorgo. Pensa che a maggio a Kongo si comincia a seminare. Pensa a Boukary, a suo fratello Boukary che li aveva chiamati anche lui, ma Boukary aveva la gamba storta dalla nascita, l&amp;apos;avevano rimandato, era rimasto al villaggio, era lui che adesso seminava il sorgo per la madre. Idrissa pensa al carretto. Idrissa pensa che il piccolo ha la stessa età che aveva sua sorella Aminata quando era morta di malaria nel duemilanove perché all&amp;apos;ospedale di Djibo non c&amp;apos;erano arrivati in tempo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna capisce che la stanno tenendo. Scende dal carretto. Prende il piccolo in braccio. Tira il più grande per la mano. Comincia a camminare verso Djibo, lascia il carretto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sory grida &amp;quot;ferma.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna non si ferma.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sory grida una seconda volta, in francese: &amp;quot;arrête.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La donna cammina più in fretta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alla radio il comandante grida &amp;quot;tirez.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahamadou alza il fucile, spara. Boukary, l&amp;apos;altro Boukary, alza il fucile, spara. Sory alza il fucile, spara. La donna cade. Il piccolo cade. Il più grande corre. Sparano anche al più grande, gli sparano nella schiena, cade dopo dodici passi. Restano tre corpi sulla pista rossa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Idrissa alza il fucile. Lo punta. La canna trema, il calcio gli batte la spalla, la cinghia larga gli scivola lungo il braccio. Idrissa abbassa il fucile. Resta con il fucile nelle due mani, abbassato, davanti al bidone bucato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sory lo vede. Non dice niente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mahamadou e l&amp;apos;altro Boukary vanno verso il carretto. Sory resta vicino al bidone. Guarda Idrissa. Idrissa guarda Sory. Per due secondi si guardano. Poi Sory si gira, prende la radio, dice &amp;quot;neutralizzati. Tre.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il comandante alla radio dice &amp;quot;buon lavoro.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tre giorni dopo, al campo di Djibo, davanti all&amp;apos;ufficio del comandante, Sory dice a Idrissa che è trasferito. &amp;quot;Kongoussi. Parti domani mattina, alle cinque, c&amp;apos;è il pick-up.&amp;quot;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Kongoussi è la zona delle imboscate. A marzo da Kongoussi non sono tornati quattro ragazzi, due erano del villaggio di Idrissa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Idrissa la sera, prima di partire, va al dormitorio. Prende una matita di carbonio dalla tasca del compagno di branda. Scrive sul muro di calce, con una calligrafia di chi non sa scrivere bene: Idrissa Sawadogo, Soum, sorgo. Mette il punto fermo. Mette la matita sul tavolino. Si corica.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La mattina alle cinque sale sul pick-up. A Kongoussi il posto di blocco è una piazzola identica, con un bidone identico, e una panca diversa. Ci sono tre VDP che non conosce. Si presentano. Idrissa si presenta. Si mette in piedi accanto al bidone. Si toglie il fucile dalla spalla, lo guarda, regola la cinghia. La cinghia è lunga, regolata per qualcun altro. Idrissa la regola. Se lo rimette a tracolla. Adesso il fucile gli arriva al fianco, alla giusta altezza. La cinghia è regolata per lui.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 037 — Mai</title>
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    <published>2026-04-28T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-04-28T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Il diciassette aprile alle quattordici e quaranta ora locale i quindici scendono dall&apos;autobus dell&apos;aeroporto di N&apos;djili. La pista è alle spalle. Il cancello del Venus Village è davanti. È un cancello…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Il diciassette aprile alle quattordici e quaranta ora locale i quindici scendono dall&amp;apos;autobus dell&amp;apos;aeroporto di N&amp;apos;djili. La pista è alle spalle. Il cancello del Venus Village è davanti. È un cancello di lamiera azzurra con la scritta del nome dell&amp;apos;hotel a vernice gialla.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sono partiti da Houston ventinove ore prima. Sono di Colombia, Ecuador, Perù. Sono i primi quindici dell&amp;apos;accordo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il colombiano è il dodicesimo a scendere. Tiene la borsa di plastica del rimpatrio nella mano destra. La borsa contiene: una camicia bianca, un paio di calzini, uno spazzolino con la setola consumata, una busta sigillata con i documenti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il direttore del Venus Village si chiama Lukombo. Si presenta in francese. Distribuisce le chiavi delle stanze. Le chiavi sono sei. Le stanze sono quindici. Si dorme in tre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La stanza 207 è al primo piano. Ha due letti singoli e una branda. Un peruviano è già nel letto del fondo. Un ecuadoregno arriva subito dopo il colombiano. Il colombiano prende la branda.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il visto è di sette giorni. Lo dice il foglio del rimpatrio. Lo dice anche Lukombo, in francese, che il colombiano non capisce. Una donna ecuadoregna traduce. Sette giorni a partire dal diciassette. Scade il ventiquattro. Dopo il ventiquattro il foglio non dice niente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il primo giorno alle undici l&amp;apos;acqua si interrompe. Il colombiano è in bagno. Il rubinetto fa un suono di tosse e poi smette. Il colombiano scende al pianterreno con la bottiglia vuota della stanza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il banco-bar è alla destra dell&amp;apos;ingresso. C&amp;apos;è un addetto con la camicia rossa. Il colombiano gli mostra la bottiglia. Dice: agua. L&amp;apos;addetto guarda. Non risponde.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Una signora congolese sulla sedia accanto al banco dice una parola. Dice: mai. Il colombiano la guarda. La signora ripete: mai. Indica la bottiglia. Il colombiano dice: mai. L&amp;apos;addetto sorride. Tira fuori una bottiglia da un litro e mezzo dal frigorifero del banco. La consegna.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il colombiano dice: mai. Lo dice un&amp;apos;altra volta, perché la prima non è uscita giusta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il secondo giorno l&amp;apos;acqua si interrompe alle nove. Il colombiano scende. Dice: mai. L&amp;apos;addetto gli dà la bottiglia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il terzo giorno l&amp;apos;acqua si interrompe alle dieci e venti. Il colombiano scende. Dice: mai.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il quarto giorno l&amp;apos;acqua si interrompe alle otto e dieci. Il colombiano è il primo a scendere. Il banco è aperto da poco. L&amp;apos;addetto sta sistemando le bottiglie sul ripiano. Si gira verso il colombiano. Il colombiano dice: mai.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;apos;addetto gli dà la bottiglia. Si ferma con la mano sul collo della bottiglia, prima di lasciarla. Dice in francese: comment vous appelez-vous. Il colombiano non risponde. L&amp;apos;addetto cambia lingua. Dice in spagnolo, lentamente: cómo se llama.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il colombiano dice il proprio nome. Lo dice intero: nome, primo cognome, secondo cognome.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;È la prima volta che lo dice in Repubblica Democratica del Congo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;apos;addetto dice: io mi chiamo Bisengo. Bi-sen-go. Il colombiano ripete: Bi-sen-go. L&amp;apos;addetto sorride.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il colombiano sale in stanza con la bottiglia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il quinto giorno l&amp;apos;acqua si interrompe alle sette. Il colombiano scende prima ancora che il sole arrivi al cortile. Bisengo è già al banco. La luce gialla del banco è accesa. La cassa di plastica è sul ripiano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il colombiano dice: mai. Bisengo gli dà la bottiglia. La consegna intera, senza fermarsi sul collo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lukombo entra dalla porta del corridoio. Si ferma a tre passi dal banco. Dice qualcosa a Bisengo in lingala. La frase è breve. Bisengo risponde. La risposta è ancora più breve.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lukombo guarda il colombiano. Il colombiano tiene la bottiglia con tutte e due le mani. Lukombo non gli dice niente. Si volta. Esce dal corridoio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Bisengo prende un dito di succo di mango da una caraffa che è dietro il banco. Lo versa in un bicchiere di plastica. Lo passa al colombiano. Dice: para usted. Mañana también.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il colombiano dice: gracias.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sale in stanza. Mette la bottiglia sul comodino. Mette il bicchiere di succo di mango accanto. Beve metà del succo. Si siede sul bordo della branda.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il visto scade fra tre giorni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il colombiano apre la borsa di plastica. Tira fuori la busta sigillata dei documenti. Cerca il foglio col numero di telefono di sua sorella, a Quibdó. Il foglio c&amp;apos;è. Il numero è scritto a penna blu. La penna è sbiadita.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Domani scenderà al banco con la bottiglia vuota e con la busta. A Bisengo dirà: mai. Poi gli mostrerà il foglio. Bisengo capirà.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando la sorella risponderà, il colombiano le dirà che sta bene. Le dirà che il visto finisce sabato e che lui non sa dove andrà lunedì. Le dirà che è in un paese che si chiama Repubblica Democratica del Congo, in una città che si chiama Kinshasa, anche se di Kinshasa lui non ha visto niente perché in cinque giorni non è mai uscito dal Venus Village. Le dirà che ha imparato una parola in una lingua nuova. Le dirà la parola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mai.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 036 — Marshalltown</title>
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    <published>2026-04-27T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-04-27T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Il cugino di Linda Hauser si chiama Brian Hauser, ha trentanove anni, è agente Enforcement and Removal Operations dell&apos;Immigration and Customs Enforcement nel distretto di Cedar Rapids da nove anni,…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Il cugino di Linda Hauser si chiama Brian Hauser, ha trentanove anni, è agente Enforcement and Removal Operations dell&amp;apos;Immigration and Customs Enforcement nel distretto di Cedar Rapids da nove anni, e mercoledì nove aprile alle due e dodici di pomeriggio le ha fatto una telefonata di tre minuti e dodici secondi mentre Linda era nel parcheggio del Hy-Vee con i sacchetti della spesa nel bagagliaio: tutto bene al lavoro, hai notato facce nuove, una domanda fatta come se fosse un saluto, e Linda ha detto no, solo Wally che è tornato dal congedo, e Brian ha riso e ha detto Wally Wally, e poi si sono salutati.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Brian al Thanksgiving del duemilaventicinque, alla casa della madre, davanti al tacchino, aveva detto non si fa abbastanza, e Linda aveva annuito perché Brian aveva pagato il primo semestre di Marshalltown Community College alla cugina più piccola Jenna, due anni di infermieristica con il prestito che la cugina aveva potuto saltare grazie a quei tremilaseicento dollari. Brian è il cugino più ricco della famiglia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il sei aprile, alla stazione quattordici della fila B del JBS Beef Plant di Marshalltown, ha cominciato a lavorare un uomo che si chiama Esteban Mejía, ha quarantun anni, è arrivato a Marshalltown il diciassette marzo via Greyhound da McAllen, Texas, è irregolare, è stato assunto dalla società di subappalto che copre i turni scoperti dopo la perdita di lavoratori al rinnovo dei permessi del duemilaventicinque, e disossa la paleta col coltello Victorinox da diciotto centimetri, lama curva, manico antiscivolo nero, che il responsabile attrezzature gli ha consegnato il primo giorno con dentro il numero del cassetto inciso a punzone sul mozzo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il floor del JBS Beef Plant di Marshalltown è un parallelogramma di trentotto metri per ventidue, otto pilastri di cemento armato, soffitto a quattordici metri, condotti dell&amp;apos;aria condizionata che mantengono la sezione disosso a quattro gradi tutto l&amp;apos;anno, ottantasette posti distribuiti su cinque file dalla A alla E, e sopra ogni stazione un faretto LED da quaranta watt che annulla l&amp;apos;ombra perché disossare nell&amp;apos;ombra produce errore e l&amp;apos;errore al disosso è un costo che il piano di Greeley calcola in centodieci dollari per chilo se il pezzo finisce nello scarto e in millequattrocento dollari se l&amp;apos;OSHA arriva. Linda dalla sua stazione alla fila C, posizione tredici, vede dritto davanti a sé la fila B dalla nove alla sedici, vede di scorcio la fila A dalla undici alla quattordici, vede in piedi senza inclinare la testa la stazione quattordici della fila B, dove la mano sinistra di Esteban tiene il muscolo. La mano sinistra di Esteban non trema. È una mano che ha tagliato canne a Quetzaltenango per quattordici anni prima di arrivare a McAllen via Tapachula. Il pezzo che disossa pesa nove chili e sette etti. Esteban ne fa centoventi all&amp;apos;ora. La media del floor è centocinque. Wally Patterson, sessantun anni, lo guarda due volte all&amp;apos;ora.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle quattordici e quarantasette Linda apre il telefono nella tasca della tuta. Il telefono è un iPhone dodici, custodia rossa. Apre l&amp;apos;app Messaggi. Apre la conversazione con Brian. L&amp;apos;ultima cosa che Brian le aveva scritto era domenica: domenica vieni a cena. Linda non aveva risposto. Linda scrive: ce n&amp;apos;è uno alla quattordici fila B parlerò domani. Tocca invia. Il messaggio passa da bozza a inviato. Sotto compare la spunta di consegnato. Linda mette il telefono nella tasca. Resta a guardare Esteban. Esteban non l&amp;apos;ha mai vista. Per due minuti e diciassette secondi guarda Esteban. Poi torna al pezzo davanti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle quattordici e cinquanta Wally grida. Esteban ha sbagliato un taglio. Il pezzo della paleta è andato sul nastro dello scarto invece che sul taglio secondario. Wally ferma la fila B alla quattordici per il riposizionamento. Linda dalla tredici della C sente Wally che dice Mejía, riprova. Linda alza la mano. Linda dice a Wally a voce alta, Wally fammelo passare, lo rifaccio io. Wally la guarda, si gira, dice okay Hauser. Il pezzo di Esteban viene passato a Linda. Linda lo riprende dal nastro. Lo rimette sul piano. Lo rifa. Tre minuti. Lo passa al taglio secondario. La fila ricomincia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle quattordici e cinquantacinque Linda guarda Esteban. Esteban la guarda. Per un secondo. Esteban abbassa la testa. Riprende a disossare. La sua mano sinistra non trema. Linda apre il telefono. Apre Messaggi. La conversazione con Brian. Il messaggio è ancora lì. Linda preme a lungo. Compaiono le opzioni. Tocca elimina. Compare la richiesta di conferma. Tocca elimina per tutti. Il messaggio sparisce. Compare la riga: questo messaggio è stato eliminato. Linda mette il telefono nella tasca. Linda non sa se Brian lo ha letto prima.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle ventidue suona la sirena del fine turno. Linda esce dallo spogliatoio alle ventidue e undici. Cammina verso il parcheggio. Quattro Chevrolet Tahoe nere con i vetri fumé sono parcheggiate a ferro di cavallo davanti all&amp;apos;uscita dello spogliatoio uomini, motori accesi, fari spenti. Otto agenti in giubbotto tattico nero con la scritta POLICE ICE in giallo sul retro stanno fermi a semicerchio. Esteban Mejía esce dallo spogliatoio uomini alle ventidue e tredici. Due agenti gli vanno incontro. Lo prendono per le braccia, una per uno. Gli fanno mettere le mani dietro la schiena. Gli mettono i lacci di plastica nera ai polsi. Lo accompagnano alla seconda Tahoe. Lo fanno salire dietro. La portiera si chiude. Tutto dura cinquantotto secondi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Linda è ferma a sei metri. Tiene la chiave della macchina nella mano destra. Il portachiavi è una ghianda di metallo che le ha regalato Jenna a Natale. Una delle Tahoe parte. Le altre tre la seguono. Il convoglio gira a destra verso la West Lincoln Way. Le luci posteriori si fanno piccole. Linda guarda fino a quando spariscono. Il parcheggio torna ai rumori del condizionatore del lato sud dell&amp;apos;edificio. Alla stazione quattordici della fila B il coltello Victorinox è sul piano col numero del cassetto verso l&amp;apos;alto. Linda apre il telefono. Apre Messaggi. La conversazione con Brian è ancora aperta. La riga questo messaggio è stato eliminato è in alto. Linda guarda lo schermo. Non sa se Brian lo ha letto prima. Non lo saprà mai.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 035 — Il telefono si accende</title>
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    <published>2026-04-26T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-04-26T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Il calendario lunare è appeso al palo del cortile da gennaio. Lìxià cade il cinque maggio. Wei Lin lo sa perché lo guarda due volte al giorno. La distanza tra il ventitré aprile e il cinque maggio è…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Il calendario lunare è appeso al palo del cortile da gennaio. Lìxià cade il cinque maggio. Wei Lin lo sa perché lo guarda due volte al giorno. La distanza tra il ventitré aprile e il cinque maggio è di dodici giorni. I sette mu di sorgo dolce non sono ancora seminati. Il sorgo dolce piantato dopo lìxià più sette giorni non rende. Lo sa lei, lo sapeva sua suocera, lo sapeva la madre della suocera. Il sapere è familiare. È anche scritto sul foglio del Bureau Agricolo che Wei Lin ha attaccato al muro accanto al calendario.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il funzionario rurale Zhang arriva alle dieci e dodici. Motorino Loncin grigio. Quarantasei anni, occhiali con la stanghetta riparata col nastro adesivo. Smonta dal motorino. Guarda Wei Lin, dice ni hao. Wei Lin dice ni hao.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Zhang spiega. Il sussidio agricolo per il sorgo dolce e per il mais è digitalizzato da quest&amp;apos;anno. L&amp;apos;app si chiama Huinongbao. Si scarica dal codice QR sul foglio nuovo del Bureau. Si crea l&amp;apos;account con il numero del codice fiscale del capofamiglia. Si genera un QR code dell&amp;apos;agricoltore. Si manda il QR a Zhang via WeChat. Zhang lo registra nel sistema della contea. Il sussidio arriva sul conto bancario del capofamiglia entro venti giorni. Il capofamiglia di questa famiglia è Liu Hongwei. Liu Hongwei è il marito di Wei Lin.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wei Lin chiede se può intestare il QR a se stessa. Zhang dice di no. Per intestare a un altro nome bisogna andare al Bureau della contea, presentare i documenti, aspettare la pratica. Sei mesi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wei Lin guarda il calendario. Dodici giorni a lìxià. Settantottomila yuan è quanto guadagna in un anno il marito a Wenzhou nelle cucine, lo guadagnava nel duemilaventuno. Quattromiladuecento yuan è il sussidio. La piccola Liu Xiaoyu a settembre comincia il sesto anno della scuola elementare a Zhengzhou. Tremila yuan è il supplemento che la scuola chiede per i figli dei migranti senza hukou di Zhengzhou.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Zhang dice che torna giovedì. Riparte col motorino. Wei Lin resta nel cortile.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wei Lin entra in casa. Il comò è di legno scuro con la carta da zucchero rovinata sull&amp;apos;angolo destro. Apre il primo cassetto. Dentro ci sono i documenti, il libretto di famiglia, l&amp;apos;hukou. Apre il secondo. Dentro ci sono i calzini di lana di Hongwei. Apre il terzo. Dentro c&amp;apos;è il telefono Huawei P9 di Hongwei. Lo prende. Lo guarda. È spento da quattro anni. La cover è azzurra, la batteria è scarica. Wei Lin lo collega al carica-batterie cinese del marchio Sansheng che è ancora nella presa accanto al letto. La spia rossa si accende. Wei Lin aspetta sei minuti. Preme il pulsante.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il telefono si accende. Logo Huawei. Sfondo nero. Richiesta password. Sei cifre. Wei Lin digita: due zero zero otto zero nove zero uno. La password è la data del primo giorno di scuola della figlia maggiore, primo settembre duemilaotto. Hongwei l&amp;apos;aveva scelta lui. Era prima di partire.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il telefono entra. Cerca rete. Vibra. Trova rete. Vibra di nuovo. Le notifiche arrivano. Quarantaquattro WeChat non letti, sei chiamate perse, undici SMS, sette aggiornamenti di sistema. Tutti con la data che va da agosto duemilaventuno a marzo duemilaventidue. Il gruppo WeChat dei lavoratori del villaggio a Wenzhou ha ottocento messaggi accumulati e poi il silenzio del telefono spento. Hongwei ha un altro numero da quattro anni, sul telefono nuovo. Manda i soldi tre volte all&amp;apos;anno tramite WeChat Pay. La pensione dell&amp;apos;anziana suocera viene da lì.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wei Lin scarica Huinongbao. Inserisce il numero del codice fiscale di Hongwei. La pagina chiede conferma del numero di telefono. Wei Lin digita il proprio numero. Riceve l&amp;apos;SMS. Conferma. La pagina chiede l&amp;apos;indirizzo del campo. Wei Lin digita il numero del catasto: 41-1622-007. Sette mu di sorgo dolce. La pagina genera il QR code. Wei Lin fa lo screenshot. Lo manda a Zhang via WeChat. Zhang risponde con un&amp;apos;emoji del pollice in alto. Poi scrive: ricevuto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Wei Lin guarda il telefono di Hongwei. È acceso da undici minuti. La batteria è al settantatré per cento. Sullo schermo sta arrivando un SMS dell&amp;apos;operatore: il credito è scaduto da millequattrocentocinquanta giorni. Wei Lin lo legge. Non risponde. Posa il telefono sul tavolo. Va in cucina, scalda l&amp;apos;acqua, prepara il tè, beve.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando torna in camera il telefono di Hongwei si è spento da solo. La batteria adesso è al sessantanove per cento. Wei Lin lo stacca dal carica-batterie. Lo rimette nel terzo cassetto. Chiude il cassetto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Esce nel cortile. Il calendario lunare è ancora appeso al palo. Wei Lin prende dalla tasca del grembiule la matita rossa che usa per correggere i compiti della figlia minore. La matita è corta, due dita. Wei Lin si avvicina al calendario. Trova il cinque maggio. Disegna un cerchio attorno al numero. Il cerchio è leggermente storto, perché il calendario si muove al vento. Il segno della matita è rosso scuro, quasi marrone. La matita si è consumata. Wei Lin la rimette in tasca. Resta a guardare il cerchio. Il cerchio è fatto. Il giorno è segnato. Il calendario continua a muoversi.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 034 — L&apos;ombra parallela</title>
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    <published>2026-04-25T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-04-25T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">Garang Mayen Deng arrivò alla sede del South Sudan Council of Churches a Juba alle nove del ventiquattro aprile. Aveva settantanove anni. Era nato nel 1947. Era stato ufficiale dell&apos;Esercito Popolare…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;Garang Mayen Deng arrivò alla sede del South Sudan Council of Churches a Juba alle nove del ventiquattro aprile. Aveva settantanove anni. Era nato nel 1947. Era stato ufficiale dell&amp;apos;Esercito Popolare di Liberazione del Sudan dal 1983 al 1992, poi insegnante di scuola elementare a Bor fino al ritiro. Aveva viaggiato due giorni. Da Bor a Yei in jeep, da Yei a Juba in un minibus condiviso. Portava il bastone tra le ginocchia per tutto il viaggio. Il bastone si chiamava rweng nella sua lingua. Era di legno di mogano locale. Aveva l&amp;apos;estremità superiore arrotondata dal palmo di tre generazioni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;All&amp;apos;ingresso lo registrò un giovane impiegato in camicia bianca. Gli diede un badge di plastica con il proprio nome stampato e una corda blu da appendere al collo. Garang lo prese ma non lo mise al collo. Lo tenne in mano insieme al bastone.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La sala riunioni era al primo piano. Tavolo lungo di mogano lucido. Quattordici sedie. Tre finestre che davano sulla via, dove un venditore di mango passava ogni venti minuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Garang entrò. Vide la disposizione. A destra, sette uomini Jieng. A sinistra, sette uomini Nuer. Bor, novembre 1991: una fazione Nuer attaccò la città Dinka, tremila morti in due settimane, le mandrie disperse. Bor, dicembre 2013: la città bruciata una seconda volta. Guerra civile 2013-2018, forze Dinka del governo contro forze Nuer dell&amp;apos;opposizione: quattrocentomila morti, quattro milioni di sfollati. Jonglei, tre febbraio 2026: l&amp;apos;aviazione del governo bombardò l&amp;apos;ospedale di Lankien. Pankor, ventisei febbraio: civili uccisi mentre al Council of Churches si teneva la consultazione degli anziani. Duecentottantamila sfollati nel Jonglei.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Fra i sette Jieng, Garang riconobbe due uomini che conosceva da prima del 1991. Fra i sette Nuer, uno solo. L&amp;apos;uomo che conosceva si chiamava Kuol Riek. Avevano avuto le terre confinanti a Bor. Avevano condiviso i pozzi nella stagione secca per ventidue anni. Le mandrie delle due famiglie pascolavano insieme da settembre a marzo. Le mandrie disperse nel novembre 1991 non erano mai più state ricomposte. Si erano visti per l&amp;apos;ultima volta in quel mese. Kuol aveva combattuto con la fazione di Nasir dal 1991 al 1995, poi era diventato funzionario civile a Malakal. Garang e Kuol non si erano mai incontrati in battaglia. Kuol aveva il bastone appoggiato al fianco destro, contro la gamba della sedia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il moderatore era un pastore presbiteriano di nazionalità keniota. Si chiamava reverendo Wamai. Parlava inglese e dinka. Non parlava nuer. La traduzione nuer era affidata a una giovane donna. Si chiamava Nyamal. Aveva ventiquattro anni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il moderatore aprì alle nove e quaranta. Disse che il protocollo del processo di pace prevedeva tre giorni di consultazioni. Disse che il primo giorno era dedicato all&amp;apos;ascolto. Parlò per venti minuti. Citò l&amp;apos;Accordo Rivitalizzato sulla Risoluzione del Conflitto nel Sud Sudan del settembre 2018. Citò la conferenza consultiva del Council of Churches del ventisei febbraio 2026. Le frasi erano lunghe. Le frasi erano educate. Garang ascoltò. Le mani le teneva piatte sul tavolo, palmo in giù, ai lati del badge che ancora non aveva messo al collo. Il bastone era tra le sue ginocchia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nyamal porse l&amp;apos;acqua a Garang. Gliela porse con la mano sinistra, perché stava traducendo a Kuol Riek alla sua destra e aveva la destra impegnata. Garang la prese con la mano sinistra. Tenne la destra ferma sul tavolo, palmo in giù. La mano sinistra non era la mano corretta per ricevere acqua da una donna più giovane. Garang la prese comunque. Bevve un sorso. Pose il bicchiere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A questo punto il moderatore propose una pausa di dieci minuti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nessuno si alzò. La sala restò ferma. Anche il rumore della via, fuori, parve attenuarsi: il venditore di mango era passato sette minuti prima e non sarebbe ripassato per altri tredici.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Garang si alzò. Prese il rweng. Lo prese con due mani, alle estremità. Camminò i quattro passi che lo separavano dal centro del tavolo. Pose il bastone in orizzontale sopra il piano del tavolo, lungo l&amp;apos;asse longitudinale, in modo che separasse i sette Jieng dai sette Nuer. Lo lasciò andare. Tornò alla sua sedia. Si sedette.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il bastone era posato a metà. La luce delle tre finestre lo prendeva da dietro. Faceva un&amp;apos;ombra sottile sul mogano del tavolo. L&amp;apos;ombra arrivava fino al bordo opposto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il moderatore non parlò. Cercò con gli occhi il proprio appunto. Lo trovò. Lo lasciò.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Kuol Riek si alzò.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si alzò lentamente, perché aveva settantasette anni e un&amp;apos;anca operata nel 2019 a Khartoum. Prese il proprio bastone dal fianco della sedia. Era di legno di teak. Si chiamava kwoth. Camminò i quattro passi. Pose il proprio bastone sopra il tavolo, parallelo a quello di Garang, a circa quindici centimetri di distanza, lungo lo stesso asse. Tornò al proprio posto. Si sedette.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesso al centro del tavolo c&amp;apos;erano due bastoni. Paralleli. Quindici centimetri uno dall&amp;apos;altro. Il bastone di mogano e il bastone di teak. Le due ombre sul mogano del tavolo erano quasi sovrapposte: la luce le confondeva.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nyamal, la traduttrice, smise di tradurre. Aveva la matita ferma sopra il taccuino. Non sapeva cosa scrivere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il moderatore disse, in inglese: signori, torniamo all&amp;apos;agenda?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Garang rispose, in dinka: no. Partiamo dai bastoni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nyamal tradusse, in nuer: il vecchio dice che cominciamo dai bastoni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Kuol Riek annuì.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il vecchio dei Jieng alla destra di Garang aveva settantadue anni. Era stato insegnante di scuola elementare a Bor. Era un lontano cugino di Garang. Aveva perso il fratello e due figli nel novembre del 1991. Disse, in dinka: cominciamo dai bastoni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nyamal tradusse.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il più giovane dei Nuer, un uomo di quarantatré anni, comandante di un settore dell&amp;apos;Esercito Popolare di Liberazione del Sudan in Opposizione nella regione di Leer fino al cessate il fuoco del febbraio 2025, ultima azione documentata a Mayendit, guardò il proprio bastone. Era in metallo e plastica. Recente. Si alzò. Camminò i quattro passi. Pose il proprio bastone sopra il tavolo, parallelo agli altri due, a quindici centimetri dal kwoth di Kuol, lungo lo stesso asse. Tornò al proprio posto. Si sedette. Disse, in nuer: cominciamo dai bastoni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nyamal tradusse.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il moderatore prese il proprio appunto e lo girò a faccia in giù sul tavolo. Disse: cominciamo dai bastoni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nyamal riprese la matita. Scrisse una riga sul taccuino. Non era una traduzione.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Adesso al centro del tavolo c&amp;apos;erano tre bastoni. Paralleli. Quindici centimetri fra l&amp;apos;uno e l&amp;apos;altro. Due di legno antico e uno di metallo recente. Tre ombre sul mogano lucido: le prime due quasi sovrapposte, la terza più diritta e nitida. La luce le componeva in una sola linea spezzata.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I tre bastoni rimasero paralleli al centro del tavolo per il resto della mattina. La luce delle tre finestre si spostò sul mogano lucido. Le tre ombre si separarono di qualche centimetro verso le undici. Si riavvicinarono verso mezzogiorno. A mezzogiorno e dieci tornarono a confondersi in una sola linea.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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    <title type="text">Everyday 033 — Il pomello</title>
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    <published>2026-04-24T00:00:00.000Z</published>
    <updated>2026-04-24T00:00:00.000Z</updated>
    <summary type="text">E allora entro nel salone e i mobili sono già coperti con i lenzuoli che Safiya ha sistemato ieri sera prima di partire per Shubra, lenzuoli bianchi con la cimosa rossa che mia madre aveva comprato…</summary>
    <content type="html">&lt;p&gt;E allora entro nel salone e i mobili sono già coperti con i lenzuoli che Safiya ha sistemato ieri sera prima di partire per Shubra, lenzuoli bianchi con la cimosa rossa che mia madre aveva comprato al mercato di Attaba nel millenovecentonovantadue, e io guardo la tavola coperta e ricordo che mia madre in quello stesso posto mi versava il tè nero la domenica mattina, e guardo il divano coperto e ricordo che mio padre leggeva *Al-Ahram* seduto su quel divano che allora era di velluto verde bottiglia e oggi è di un tessuto scuro che non ho mai capito, e penso che lunedì alle otto arriva la ruspa e io devo avere finito in fretta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Oggi è venerdì ventiquattro aprile. Lo dico a me stesso come se fosse una data importante, e in un certo senso è una data importante: lunedì alle otto arriva la ruspa e io devo avere finito entro domenica sera. Martedì questa casa sarà un cumulo di mattoni con dentro un&amp;apos;eco della mia infanzia che nessuno più sentirà. Io ho sessantaquattro anni e sono nato in questa casa, Galaa ventiquattro, terzo piano, il sei luglio del millenovecentosessantadue. Mio padre aveva comprato l&amp;apos;appartamento tre anni prima, nel cinquantanove, da un mercante armeno che emigrava in Canada; il prezzo era trecento sterline egiziane e mio padre aveva impiegato sette anni a pagare. Quando morì nel duemilatré mi lasciò la casa e un orologio a tasca Tissot che adesso è nella scatola da scarpe sul tavolo del soggiorno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La scatola. La scatola è di cartone, era la scatola di un paio di scarpe Bata numero quarantadue che avevo comprato a Zamalek nel novantacinque. Dentro ci ho messo cinque oggetti. L&amp;apos;orologio del padre, il Tissot con la catena di rame che non funziona più dal due mila quindici. *Tartarin de Tarascon* di Alphonse Daudet, edizione Flammarion, millenovecentotrentadue, che mio padre leggeva in francese e che io ho cominciato tre volte senza finirlo. *Les Misérables* volume uno, stessa edizione. *L&amp;apos;Étranger* in edizione tascabile del settantotto. E la foto del matrimonio mio e di Safiya, dieci giugno novantuno, al centro c&amp;apos;è Safiya col vestito bianco che sua sorella le aveva cucito, ai lati ci sono i parenti che io oggi conto sulle dita di una mano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Cinque oggetti. La scatola è quasi piena. C&amp;apos;è ancora spazio per uno, forse due. A Shubra l&amp;apos;appartamento che abbiamo affittato è di trentadue metri quadri al settimo piano di un palazzo senza ascensore; abbiamo trattato per tre mesi, il prezzo è ottomila sterline al mese, la metà di quello che il comune ci ha dato per Galaa ventiquattro, due mila quattrocento sterline al metro quadro per centosedici metri. Il conto lo vede anche un bambino. Safiya ha detto: *Mohamed, non portare troppe cose vecchie, non c&amp;apos;è spazio.* Io ho detto va bene, Safiya.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Vado alla cucina. Aprendo il pensile vedo la cassetta degli attrezzi di mio padre, quella verde di ferro con il coperchio che non chiude più, che papà teneva sopra il frigorifero dagli anni sessanta. La prendo. Trovo il cacciavite a taglio, manico in legno rosso, che ricordo nelle sue mani. Torno alla porta di ingresso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il pomello è di ottone e papà lo aveva fatto mettere nel sessantatré perché quello originale si era staccato il giorno dell&amp;apos;inaugurazione, e aveva pagato un artigiano del quartiere, e aveva scelto ottone e non ferro perché l&amp;apos;ottone non arrugginisce. Non avevo mai svitato un pomello in vita mia; le mani non sapevano cosa fare. Infilo il cacciavite nella fessura. La vite è arrugginita, la testa si spana al secondo tentativo. Allora prendo un coltello della cucina, un coltello di acciaio che Safiya usa per il pane, e faccio leva tra il pomello e la porta. Dopo quattro tentativi il pomello si libera con un piccolo sussulto che mi rimane nel polso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lo tengo nella mano destra. È freddo, pesa la metà di quanto pensavo pesasse. La porta ora ha un buco quadrato dove entravano la vite e il cilindro. Non guardo il buco. Guardo il pomello.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Torno al soggiorno. Apro la scatola. Cinque oggetti. Guardo *Tartarin*. Il libro che non ho mai finito. Lo tiro fuori dalla scatola. Lo metto sul pavimento. Metto il pomello al suo posto. Chiudo la scatola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Resto un minuto a guardare il libro sul pavimento. Poi lo prendo. Scendo le scale con la scatola sotto il braccio destro e *Tartarin* sotto il braccio sinistro. Quattro piani. Al portone al piano terra ci sono le pile di cose che i condomini lasciano per i riciclatori: carta, stracci, pentole storte. Metto *Tartarin* sopra la pila della carta. Lo guardo per un secondo. Poi esco in strada.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Corso Ramses, stazione, treno per Shubra. Mi siedo accanto al finestrino con la scatola sulle ginocchia. Il treno parte. Guardo fuori. Penso: *Tartarin* era un libro che non avevo mai finito, e papà non aveva mai saputo che io non avrei mai finito *Tartarin*.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La scatola adesso pesa di più. Il pomello.&lt;/p&gt;</content>
    <author><name>Everyday Endless</name></author>
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