Everyday Endless
Everyday 001 · 02026.03.23

Il punto sei

Le setole della spazzola industriale toccarono il cemento della pista tre e il suono fu quello di un animale che raschia il fondo di una ciotola vuota. Tom Ferrante era in ginocchio al centro della pista chiusa, con il secchio del solvente alla sua sinistra e il registro dei compiti alla sua destra, aperto sulla pagina del passaggio undici.

Il segno era lungo quanto un uomo disteso e largo quanto un passo. Aveva il colore delle cose che bruciano quando non dovrebbero bruciare.

Ferrante applicò il solvente con il movimento circolare che la procedura prescriveva, dal bordo esterno verso il centro, contando le passate come aveva sempre fatto, su ogni pista dove aveva lavorato, e ne aveva contate migliaia, di passate, su cemento che aveva assorbito di tutto, prima di passare al punto successivo.

Quindici. Sedici. Diciassette.

Dawson arrivò dalla recinzione con il passo di uno che non ha fretta.

«Non vuoi la macchina?»

«La macchina è per le superfici grandi. Questo è il passaggio undici.»

«Sempre con i passaggi.»

«I passaggi esistono per qualcosa.»

Dawson alzò le spalle e tornò al furgone. Ferrante tornò al segno. Il solvente aveva un odore che pungeva gli occhi. Lui lo conosceva come si conosce il sapore della propria saliva, perché in ventuno anni di piste non aveva mai usato un solvente diverso e le sue mani non avevano mai fatto un gesto diverso.

Il cemento di quella pista aveva una grana che assorbiva le cose e le faceva sue. Olio, gomma, cherosene, fluidi che il manuale catalogava come residui organici. Dopo un po’ il segno non era più un segno: era la pista. Ferrante lo sapeva. Per questo contava.

Dawson tornò con due caffè nel bicchiere di plastica. Ne appoggiò uno sul bordo del secchio.

«Se si versa è colpa tua» disse Ferrante senza alzare lo sguardo.

«Se si versa è un altro passaggio. Ti conviene.»

Ferrante quasi sorrise. Bevve un sorso. Il caffè aveva il sapore di plastica e di macchina automatica, che è lo stesso sapore in qualunque aeroporto del mondo.

Il vento portò l’odore del cherosene dalla parte della pista dove nessuno aveva ancora pulito. L’aria cambiò. Le luci blu di bordo erano ancora accese nel giorno. Nessuno le aveva spente perché spegnerle era un passaggio che veniva dopo, e Ferrante non era arrivato a quel passaggio. La radio alla cintura gracchiò un segnale sporco. Ferrante la ignorò. La radio non era nel registro e quello che non era nel registro non esisteva.

Ventidue. Ventitré. Ventiquattro.

Il segno non veniva via.

Ferrante si fermò. Il manuale diceva che in caso di resistenza del residuo si tornava al passaggio nove, al getto d’acqua. Ferrante sfogliò il registro all’indietro e le sue dita si fermarono sulla pagina accanto. Non era la sua pagina. Era la procedura di posizionamento dei mezzi di emergenza.

Punto sei: collocare il mezzo antincendio a quarantadue metri dalla soglia pista, centrato sull’asse, orientato in direzione del vento predominante.

La distanza era scritta. La posizione era scritta. La direzione era scritta.

Ferrante guardò la pagina. Poi guardò il segno. Poi guardò di nuovo la pagina.

Qualcuno aveva preso quel punto sei e l’aveva eseguito con la stessa precisione con cui Ferrante eseguiva il suo passaggio undici, con la stessa fiducia che le istruzioni scritte producessero il risultato previsto, e il risultato previsto era un mezzo di soccorso fermo esattamente nel punto dove l’aereo stava per toccare il suolo.

«Dawson.»

«Che c’è?»

«Vieni qui.»

Dawson arrivò. Ferrante gli mostrò la pagina. Il punto sei. La distanza. La posizione. Poi indicò il segno sul cemento.

«È la procedura» disse Dawson.

«È la procedura.»

«E allora chi ha sbagliato?»

«Due piloti» disse Dawson. «L’hanno detto alla radio.»

Ferrante guardò il segno sul cemento. Un segno. Non due. Non piloti. Un segno lungo quanto un uomo e largo quanto un passo, e il passaggio undici non chiede quanti erano.

Chiuse il registro. Riprese la spazzola.

Ventiquattro. Venticinque. Ventisei.

La spazzola si muoveva sul cemento e il segno restava e il solvente si asciugava ai bordi e il vento portava l’odore del cherosene nel silenzio di una pista dove niente atterra.

Queste cose le conosco. Dove lavoravo io c’era un modulo per ogni cosa: il modulo per le ispezioni, il modulo per le conformità, il modulo per i guasti che non erano guasti. E ognuno firmava il suo modulo e tornava a casa, perché il modulo era firmato. Quando la procedura è seguita e il risultato è un morto, chi ha sbagliato? Nessuno. Paga il morto, e il morto non firma moduli.

Un aereo regionale ha colpito un mezzo antincendio sulla pista di LaGuardia. Due piloti morti.
Incalmo · I
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Everyday 001 · 02026.03.23

Notizia del testo

Il racconto nasce da un fatto del 23 marzo 02026. Un aereo regionale colpisce un mezzo antincendio sulla pista di LaGuardia. Due piloti morti. Il punto sei è la posizione dell’impatto sulla pista, misurata nel registro delle ispezioni.

Il personaggio è un addetto alla manutenzione. Conta le passate della spazzola sul cemento. Quando il numero nel registro non torna, non chiede perché. Conta.

Il seme Kircher: «Le proprietà litosoniche del calcestruzzo aeroportuale e il problema della distanza critica». Attivato: Murrina, 15 su 18. Entra in Incunabola.

Un racconto al giorno, per sempre.

Everyday Endless è un organismo narrativo. Ogni giorno si nutre delle pressioni del mondo reale e le trasforma in racconto. Cosa diventa il fatto dipende dal giorno: il dispositivo cambia forma, il materiale cambia voce, la distanza dal reale cambia profondità.

L'autore ha scritto il dispositivo. Il dispositivo compone il racconto. Il meccanismo è dichiarato e visibile.

Le raccolte si compongono racconto dopo racconto.

Fascicolo I
2 di 25. I primi venticinque racconti.
Incunabola
1 di 25. Libri non scritti.
001 · Le proprietà litosoniche del calcestruzzo aeroportuale e il problema della distanza critica · Murrina · K 15/18
Ricorrenze
In formazione.
di Domenico Distilo