Sono le tre e diciassette. Karim si sveglia, non per il dolore, il dolore arriverebbe più tardi se non si muovesse; per la pressione che il fianco destro esercita tra la quinta e la sesta costola, una pressione che l’indice va a cercare nel punto esatto non per sollievo ma per verifica, per sapere che il corpo sia ancora nel punto in cui Karim lo ha lasciato la sera prima, con la stessa cicatrice della stessa lunghezza, ventun centimetri.
La casa dorme. Il figlio più piccolo respira con la bocca aperta nella camera dei bambini con la porta socchiusa, le due femmine dormono testa contro testa; Zahra dorme di schiena con il braccio sinistro che ricade fuori dal materasso.
Karim si alza in tre tempi: siede, posa i piedi a terra, si mette in piedi spingendo con le ginocchia; il terzo tempo è quello in cui il fianco brucia di più, quello in cui la molla destra del letto cigola se si alza in fretta, e da diciannove mesi Karim non si è più alzato in fretta. La cicatrice sotto la maglietta è stata fatta il 23 agosto 2024, l’ospedale si chiama Al-Sadr. Al porto ha chiesto il cambio mansione a settembre perché lo scarico non lo poteva più fare; adesso lavora al magazzino di spedizione, il carico pesante lo passa a Nassir il collega di vent’anni alla sua destra. Nassir non gli ha mai chiesto perché.
Karim attraversa il corridoio, undici passi, i muri coperti di una pittura gialla che si stacca in tre punti negli stessi tre punti da cinque anni perché rifarla costa quello che costa mezzo mese di medicine per la piccola. Si ferma davanti al cassetto del comodino di Zahra. Apre il cassetto. Dentro c’è una bustina di plastica trasparente e dentro la bustina un braccialetto di carta con una banda adesiva che dice Al-Sadr Hospital, Karim Hussein Al-Bakri, 36 anni, maschio, operazione 0818-24; Karim non lo ha mai buttato, non lo ha mai indossato dopo le dimissioni, non lo ha mai messo nel proprio cassetto ma in quello di Zahra, una scelta fatta la sera del ventisette agosto senza pensarci, con la bustina in tasca e il corpo che voleva solo coricarsi. Il braccialetto sta nella bustina da diciannove mesi.
Il 14 agosto il medico del Jumhuri aveva detto, con quella cortesia che i medici degli ospedali pubblici tengono per le cattive notizie, che il bambino era in posizione trasversa, che il cesareo era obbligatorio entro dieci giorni, che la lista al Jumhuri era di tre settimane; al primo nome di clinica privata pronunciato, Hayat, aveva aggiunto il prezzo: milleottocento dollari, un prezzo che nella bocca del medico era una cifra e nella testa di Karim era diventato immediatamente la distanza tra trecentoquaranta dollari in cassa e tutto il resto. Il padrone di casa aspettava ancora i cinquecento di aprile. Il fratello di Nassiriyya al telefono aveva detto che non aveva niente. I genitori di Zahra avevano aiutato l’anno prima e avevano detto: la prossima volta non possiamo. I milleottocento dovevano venire da un’altra parte, da un posto che al porto si nominava piano, quando il motore del muletto copriva le parole, quando qualcuno diceva che Al-Hussain lavorava con chi aveva bisogno di soldi. Al-Hussain non era un estraneo: era stato al magazzino tre anni prima, poi aveva trovato altro lavoro. Karim aveva aspettato due giorni. Poi aveva chiamato. Al-Hussain aveva risposto al terzo squillo.
Il rene sinistro valeva duemilacinquecento dollari, una cifra che stava dentro i milleottocento della Hayat più i cinquecento dell’affitto più il resto. La firma era stata il diciotto sera in via Al-Mutanabbi, duecento dollari di anticipo, il resto dopo l’operazione. Karim le aveva detto: «ho trovato i soldi con un collega, Hassan, quello del magazzino sei.» Zahra aveva detto: «bene.» La cicatrice l’aveva vista il primo giorno che Karim era tornato a casa; non aveva chiesto. Karim non aveva detto. L’accordo tra loro non ha avuto parole: ha avuto il silenzio come forma.
Karim è in piedi davanti al cassetto aperto. Sono le tre e ventidue. Apre la bustina, toglie il braccialetto, lo infila al polso destro. Il polso è più magro di diciannove mesi fa; il braccialetto scivola verso il gomito. Karim lo riporta al polso, stringe la banda adesiva che non tiene più. La schiaccia tra due dita. Adesso tiene.
Torna al letto, si siede sulla sponda con il braccialetto al polso destro e la mano destra appoggiata sul fianco, sulla cicatrice. Zahra si gira, apre gli occhi, non dice nulla. Guarda il polso di Karim, vede il braccialetto; poi guarda il viso di Karim. Karim non la guarda. Guarda la finestra che dà sul cortile interno del palazzo dove al piano sopra una luce si è accesa: qualcun altro non dorme a Bassora alle tre e ventiquattro. Dopo un minuto Zahra dice: «oggi vado a trovare mia sorella.»
Karim dice: «bene.»
Zahra: «porto i bambini.»
Karim: «bene.»
Zahra: «il piccolo ha ancora la tosse. Lo porto al medico prima.»
Karim: «bene.»
Zahra torna a letto, si corica di schiena con il braccio sinistro dentro il materasso adesso. Karim rimane sulla sponda. Il braccialetto al polso.
Alle quattro e trentuno la moschea chiama; il muezzin del quartiere è vecchio e la voce si spezza all’ultima nota. Karim si alza, va in bagno, si lava le mani, la faccia, i piedi. Il braccialetto di carta si bagna al polso, la banda adesiva si stacca; il braccialetto cade nel lavandino e galleggia per un secondo sull’acqua che non è ancora scesa nello scarico. Karim lo raccoglie. Il nome è ancora leggibile, la data ancora, il numero dell’operazione ancora. Torna in camera, apre il cassetto del comodino di Zahra, prende la bustina, rimette il braccialetto dentro, chiude la bustina, rimette la bustina nel cassetto, chiude il cassetto.
Il fianco destro brucia. Karim preme con l’indice. Non è sollievo. È verifica.
Esce di casa alle cinque. Il lavoro lo aspetta in via Al-Ashraf 43; la giornata ha dodici ore e il fianco si scalderà con il movimento. Stanotte Karim prenderà il braccialetto dalla bustina, lo rimetterà al polso, lo bagnerà in bagno, lo rimetterà nella bustina. Il cassetto è di Zahra. Karim crede che Zahra non sappia.