Lee Soon-ja aveva firmato il contratto jeonse nel marzo del 2021, in un ufficio di Mapo-gu che aveva le piante finte sul bancone e un impiegato che le aveva dato la penna senza guardarla, con quella distrazione di chi ha già fatto la stessa cosa trenta volte quel giorno e non si chiede mai perché, e il contratto diceva: deposito cauzionale 130 milioni di won, durata due anni, restituzione integrale alla scadenza, firma del conduttore e firma del proprietario, timbro del gestore, data in cima, tutto in ordine, come le cose devono essere.
Il jeonse funzionava così: zero affitto ogni mese, centotrent’milioni fermi, il proprietario li investiva, alla scadenza li restituiva per intero, senza frazioni, senza interessi, come se il denaro avesse fatto un viaggio di due anni e tornasse a casa. Non c’era una rata. Non c’era una bolletta mensile del proprietario. I soldi di Lee Soon-ja erano la casa. Trent’anni da commessa in un grande magazzino del centro, trent’anni di turni dal lunedì al sabato, e poi Joohee: il volo per Vancouver, il corso di lingua, l’appartamento a Burnaby per i primi tre anni, il marito ingegnere che non capiva bene il coreano. Quello che rimaneva dopo Joohee, dopo tutto quello che aveva voluto dare a Joohee, erano centotrent’milioni di won e un appartamento di quarantadue metri quadri con le tende verde oliva e la macchina del caffè comprata il primo giorno da vedova. Non era un risparmio: era la somma di quello che era rimasto.
Joohee non aveva mai chiesto quanto. Lee Soon-ja non gliel’aveva mai detto. Non perché volesse nasconderlo, ma perché la cifra era già tutto: ecco quanto vale trent’anni di lavoro di una madre, ecco il conto, ecco quello che avanza quando hai fatto il tuo. Non si dice quella cosa ad alta voce. Si tiene nel cassetto, nella busta di carta avorio, come un indirizzo che si conosce già.
Il contratto era in quel cassetto. Lee Soon-ja lo aveva letto venti volte nel corso di due anni: non per dubitarne, perché era chiaro, ma perché la chiarezza di un documento è una cosa che bisogna tenere presente, come un indirizzo che sai già ma che ogni tanto ripeti sottovoce perché la testa non perda il filo.
Il messaggio era arrivato il 3 aprile. Il proprietario scriveva in un coreano formale ma stretto, di chi vuole fare a meno di troppe parole: era in difficoltà, il mercato era cambiato, il valore dell’immobile era sceso, non poteva restituire l’importo integrale in un’unica soluzione, avrebbe trovato un accordo, per favore essere comprensivi.
Lee Soon-ja aveva letto il messaggio tre volte, poi aveva chiamato Joohee a Vancouver. Joohee aveva detto: “Mamma, stai tranquilla, ci pensiamo.” Lee Soon-ja conosceva quella frase: era la frase che si dice a qualcuno che è lontano e che non si può aiutare davvero, e Joohee lo sapeva, e lo sapeva anche Lee Soon-ja. Ma c’era un’altra cosa che sapeva: se adesso chiedeva a Joohee qualcosa di concreto — mandami dei soldi, chiamami un avvocato, fammi qualcosa — i trent’anni si invertivano. Non era più lei che provvedeva a Joohee. Era Joohee che provvedeva a lei. Non era per questo che aveva firmato quel contratto nel 2021 senza che la penna fosse ancora asciutta.
La legge coreana era chiara: il deposito doveva essere restituito per intero. Lee Soon-ja poteva restare nell’appartamento finché non lo fosse. Non finiva per strada. I centotrent’milioni erano congelati, non persi.
Ma congelati voleva dire questo: non poteva andarsene, perché andarsene significava rinunciare al deposito. Non poteva comprare niente. Non poteva affittare nient’altro. Non poteva decidere niente di quello che costa denaro. Il tribunale immobiliare aveva una lista d’attesa di nove mesi. La vita era sospesa dentro quell’appartamento di quarantadue metri quadri, dentro quel contratto sul tavolo della cucina, dentro quei centotrent’milioni che erano suoi ma non poteva toccare.
L’ufficio del gestore immobiliare era al quinto piano di un palazzo in via Donggyo-ro, con l’insegna nuova e l’ascensore lento, e ci si arrivava con il bus 272 dal lunedì al venerdì dalle nove alle diciassette.
Lee Soon-ja era al quinto piano da tre giorni. I primi due aveva esposto la situazione, aveva lasciato il numero, era tornata a casa. Il terzo giorno l’impiegato le aveva detto che la pratica era in carico, che ci voleva tempo, che tornasse la settimana dopo.
Lee Soon-ja aveva preso una sedia vicino alla finestra. Si era seduta.
L’impiegato era tornato alle tre meno un quarto. Le aveva chiesto se aveva bisogno di qualcosa. Lee Soon-ja aveva detto di no.
Alle quattro era tornato di nuovo. Le aveva detto che non c’era niente di nuovo, che sarebbe stato necessario aspettare. Lee Soon-ja aveva aperto la busta di carta avorio, aveva guardato il contratto — non lo leggeva, lo guardava — poi lo aveva rimesso dentro.
Alle cinque meno cinque si era alzata, aveva preso la borsa di tela e, prima di uscire, aveva detto: “A domani.”
L’impiegato non aveva risposto.
Il bus 272 al ritorno era pieno. Lee Soon-ja stava in piedi vicino alla porta. Teneva la borsa di tela con il contratto dentro.
A casa aveva messo il contratto sul tavolo della cucina. Aveva messo la moka sul fuoco. Mentre aspettava che l’acqua salisse aveva guardato le tende verde oliva: la prima cosa che aveva comprato per quell’appartamento, prima ancora della macchina del caffè, perché le finestre sono la prima cosa che si vede quando si entra e aveva voluto che fossero giuste.
Quando il caffè era pronto lo aveva versato, aveva preso la tazza, era rimasta in piedi.
Aveva pensato di chiamare Joohee. Poi non l’aveva fatto.
In Corea del Sud il 40,4 per cento degli over 65 vive sotto la soglia di povertà relativa, il tasso più alto nell’OCSE. Il sistema jeonse, in cui l’inquilino versa un deposito cauzionale invece dell’affitto mensile, ha visto un’ondata di inadempienze da parte di proprietari in difficoltà finanziaria. I tribunali immobiliari hanno liste d’attesa di 6-9 mesi. Korea Herald, The Diplomat, Carnegie Endowment for International Peace, 2026.
Calcedonio · Pneuma I