L’ufficio era una stanza con quattro scrivanie. Due funzionavano. Le altre due avevano le gambe rotte e sopra c’erano le scatole dei kit sanitari che non erano ancora partiti.
La lista degli sfollati era sulla scrivania. Stampata. Trecentoquarantadue pagine. L’operatrice la guardava ogni mattina. Ogni mattina la lista era vecchia. I nomi erano gli stessi ma i posti erano diversi. Chi ieri era al campo tre oggi era al campo sette. Chi era al campo sette non c’era più.
Il telefono era carico. Sempre carico. L’operatrice lo caricava la sera con il generatore. Il generatore andava a gasolio. Il gasolio arrivava quando arrivava. Il telefono era la linea tra l’ufficio e i checkpoint. Senza telefono, niente linea. Senza linea, niente convoglio. Senza convoglio, niente cibo.
I colleghi dormivano sulle sedie. Le scarpe addosso. Sempre le scarpe addosso. Le sedie erano di plastica bianca. Il tipo di sedie che trovi ovunque. Il tipo di sedie che non appartengono a nessun posto.
L’operatrice si era seduta alla scrivania. Aveva aperto il telefono. Le conversazioni erano ventisette. Ventisette fili aperti. Ventisette posti dove qualcuno aspettava una risposta.
I numeri erano questi. Un milione di sfollati. Trecentocinquanta strutture distrutte. Duecentocinquanta milioni che non si potevano spendere perché le strade per spenderli non c’erano. I numeri stavano nei report. I report stavano nei computer. I computer stavano sulle scrivanie. Le scrivanie stavano nell’ufficio. L’ufficio stava in una città che non era più una città.
L’operatrice era arrivata cinque settimane fa. Il primo giorno aveva contato le cose: quattro scrivanie, due computer, un generatore, un telefono, tredici colleghi. Il tredicesimo collega era partito dopo una settimana. Non era tornato. L’operatrice non aveva chiesto perché. Sapeva perché.
Le chiamate arrivavano di notte. I checkpoint cambiavano di notte. La strada che il giorno prima era la strada, il giorno dopo era un muro. L’operatrice segnava sulla mappa. La mappa aveva le linee a matita perché le linee a penna non si potevano cancellare. Le strade cambiavano. Le linee dovevano cambiare.
Il collega dormiva con le scarpe addosso. L’operatrice lo capiva. Le scarpe addosso significano che sei pronto. Pronto non significa riposato. Pronto significa che quando il telefono squilla ti alzi. Ti alzi e rispondi. Rispondi e scrivi. Scrivi e chiami. Chiami e aspetti. Aspetti e il convoglio parte o non parte. Se parte, qualcuno mangia. Se non parte, qualcuno non mangia.
L’operatrice aveva scritto a casa. “Teniamo duro mentre tutto crolla.” Non aveva scritto altro. Non c’era altro da scrivere. Tenere duro era il lavoro. Tutto crolla era il posto. Il telefono era la linea tra tenere duro e tutto crolla.
Il generatore faceva un rumore costante. Il gasolio nel serbatoio bastava per due giorni. L’operatrice controllava il livello ogni sera. Il livello scendeva. Il gasolio arrivava. Il gasolio non arrivava. Il telefono restava carico. Il telefono restava acceso. Cinque settimane.
La lista sulla scrivania aveva trecentoquarantadue pagine. Ogni pagina aveva nomi. Ogni nome aveva un posto. Ogni posto cambiava. L’operatrice aggiornava la lista a mano. La penna blu sulla carta bianca. I nomi restavano. I posti no.
Il checkpoint di ieri era sulla strada principale. Il checkpoint di oggi era due chilometri più a est. L’operatrice cancellava la vecchia posizione. Scriveva la nuova. La mappa aveva più cancellature che linee.
L’operatrice spegne il telefono. Lo schermo diventa nero. Il nero dura tre secondi. Poi cinque. Poi dieci.
Cinque settimane senza spegnerlo. Cinque settimane con il telefono carico, sempre carico, anche di notte, anche quando il collega le diceva dormi, anche quando il corpo diceva dormi. Il telefono era acceso. Il telefono era la linea.
Adesso il telefono è spento. Lo schermo è nero. L’operatrice lo tiene in mano. Lo tiene come una cosa rotta. Non è rotto. È spento. La differenza tra rotto e spento è che lo spento si riaccende.
Tre minuti. L’operatrice conta. Non conta con l’orologio. Conta con il respiro. Un respiro, due respiri, tre. I tre minuti sono i primi tre minuti di silenzio in cinque settimane.
L’operatrice riaccende il telefono. Lo schermo si illumina. Il logo. La barra di caricamento. Le notifiche. Quattordici chiamate perse. L’operatrice guarda i numeri. Non guarda i nomi. Guarda i numeri. I numeri sono checkpoint, strade interrotte, sfollati che aspettano. L’operatrice richiama il primo numero.
Il primo numero risponde. Una voce stanca. Un convoglio fermo al checkpoint. L’operatrice scrive sulla lista. La penna blu sulla carta bianca. Il telefono è acceso. Il telefono è caldo nella mano.
Spegnere il telefono era la resa di un minuto. Riaccenderlo era il lavoro.
Il telefono è acceso. La prima chiamata risponde al secondo squillo. Una voce. Un checkpoint spostato. La strada che ieri era aperta oggi non lo è.
L’operatrice scrive sulla lista. La lista è carta. Non è schermo. La carta non si spegne.
Quattordici chiamate perse in tre minuti. Tre minuti di telefono spento. Il collega dorme sulla sedia con le scarpe addosso. Le scarpe addosso perché non sai quando esci. L’operatrice lo guarda. Il collega ha la bocca aperta. Il sonno dei colleghi è un sonno che non riposa.
La mano che lo tiene è la stessa mano che lo ha spento tre minuti fa. La mano che lo ha riacceso.