Il diciassette aprile alle quattordici e quaranta ora locale i quindici scendono dall’autobus dell’aeroporto di N’djili. La pista è alle spalle. Il cancello del Venus Village è davanti. È un cancello di lamiera azzurra con la scritta del nome dell’hotel a vernice gialla.
Sono partiti da Houston ventinove ore prima. Sono di Colombia, Ecuador, Perù. Sono i primi quindici dell’accordo.
Il colombiano è il dodicesimo a scendere. Tiene la borsa di plastica del rimpatrio nella mano destra. La borsa contiene: una camicia bianca, un paio di calzini, uno spazzolino con la setola consumata, una busta sigillata con i documenti.
Il direttore del Venus Village si chiama Lukombo. Si presenta in francese. Distribuisce le chiavi delle stanze. Le chiavi sono sei. Le stanze sono quindici. Si dorme in tre.
La stanza 207 è al primo piano. Ha due letti singoli e una branda. Un peruviano è già nel letto del fondo. Un ecuadoregno arriva subito dopo il colombiano. Il colombiano prende la branda.
Il visto è di sette giorni. Lo dice il foglio del rimpatrio. Lo dice anche Lukombo, in francese, che il colombiano non capisce. Una donna ecuadoregna traduce. Sette giorni a partire dal diciassette. Scade il ventiquattro. Dopo il ventiquattro il foglio non dice niente.
Il primo giorno alle undici l’acqua si interrompe. Il colombiano è in bagno. Il rubinetto fa un suono di tosse e poi smette. Il colombiano scende al pianterreno con la bottiglia vuota della stanza.
Il banco-bar è alla destra dell’ingresso. C’è un addetto con la camicia rossa. Il colombiano gli mostra la bottiglia. Dice: agua. L’addetto guarda. Non risponde.
Una signora congolese sulla sedia accanto al banco dice una parola. Dice: mai. Il colombiano la guarda. La signora ripete: mai. Indica la bottiglia. Il colombiano dice: mai. L’addetto sorride. Tira fuori una bottiglia da un litro e mezzo dal frigorifero del banco. La consegna.
Il colombiano dice: mai. Lo dice un’altra volta, perché la prima non è uscita giusta.
Il secondo giorno l’acqua si interrompe alle nove. Il colombiano scende. Dice: mai. L’addetto gli dà la bottiglia.
Il terzo giorno l’acqua si interrompe alle dieci e venti. Il colombiano scende. Dice: mai.
Il quarto giorno l’acqua si interrompe alle otto e dieci. Il colombiano è il primo a scendere. Il banco è aperto da poco. L’addetto sta sistemando le bottiglie sul ripiano. Si gira verso il colombiano. Il colombiano dice: mai.
L’addetto gli dà la bottiglia. Si ferma con la mano sul collo della bottiglia, prima di lasciarla. Dice in francese: comment vous appelez-vous. Il colombiano non risponde. L’addetto cambia lingua. Dice in spagnolo, lentamente: cómo se llama.
Il colombiano dice il proprio nome. Lo dice intero: nome, primo cognome, secondo cognome.
È la prima volta che lo dice in Repubblica Democratica del Congo.
L’addetto dice: io mi chiamo Bisengo. Bi-sen-go. Il colombiano ripete: Bi-sen-go. L’addetto sorride.
Il colombiano sale in stanza con la bottiglia.
Il quinto giorno l’acqua si interrompe alle sette. Il colombiano scende prima ancora che il sole arrivi al cortile. Bisengo è già al banco. La luce gialla del banco è accesa. La cassa di plastica è sul ripiano.
Il colombiano dice: mai. Bisengo gli dà la bottiglia. La consegna intera, senza fermarsi sul collo.
Lukombo entra dalla porta del corridoio. Si ferma a tre passi dal banco. Dice qualcosa a Bisengo in lingala. La frase è breve. Bisengo risponde. La risposta è ancora più breve.
Lukombo guarda il colombiano. Il colombiano tiene la bottiglia con tutte e due le mani. Lukombo non gli dice niente. Si volta. Esce dal corridoio.
Bisengo prende un dito di succo di mango da una caraffa che è dietro il banco. Lo versa in un bicchiere di plastica. Lo passa al colombiano. Dice: para usted. Mañana también.
Il colombiano dice: gracias.
Sale in stanza. Mette la bottiglia sul comodino. Mette il bicchiere di succo di mango accanto. Beve metà del succo. Si siede sul bordo della branda.
Il visto scade fra tre giorni.
Il colombiano apre la borsa di plastica. Tira fuori la busta sigillata dei documenti. Cerca il foglio col numero di telefono di sua sorella, a Quibdó. Il foglio c’è. Il numero è scritto a penna blu. La penna è sbiadita.
Domani scenderà al banco con la bottiglia vuota e con la busta. A Bisengo dirà: mai. Poi gli mostrerà il foglio. Bisengo capirà.
Quando la sorella risponderà, il colombiano le dirà che sta bene. Le dirà che il visto finisce sabato e che lui non sa dove andrà lunedì. Le dirà che è in un paese che si chiama Repubblica Democratica del Congo, in una città che si chiama Kinshasa, anche se di Kinshasa lui non ha visto niente perché in cinque giorni non è mai uscito dal Venus Village. Le dirà che ha imparato una parola in una lingua nuova. Le dirà la parola.
Mai.