La sepoltura di Ali Ayyoub, soccorritore della Difesa Civile libanese morto la sera del ventotto aprile a Majdal Zoun durante il secondo dei due strike che gli israeliani avevano sganciato sullo stesso edificio a diciotto minuti di distanza l’uno dall’altro, ebbe luogo il giorno seguente al cimitero islamico di Tiro, settore est, alle diciotto, con il sole ancora alto sul mare e la sabbia che si era riscaldata durante il giorno e che la sera trattiene il calore meglio del cemento e che per questo (mi disse poi Hassan, fratello minore di Ali) si chiama nella sua famiglia “il riposo della terra”, una espressione che la madre di Ali e Hassan, Souad, aveva sempre usato anche per altre cose che si raffreddavano lentamente, come il pane appena uscito dal forno o le mani di un parente che aveva da poco smesso di lavorare nei campi.
Hassan, trentun anni, dipendente del catasto di Tiro, secondo di tre figli, era venuto al cimitero con la Toyota Corolla del duemilasette grigia che era stata di suo padre Jamil prima di essere sua, una macchina che a Tiro tutti riconoscevano per il graffio sul parafango destro e per il portacassette ancora montato sul cruscotto, perché Jamil era morto nel duemilaventidue e Hassan non aveva voluto cambiare niente; e Hassan era arrivato al cimitero con un anticipo di quaranta minuti rispetto alla cerimonia, e aveva parcheggiato fuori dal cancello sotto la pianta del fico della famiglia Daher, che era una famiglia di cui Hassan non conosceva più nessuno ma il fico lo conosceva, perché ci aveva mangiato i fichi freschi a luglio per quindici anni di fila andando al cimitero a trovare il nonno Khaled e poi la zia Rania e poi due cugini.
La cerimonia fu breve. L’imam di Majdal Zoun, che era arrivato anche lui da poco perché Majdal Zoun è a quaranta minuti di macchina da Tiro e perché l’imam di Majdal Zoun aveva tenuto un altro funerale alle quindici per uno dei due civili morti nel primo dei due raid, lesse la fatiha. Karim Ayyoub, fratello maggiore di Ali e Hassan, padre di Mahmoud che ha quattro anni, gettò la prima manciata di terra. La seconda fu di Hassan. La terza di Souad, la madre, che a settantadue anni si chinò davvero sul bordo della fossa e versò la terra dalla mano destra senza appoggiare la mano sinistra, e questo, mi disse poi Hassan, fu il momento in cui capì che la madre aveva deciso che Ali sarebbe stato l’ultimo figlio che avrebbe seppellito.
Alle ventidue Hassan e Karim e Souad erano a casa di Karim, dove la moglie di Karim, Rana, aveva preparato il riso con il pollo per gli ospiti che erano una ventina, e Mahmoud, che ha quattro anni, dormiva nella stanza dei bambini dalle ventuno e quaranta, e Hassan, che a casa di Karim non si era mai sentito a suo agio neanche prima di tutto questo perché casa di Karim era piena dei suoni dei bambini e Hassan a trentun anni non ne aveva, sedette sul divano del salotto e ascoltò Souad parlare con una vicina di cose pratiche, di chi avrebbe portato il cuscus il giorno dopo, di chi avrebbe ritirato il certificato di morte all’ufficio comunale, di chi avrebbe parlato con la Difesa Civile per le pratiche.
Alle ventitré e quaranta Hassan disse alla madre che doveva andare a casa, e la madre disse va. Hassan uscì. Andò alla Toyota Corolla parcheggiata sotto la pianta del fico (la pianta del fico era ancora la stessa, anche di notte, anche con la luna che a fine aprile a Tiro era quasi piena). Si chiuse dentro. Alzò il volume del telefono al massimo. Mise il telefono sul cruscotto. Aprì WhatsApp. Andò sulla chat di Ali. L’ultimo messaggio era un vocale di un minuto e quarantasette secondi inviato il ventotto aprile alle ventuno e diciotto, diciotto minuti prima del secondo strike, che Hassan non aveva ascoltato perché alle ventuno e diciotto era in piedi davanti al frigorifero a prendere una bottiglia d’acqua e perché alle ventuno e ventidue gli era arrivata la chiamata di Karim che gli aveva detto Ali è a Majdal Zoun, c’è stato uno strike, sta entrando, e Hassan aveva messo il telefono nella tasca dei pantaloni senza aprire il vocale.
Premette play.
La voce di Ali era la voce di Ali, una voce calma e leggermente roca per il fumo (Ali fumava da quindici anni e lo nascondeva alla madre con la stessa scrupolosità con cui un ragazzino nasconde le sigarette nel cassetto), e Ali diceva: “Hassan, sono a Majdal Zoun, edificio sulla via otto, il primo strike è stato dieci minuti fa, ci sono tre persone ancora dentro, fra cui un bambino, mi hanno detto è di Mahmoud l’età, è quattro anni si chiama Mahmoud anche lui è curioso, stiamo entrando con la squadra di Bilal e Ahmad, tu sai che oggi qui si sa, e sai cosa sappiamo qui” (lui usava il “sai cosa sappiamo qui” per il double tap, perché alla Difesa Civile lo chiamavano così, “quello che sappiamo qui”, e l’ottanta per cento degli operatori lo conosceva e ci andava lo stesso). E poi un silenzio lungo, dentro cui si sentivano i rumori della strada e il respiro di Ali che era più corto. Poi Ali sussurrò: “se non torno dì a Souad che ho mangiato il riso che mi aveva preparato martedì”. Si sentì un rumore di metallo, forse una porta. Il vocale finì.
Hassan tenne il telefono sul cruscotto. Restò seduto con le mani sul volante e ascoltò il silenzio dopo. Tirò fuori il telefono dal cruscotto. Lo chiuse. Riavviò la macchina. Tornò a casa di Karim. Mahmoud dormiva ancora nella stanza dei bambini.