Everyday Endless
un racconto al giorno, per sempre

Il labiale

Il corridoio al piano meno uno del Saudi Hospital ha tre letti di ferro, un tavolo di metallo con quattro vassoi, un fornello da campo spento, un secchio di plastica azzurra col coperchio, un solo tubo fluorescente che sfarfalla al secondo minuto di ogni ora. Sul muro di cemento crudo c’è una crepa diagonale che inizia all’altezza del pomolo della porta e arriva al soffitto. Il pavimento è di piastrelle grigie, tre crepate, una sollevata all’angolo sud. Il dottor Ibrahim si disinfetta le mani con l’alcool etilico che ha ricavato dal makwa, l’alambicco da caffè, ieri mattina, perché dal dodici aprile il magazzino centrale non apre più. L’alcool ha odore di mandorla amara. L’acqua nel secchio, per il risciacquo, è del pozzo del cortile. La pompa funziona a mano.

Sul primo letto c’è Abdalla, diciassette anni, arrivato all’alba. Frattura aperta del femore destro. Il frammento è uscito dalla pelle di quattro centimetri. La madre, che l’ha accompagnato, sta in corridoio, seduta su una sedia di plastica azzurra. Non piange. Tiene in mano un sacchetto di plastica con dentro il cambio del figlio. Ibrahim l’ha vista entrare. Non le ha detto niente. Le ha fatto un cenno.

Zeinab, l’infermiera, arriva dal magazzino con la siringa. La siringa è una monouso da cinque millilitri, già usata due volte. Ibrahim la prende. La avvicina alla fiamma di un fornello da campo: tre secondi sulla punta, due sullo stantuffo. Spegne il fornello. Apre la fiala di morfina. Due millilitri. Non di più. Non ce ne sono più. Aspira. Tiene la siringa verso l’alto, la picchia due volte con l’indice. Esce una goccia. Si appoggia al bordo del letto.

Abdalla guarda il soffitto. La luce sfarfalla. Ibrahim dice, in arabo, a Abdalla: ragazzo, ascolta. Dice: non ho abbastanza anestetico. Dice: devi stare zitto quando taglio. Dice: il grido attira. Abdalla gira gli occhi verso Ibrahim. Dice: va bene, dottore. La voce di Abdalla è ferma. Ibrahim annuisce.

Zeinab posa un pezzo di stoffa arrotolata fra i denti di Abdalla. La stoffa era la maglia di Abdalla. Abdalla morde. Ibrahim inietta la morfina nel deltoide sinistro. Non vicino alla gamba: nel braccio. L’anestesia locale vera, quella che servirebbe, è finita il tre aprile. La morfina nel braccio non abbassa il dolore al femore. Fa solo galleggiare la testa.

Si aspetta sei minuti. Ibrahim si lava le mani di nuovo. Zeinab prepara le garze, quelle che ha strappate da un lenzuolo stamattina: strisce di tre dita, piegate in quattro, dodici in totale, impilate sul vassoio più piccolo. Il bisturi è sterilizzato, poggiato su un vassoio di acciaio che era di una cucina e che qualcuno ha portato qui a marzo. Accanto al bisturi, una pinza emostatica, due arcate in acciaio, un piccolo righello graduato. Il tubo fluorescente sfarfalla. Sono le dieci e quindici. Dal cortile arriva il rumore di un generatore che parte e si ferma due volte — il diesel è poco.

Ibrahim posa l’indice sinistro sulle labbra di Abdalla. Abdalla lo vede. Ibrahim fa labiale. Uno. Abdalla non chiude gli occhi. Due. Zeinab ha la mano sulla caviglia destra di Abdalla. Tre.

Ibrahim taglia. Abdalla non grida. Morde la stoffa. Respira dal naso. Le lacrime escono dagli angoli. Zeinab tira. Ibrahim segue con le mani. La trazione riesce al secondo tentativo. Il frammento rientra. Ibrahim ripulisce con garze. Sutura con il filo che ha in magazzino, filo di seta, di cui ha otto metri. Ne usa due. Fascia con le garze strappate dal lenzuolo. Applica una stecca di legno: un listello che il custode ha tagliato da una cassetta di banane.

L’operazione è finita alle undici meno dieci. Abdalla è fermo. La stoffa arrotolata è umida. Zeinab gliela toglie dai denti. Abdalla dice, in arabo, con la voce rotta: ho sentito tre. Ibrahim dice: bravo ragazzo. Esce in corridoio.

Si appoggia al muro di cemento crudo, sotto la crepa diagonale. Per trenta secondi non respira. Conta mentalmente: ventinove, ventotto, ventisette. Zeinab esce, non lo guarda, va dalla madre di Abdalla, si china, le dice qualcosa a bassa voce, le appoggia una mano sulla spalla, si rialza. La madre annuisce. Non si alza. Il sacchetto di plastica col cambio del figlio è ancora sulle sue ginocchia. Ibrahim si volta verso la parete. Le mani gli tremano solo adesso. Il tremore dura dodici secondi. Poi il tremore finisce. Ibrahim si passa l’avambraccio sulla fronte. L’avambraccio è umido.

Rientra. Sul secondo letto, arrivata mentre lui operava, c’è una donna con un bambino in braccio. Il bambino ha due anni. Ha una scheggia di metallo nel collo. La donna non piange. La donna dice: dottore. Ibrahim si lava le mani con l’alcool etilico di mandorla amara. Dice a Zeinab: la siringa. Zeinab va a prenderla. Ibrahim prende il bambino. Lo posa sul letto. Il bambino non piange. La donna, in piedi accanto, mette le mani giunte davanti alla bocca.

Ibrahim posa l’indice sulle labbra del bambino. Il bambino lo guarda. Ibrahim non fa labiale. Aspetta Zeinab.

Sudan, Darfur del Nord, El Fasher. L'assedio delle Rapid Support Forces continua dal 2024. Aprile 2026: oltre 900.000 sfollati in un anno dalla sola città, Saudi Hospital funzionante al minimo, magazzino anestetici esaurito dal 3 aprile. OCHA, MSF, Sudan Tribune, aprile 2026.
Lucido · I
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Nota

fatto: El Fasher, Darfur del Nord, sotto assedio RSF dal 2024. Aprile 2026: oltre 900.000 sfollati dalla sola città, Saudi Hospital al minimo, anestetici esauriti dal 3 aprile (OCHA, MSF, Sudan Tribune).

mondo: La chirurgia in un ospedale assediato senza anestesia locale non è più chirurgia, ma trattativa col corpo. L’alcool etilico distillato dal makwa. Il grido che attira. La stoffa fra i denti. La cassetta di banane come stecca.

Varianti: 5.

Lucido · Pneuma I.

Everyday Endless è un organismo narrativo. Ogni giorno si nutre delle pressioni del mondo reale e le trasforma in racconto. Cosa diventa il fatto dipende dal giorno: il dispositivo cambia forma, il materiale cambia voce, la distanza dal reale cambia profondità.

L'autore ha scritto il dispositivo. Il dispositivo compone il racconto. Il meccanismo è dichiarato e visibile.

Le collane si compongono racconto dopo racconto.

Fascicoli
Venticinque racconti, raccolti per fascicolo. Uno al giorno.
Fascicolo III — 2 di 25 · In composizione · 051–075
Mappe
Composizioni lunghe a più voci, ognuna costruita intorno a un evento accaduto.
001 · Pesach · in arrivo
002 · Piazzale Medaglie d'Oro 17 · in arrivo
003 · aprile 1945 · in arrivo
Incunabola
Raccolte di racconti di pura invenzione, fuori dal vincolo del fatto.

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