La moto è rovesciata sull’asfalto. La ruota davanti gira ancora. Il padre è disteso a sei metri dalla bambina. La bambina è seduta sull’asfalto. Il drone non si vede. Si sente.
Il drone si chiama Heron. È a quattrocento metri di altezza. Il primo strike è arrivato sette secondi fa.
La bambina ha dodici anni. Si chiama Salam. Si tocca la testa. Sotto i capelli c’è qualcosa di umido. Si guarda il palmo. Il palmo è rosso.
L’asfalto è caldo. È mezzogiorno. È sabato 9 maggio. La strada è quella che porta al mercato di Nabatieh. Salam la fa la mattina con il padre.
Il padre si chiama Yusuf. È siriano, di Daraa. Vive a Nabatieh dal 2022. Lavora come muratore.
Yusuf dice “ferma”.
Il drone ronza. Si avvicina. Si allontana. Non se ne va.
I jeans di Salam sono nuovi. La madre li ha comprati al mercato del giovedì. Erano in offerta. Il ginocchio sinistro è rotto, il jeans è strappato. Sopra il sopracciglio destro c’è una ferita lunga tre centimetri.
Yusuf respira. La camicia bianca si alza e si abbassa.
Yusuf dice di nuovo “ferma”. La voce è bassa.
Salam guarda il padre. Il drone è ancora lì.
A Nabatieh, oggi, il drone ha colpito anche su una strada di Bedias. Lì un uomo è morto. Tredici sono feriti. Sei sono bambini. Due sono donne.
A Nabatieh, oggi, il drone colpisce due volte le moto. Tre volte se le moto si fermano.
Il padre tace.
Salam mette la mano destra sull’asfalto. L’asfalto le brucia il palmo. Si tira con il gomito. Sposta la gamba destra. Si trascina di un metro.
Il ronzio del drone non cambia.
Salam si trascina di un altro metro.
Il padre tace.
Salam si trascina di un altro metro. È a tre metri da Yusuf.
Vede meglio. Yusuf ha gli occhi aperti. Guarda il cielo. Sulla camicia bianca c’è una macchia rossa che si allarga.
Si trascina ancora. È a due metri.
Il ronzio cambia. Sale di un’ottava. Il ronzio è quello del primo strike.
Yusuf dice una parola. Salam non la sente: il ronzio è troppo vicino.
Salam allunga la mano. Tocca la mano del padre. La mano del padre è calda.
Il secondo strike arriva.
Quando arriva, Salam sta dicendo il nome del padre. Lo dice una volta. Lo dice una seconda volta. La seconda volta non lo finisce.
Trentadue secondi dopo il secondo strike, arriva il terzo. Il terzo è quello che opererà Salam alla testa, all’addome, alla coscia destra. Salam arriva all’ospedale Nabih Berri di Nabatieh alle dodici e diciotto.
Yusuf è morto al secondo strike. Salam morirà dopo l’operazione.
Il numero dei morti, nel sud Libano, sabato 9 maggio, alle ventidue, è trentanove. Yusuf è uno. Salam non ancora.
L’esercito israeliano ha dichiarato di stare verificando l’incidente.
La camicia bianca di Yusuf era stata lavata mercoledì. Salam, nel pomeriggio di mercoledì, aveva aiutato la madre a stenderla sul terrazzo. Il filo del bucato era teso tra il muro della cucina e il pilastro di cemento del terrazzo. La camicia ci aveva messo due ore ad asciugarsi. La madre aveva detto a Salam di non toccare la camicia mentre era ancora bagnata, perché il polsino bianco si sporcava facilmente. Salam non l’aveva toccata.
A Nabatieh, sabato 9 maggio, alle dodici e diciassette, l’asfalto della strada del mercato era caldo come a giugno.
Tre giorni prima, in salotto, Yusuf aveva controllato il calendario sul muro della cucina e aveva detto a Salam che il sabato 9 sarebbero andati al mercato a comprare le cipolle e il pane. Aveva detto le cipolle e il pane, in quest’ordine, perché le cipolle costavano più del pane e Yusuf preferiva comprare prima quello che costava di più. Era una sua regola. Salam la conosceva.
La moto era una Honda CG 125. Yusuf l’aveva comprata di seconda mano nel 2023 da un meccanico di Nabatieh che si chiamava Hassan. Aveva pagato seicentocinquanta dollari americani in quattro rate. La targa era libanese. Yusuf non aveva la patente libanese, aveva la patente siriana. La patente siriana, in Libano, vale per gli spostamenti urbani.
Salam, sulla moto, sedeva dietro al padre, con le braccia intorno alla sua vita. Le braccia di Salam, sulla strada del mercato del 9 maggio alle dodici e diciassette, erano state intorno alla vita di Yusuf fino al momento del primo strike.
Il fruttivendolo del mercato di Nabatieh, sabato 9 maggio alle dodici e venticinque, ha venduto cipolle a una donna di Bedias. La donna ha pagato con una banconota da diecimila lire libanesi e ha ricevuto duemilacinquecento di resto. Il fruttivendolo non ha sentito il primo strike. Ha sentito il terzo. Ha smesso di pesare.
L’esercito israeliano ha condotto, sabato 9 maggio, secondo i dati del ministero della salute libanese aggiornati alle ventidue dello stesso giorno, ottantanove strike sul territorio libanese. Trentanove vittime civili. Diciassette feriti gravi. Sei dei feriti sono bambini.
Salam, in chirurgia, alle dodici e quarantatré, dice il nome del padre. Lo dice una volta. Lo dice una seconda volta. La seconda volta non lo finisce.