Everyday Endless
un racconto al giorno, per sempre

Bologna Sera

Aurora aveva letto il giornale al bar di via Saragozza alle dodici e dieci del ventinove aprile. Era in piedi al banco con il caffè davanti che si freddava. Il titolo della prima pagina: novecentotrentaquattro milioni per il lavoro. Sotto, in due colonne: incentivi alle assunzioni, salario giusto, stretta sul caporalato digitale.

Lesse la prima colonna. Quattrocentonovantasette milioni e mezzo per le assunzioni di giovani. Bonus donne fino a ottocento euro al mese nel mezzogiorno. Bonus over trentacinque disoccupati. Sgravi alle imprese che applicano il salario giusto stabilito dai contratti collettivi.

Lesse la seconda colonna. Stretta sul caporalato digitale. Le piattaforme dovevano verificare l’identità di chi consegnava. Vietato cedere il proprio account. Sanzioni alle aziende, sospensione dell’attività per omessa vigilanza.

Cercò la sua categoria nei numeri. I numeri erano sulla prima colonna. Sulla seconda c’erano regole.

Pagò il caffè. Riprese le consegne.

Otto pacchi al pomeriggio. Dodici alla sera. Rosticceria, sushi, una cassa d’acqua per una signora di Sant’Orsola. Tutto regolare. Tutto sulla piattaforma. Tutto pulito.

La chat invece no. La chat era un’altra cosa. La chat era il motivo per cui Aurora aveva un pacchetto fisso di consegne il sabato e la domenica, le ore dorate, quelle che facevano la differenza tra trecentottanta euro al mese e seicentoventi. Il pacchetto te lo dava Tarek. Tarek era un nome.

Aurora rientrò alle ventitré e quarantasette. La via San Vitale era vuota. Le tapparelle dei bar abbassate. La bici elettrica scarica del tutto. Il display segnava il trenta per cento, ma il motore non spingeva più dal Pratello.

Salì i tre piani con la bici a spalla, come faceva da otto mesi. Aprì la porta. La appoggiò al portariviste del corridoio. La bici stava in piedi sbilenca, il manubrio contro il muro. Non accese la luce grande: solo quella della cucina.

Il telefono vibrò in tasca. Lei lo sapeva già. Lo sapeva da mezzogiorno.

Tirò il telefono fuori dalla tasca. La chat “Bologna Sera” aveva centoquattro membri. Le foto del gruppo erano facce non riconoscibili, scritte arabe, emoji, una bandiera del Senegal, una bici stilizzata. I numeri erano salvati con codici: T-1, M-2, A-3. Aurora si chiamava B-17. La conosceva nessuno per nome. Tarek una volta le aveva scritto “ciao bella” e poi mai più, perché aveva capito che lei rispondeva male.

Tarek era un nome che si passavano. Non una persona. Un protocollo. In due anni di Bologna Sera Tarek aveva scritto a orari diversi, in stili diversi, con errori di battitura diversi. Aurora lo aveva sempre sospettato. Stasera lo sapeva.

Il telefono di Aurora era un Samsung A14 con il vetro crepato sull’angolo in alto a destra. Lo sticker spelacchiato sul retro era della pizzeria di via Mascarella che chiudeva alle due del mattino e dove Aurora alle volte si fermava a mangiare un pezzo di margherita prima di tornare a casa. Lo sticker raffigurava una pizza con due occhi e una bocca. Gli occhi erano due olive. La bocca era una linea storta. Lo sticker stava perdendo l’angolo.

Aurora aprì le impostazioni della chat. Selezionò elimina. Confermò. La chat sparì. Andò nei contatti. Cercò T-1. Lo aprì. Bloccò. Cancellò.

Le mani le tremavano. Non le tremavano per paura. Le tremavano per il giro al Pratello, per la salita di via Saragozza, per la cassa d’acqua di Sant’Orsola che pesava undici chili.

Stava per spegnere il telefono quando arrivò il messaggio. Numero senza nome. Tre puntini. Poi: “Aurora, hai cancellato. Ho visto.”

I tre puntini ricominciarono. Si fermarono. Ripresero. Si fermarono. Aurora li guardò per dodici secondi. Poi posò il telefono sul tavolo, faccia in giù.

Si tolse la giacca. La appese alla maniglia della cucina. Andò in bagno. Si lavò le mani con il sapone Marsiglia che la madre le aveva spedito da Lecce. Si asciugò. Tornò in cucina.

I tre puntini erano spariti. Il messaggio era ancora lì.

Aurora aprì la chat con il nuovo numero. Scrisse: non lavoro più per te.

Mandò.

Bloccò il numero. Cancellò la chat. Spense il telefono.

Restò in cucina con il tavolo di formica giallo davanti, la sedia rotta sul lato sinistro, il caricabatterie penzolante dalla presa, e capì una cosa che le suore alle scuole medie chiamavano sapere quello che non si sa. Non sapeva se Tarek (o il Tarek di Tarek) avesse capito davvero. Sapeva che lei aveva capito. Aveva capito che il decreto era una cosa che si firmava.

Mangiò un pezzo di pane raffermo con olio. Bevve dell’acqua del rubinetto. La caraffa filtrante l’aveva tolta a marzo perché il filtro costava nove euro e durava un mese.

La mattina dopo accese il telefono alle sei e venti. Niente messaggi. Scese le scale. La bici era ancora carica zero. La portò a spalla fino alla stazione di ricarica di porta Mazzini. Aspettò che il display salisse al sessanta. Poi prese il primo pacco della mattina, da una piattaforma diversa, una con il contratto, una che pagava cinque euro a consegna meno di quella di prima.

Era il primo giorno del decreto. Novecentotrentaquattro milioni di euro a Roma. Nessuno per Aurora. Per Aurora c’erano regole. Le regole pagavano cinque euro a consegna in meno.

Italia, 28 aprile 02026. Il Consiglio dei ministri presieduto da Giorgia Meloni ha approvato un decreto-legge da 934 milioni di euro che contiene una stretta sul caporalato digitale (canali Telegram e gruppi WhatsApp di reclutamento) e nuove protezioni per i rider. Council of Ministers, 28 aprile 02026; Roma La Milano; Decreto Lavoro 02026.
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Nota

fatto: Italia, ventotto aprile duemilaventisei. Il Consiglio dei ministri presieduto da Giorgia Meloni ha approvato un decreto-legge da novecentotrentaquattro milioni di euro che contiene una stretta sul caporalato digitale (canali Telegram e gruppi WhatsApp di reclutamento) e nuove protezioni per i rider. (Council of Ministers, ventotto aprile duemilaventisei; Roma La Milano; Decreto Lavoro duemilaventisei.)

mondo: Burkina Faso, Consiglio dei ministri del ventiquattro aprile: legge per costituire un corpo di centomila riservisti civili entro fine duemilaventisei, con addestramento militare obbligatorio per tutti i cittadini in età combattente (Human Rights Watch, ventotto aprile duemilaventisei; International Crisis Group, rapporto trecentotredici).

Corea del Sud, Seoul, ventisei aprile duemilaventisei: duecento lavoratori stranieri si sono radunati prima del Workers Day per chiedere il diritto di cambiare lavoro; il visto E-9 lo permette solo se è il datore a licenziare. Una insegnante di lingua ha dichiarato di essere costretta a lavorare malata e di essere monitorata con telecamere durante le lezioni. Tremilasettecento domande di visto agricolo stagionale risultano pendenti a fine aprile (Korea Herald, Korea Times, ventitré-ventisei aprile duemilaventisei).

Stati Uniti, El Paso: il Texas Tribune del ventitré aprile riporta che ICE ha deportato in Messico un cittadino statunitense con certificato di nascita di Denver, accusandolo di aver mentito sul proprio status. Sedici persone sono morte in custodia ICE dall’inizio del duemilaventisei (CNN, ventotto aprile duemilaventisei).

Varianti: 5.

Soffiato · Pneuma I.

Everyday Endless è un organismo narrativo. Ogni giorno si nutre delle pressioni del mondo reale e le trasforma in racconto. Cosa diventa il fatto dipende dal giorno: il dispositivo cambia forma, il materiale cambia voce, la distanza dal reale cambia profondità.

L'autore ha scritto il dispositivo. Il dispositivo compone il racconto. Il meccanismo è dichiarato e visibile.

Le collane si compongono racconto dopo racconto.

Fascicoli
Venticinque racconti, raccolti per fascicolo. Uno al giorno.
Fascicolo III — 2 di 25 · In composizione · 051–075
Mappe
Composizioni lunghe a più voci, ognuna costruita intorno a un evento accaduto.
001 · Pesach · in arrivo
002 · Piazzale Medaglie d'Oro 17 · in arrivo
003 · aprile 1945 · in arrivo
Incunabola
Raccolte di racconti di pura invenzione, fuori dal vincolo del fatto.

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