Il magazzino Marui di Nakano ha aperto nel 1944, nel pieno della guerra, con il reparto biancheria al quarto piano. Nel reparto biancheria, il sedici aprile 2026, alle nove e mezza del mattino, Yoshida Sayoko, settantadue anni, spilla del nome sopra il taschino della divisa grigia, prende la prima camicetta di cotone bianco dalla pila alta quarantaquattro centimetri sul bancone di esposizione. Accanto a lei c’è Mieko, quarantanove anni, collega da quindici, che stamattina non ha ancora parlato. Il direttore giovane, Akira-san, quarantuno anni, ha attraversato il reparto venti minuti fa con un mazzo di crisantemi gialli e ha detto a Yoshida: Sayoko-san, domani ricevono tutti un bouquet al piano terra. Yoshida ha risposto con un inchino leggero. Akira-san è sceso alla direzione del piano secondo.
La pila delle camicette di cotone bianco è lì da trent’anni uguale. La biancheria Marui — camicette, sottovesti, pigiama estivo — è sempre stata piegata a mano da Yoshida e dalle altre veterane del reparto. Le nuove del piano terra hanno imparato a piegare in quattro: metà verticale, metà orizzontale. Yoshida piega in tre. Le colleghe anziane piegano in tre. Lo hanno imparato dalla signora Tsuji, morta nel 2002, che le aveva insegnato che il cotone in tre respira. La piega in quattro stringe il tessuto su se stesso e il cotone, col tempo, prende la piega. La piega in tre lascia un’ondulazione leggera che si distende quando la camicetta viene aperta.
Prima cliente, dieci e dodici: una signora sulla sessantina compra due camicette, paga con la carta di credito Marui. Yoshida prende la prima camicetta dalla pila. La stende sul bancone. Piega la manica destra verso il centro del busto. Piega la manica sinistra verso il centro del busto. Poi piega il busto in tre parti uguali: il terzo del collo verso il basso, il terzo della vita verso l’alto. L’unghia del pollice destro tira il bordo inferiore, preme l’angolo. Diciassette secondi. La posa nella busta di carta grigia con il logo Marui. La seconda camicetta, diciassette secondi, nella stessa busta. La signora ringrazia, esce.
Seconda cliente, dieci e quarantasette: quattro camicette. Diciassette secondi per quattro: sessantotto secondi di piega, più il tempo dell’inchino e della busta. Yoshida non parla con le clienti, se non per il saluto. Mieko si occupa del registratore di cassa. Il reparto biancheria chiude alle diciannove oggi, un’ora prima dell’orario normale. Sul cartello all’ingresso del piano c’è scritto in caratteri neri grandi: Ultimo giorno. Grazie per ottantadue anni.
Alle undici e venti Yoshida va al ripostiglio delle commesse dietro al reparto. Apre il suo armadietto metallico numero centosessantatre. Prende la bottiglia di tè verde freddo, beve tre sorsi, la rimette. Chiude l’armadietto. Torna al bancone. Mieko è con una cliente che compra una vestaglia di raso. Yoshida resta in piedi accanto alla pila. La pila è scesa da quarantaquattro a trentasei centimetri.
Alle dodici e trenta è l’ora del pranzo. Yoshida mangia il bentō portato da casa, in piedi nel ripostiglio: un onigiri al salmone, due fette di takuan, un uovo marmorato. Lo fa da ventitré anni. Alle tredici riprende. Dalla pausa pranzo alle diciassette il flusso è regolare. Dodici clienti, ventitré camicette piegate, quattro sottovesti, due pigiami estivi. La pila della biancheria si abbassa a undici centimetri. Mieko non parla ancora.
Alle diciassette e quaranta entra l’ultima cliente. Tanaka-san, settantasei anni, viene al Marui da venticinque anni. Abita a Arai, tre stazioni di distanza, e arriva con la metropolitana. Ha una borsa di stoffa marrone. Apre la borsa davanti al bancone. Tira fuori una camicetta di cotone bianco, piegata male. Non nuova. L’ha comprata qui sette anni fa, è la camicetta che mette per le visite, è stata lavata e ripiegata a casa dal marito mentre Tanaka-san era in ospedale a Saitama per una bronchite, e il marito di Tanaka-san l’ha piegata in quattro. Tanaka-san posa la camicetta sul bancone. Ci mette la mano sopra, leggera. Guarda Yoshida negli occhi. Non dice niente.
Yoshida avrebbe potuto dire: signora, le camicette già vendute non le piego. Avrebbe potuto dire: chiamo il direttore, le faccio un rimborso simbolico. Mieko, al registratore, vede. Tanaka-san aspetta. Yoshida prende la camicetta di Tanaka-san. La apre sul bancone con le due mani, come apre tutte le camicette. La manica destra è piegata male, ha una piega orizzontale nel mezzo che il marito di Tanaka-san ha fatto. Yoshida distende la manica con il palmo destro. Poi piega la manica destra verso il centro del busto. Piega la manica sinistra verso il centro del busto. Piega il busto in tre parti. L’unghia del pollice destro tira i bordi. Diciassette secondi. Non la mette nella busta di carta grigia Marui, perché non è una vendita. La posa nelle mani di Tanaka-san, che la prende, la stringe contro il petto, si inchina due volte. Yoshida si inchina una volta. Tanaka-san esce dal reparto, cammina verso l’ascensore. Mieko al registratore ha visto. Non dice niente.
Alle diciannove Akira-san parla al microfono dal piano terra. L’audio arriva al quarto attraverso il sistema interno. Ringrazia i clienti, ringrazia le commesse, ricorda gli ottantadue anni. Yoshida non ascolta. Sta impilando le ultime sette camicette rimaste sul bancone nel cartone marrone della logistica, che il magazzino passerà a prendere stanotte. Le piega tutte e sette. Diciassette secondi a ciascuna. Centodiciannove secondi. La pila finale è di otto centimetri. Yoshida chiude il cartone. Lo sposta al bordo del bancone. Prende il cappotto grigio dal ripostiglio. Saluta Mieko con un cenno del capo. Mieko annuisce. Yoshida esce per le scale, non per la scala mobile, che è già spenta. Al piano terra c’è il bouquet sul tavolo. Non lo prende. Alla fermata Nakano, alle diciannove e cinquantadue, sale il treno della Chūō per la sua stazione. Il treno è mezzo pieno. Yoshida trova un posto a sedere. Pone la borsa sulle ginocchia. Tiene le mani sopra la borsa. Le dita sono ancora piegate come se stessero stringendo il bordo di una camicetta.