Mi raccontò Elena che l’olivo, l’Olea europaea nella nomenclatura che Linneo fissò nel 1753 e che da allora nessuno ha mai contestato perché l’olivo è una di quelle piante la cui identità tassonomica non ha generato dispute, a differenza per esempio del pistacchio o di certe varietà di prunus che vengono riclassificate ogni decennio, era stato coltivato per seimila anni senza che nessuno avesse mai sentito il bisogno di conservarne i semi in un deposito sotterraneo scavato nella roccia di un’isola del circolo polare, perché l’olivo era il mediterraneo stesso, mi disse Elena con la voce di chi enuncia un fatto che non ammette discussione, l’olivo era i terrazzamenti della costa ligure e i muretti a secco del meridione e le colline dell’entroterra dove ogni famiglia possedeva almeno tre alberi e li chiamava per nome come si chiamano per nome i cani o i figli, e ogni varietà aveva un nome che era un nome proprio, Cellina di Nardò, Ogliarola del Gargano, Cima di Melfi, Bella di Cerignola, Carolea, Ottobratica, Tonda Iblea, nomi che contenevano il luogo di origine e che senza quel luogo non significavano niente, perché una Cellina di Nardò cresciuta altrove non era più una Cellina di Nardò nel senso che la parola aveva per i contadini che l’avevano selezionata nei secoli, era un olivo qualunque con un’etichetta che non corrispondeva più a niente. Elena lavorava nel dipartimento di genetica vegetale dell’università da undici anni, mi disse, e in undici anni aveva preparato depositi per ventitré varietà di grano duro, per diciotto leguminose autoctone del bacino del mediterraneo, per sette vitigni che rischiavano di scomparire, ma non per l’olivo, mai per l’olivo, perché l’olivo non aveva bisogno di essere conservato, l’olivo era ovunque, l’olivo era la pianta che non finiva.
Poi aveva visto i dati sulla Xylella. La Xylella fastidiosa subspecie pauca, mi spiegò Elena con la precisione di chi ha letto ogni singolo rapporto fitosanitario pubblicato tra il 2013 e il 2025, con la stessa cadenza con cui avrebbe elencato le voci di un inventario o le stazioni di una linea ferroviaria, era arrivata probabilmente dal Costa Rica attraverso una pianta ornamentale di caffè importata in un vivaio del Salento, e da quel vivaio si era diffusa trasportata dalla sputacchina, la Philaenus spumarius, un insetto di dodici millimetri che nessuno aveva mai considerato un vettore pericoloso, e adesso portava dentro di sé un batterio che ostruiva i vasi xilematici dell’olivo fino a ucciderlo, e in dodici anni ne aveva uccisi ventuno milioni nella sola regione pugliese, ventuno milioni, ripeté Elena, e io cercai di immaginare ventuno milioni di alberi morti e non ci riuscii perché un numero simile non si immagina, si constata, si legge in una colonna di un foglio di calcolo, si accetta come dato. Le varietà più colpite erano le Ogliarola e le Cellina, quelle con i nomi propri che contenevano il luogo nel nome, e adesso il luogo le conteneva soltanto come legna da ardere, perché un olivo morto di Xylella si secca in piedi e resta in piedi per anni come un monumento involontario a se stesso finché qualcuno non lo abbatte per fare spazio a una cultivar resistente, il Leccino o la Favolosa, se esiste spazio, se esiste volontà, se esiste denaro per ripiantare.
Elena preparò la proposta di deposito dopo aver letto il rapporto del 2025, quello che stimava la perdita del sessanta per cento della produzione olearia pugliese rispetto al 2012, sessanta per cento in tredici anni, mi disse, come se tredici anni fossero una misura del tempo sufficiente a cancellare ciò che seimila anni avevano costruito, e in effetti lo erano, tredici anni erano bastati. L’argomento contrario era solido e lo conosceva bene, me lo espose lei stessa con la lealtà di chi rispetta le obiezioni prima di superarle: seimila anni non hanno bisogno di un congelatore, l’olivo cresce in tutto il bacino del mediterraneo, milioni di alberi, nessuno li abbatte, la Xylella è un problema regionale non una minaccia alla specie intera, e mettere i semi dell’olivo nel deposito artico significava ammettere che niente era più permanente, che seimila anni di sopravvivenza non garantivano il seimilaunesimo. Elena mi disse che l’argomento aveva ragione su tutto tranne che su un punto: la Xylella fastidiosa subspecie pauca non esisteva nel mediterraneo seimila anni fa, non esisteva mille anni fa, non esisteva vent’anni fa. La permanenza dell’olivo era stata calcolata in un mondo in cui quel batterio non c’era, e quel mondo era terminato nel 2013 in un vivaio del Salento con una pianta ornamentale di caffè, e da quel momento ogni anno di sopravvivenza passata non valeva più come garanzia dell’anno successivo, perché le condizioni erano cambiate e le condizioni non tornano indietro. Compilò i moduli. Preparò cinquanta involucri di alluminio sigillati a caldo. Scrisse le etichette a mano prima di stamparle, perché voleva vedere i nomi nella propria grafia almeno una volta, come una forma di congedo: Frantoio, Leccino, Coratina, Carolea, Nocellara del Belice, Moraiolo, Taggiasca, Cellina di Nardò.
L’etichetta sull’involucro numero trentasette, quello della varietà Picual, che non è una cultivar italiana ma spagnola e che Elena aveva incluso nella selezione per completezza tassonomica, come mi spiegò, perché un deposito che non rappresenta la diversità genetica della specie nel suo areale completo non è un deposito ma una collezione parziale, diceva: Olea europaea, var. Picual, raccolta marzo 2026, temperatura di conservazione meno diciotto gradi centigradi, e adesso quell’etichetta si trovava sullo scaffale del corridoio dodici del deposito scavato nella montagna, nella roccia dell’isola, al buio, perché le luci del corridoio si accendevano solo quando qualcuno entrava e nessuno entrava, e nessuno leggeva l’etichetta perché nessuno aveva bisogno di leggerla, non ancora, non ora, e forse non mai, e il corridoio era buio e freddo e i pacchetti aspettavano allineati sugli scaffali di metallo e aspettare era la funzione per cui erano stati portati lì, l’unica funzione, aspettare nel buio e nel freddo che qualcuno avesse bisogno di loro.