Il furgone era arrivato alle sette di mattina nel parcheggio della miniera, un furgone bianco con la scritta azzurra del servizio sanitario federale sul fianco, e Harlan lo aveva visto dal turno di notte mentre usciva dal pozzo con gli altri, la polvere ancora nella gola, le mani che tremavano per il freddo dell’aria di marzo dopo otto ore di aria compressa a seicento metri sotto il livello della strada, e aveva pensato, senza formulare il pensiero come un pensiero ma lasciandolo passare come si lascia passare un camion che viene dall’altra direzione, che il furgone era lì per lui, nel senso che era lì per tutti ma soprattutto per quelli come lui che avevano ventitré anni di polvere nei polmoni e che sapevano, perché lo sapevano tutti anche se nessuno lo diceva con le parole che il furgone avrebbe usato, che i polmoni a un certo punto smettono di fare quello per cui sono fatti.
Si mise in fila.
La fila era di undici persone, tutte in tuta da lavoro, tutte con il casco sotto il braccio, e Harlan era il sesto, il che significava che avrebbe aspettato circa quaranta minuti, perché ogni ‘screening’, come lo chiamavano nel volantino appeso nella sala mensa, durava tra i cinque e gli otto minuti, e comprendeva, sempre secondo il volantino, un ‘questionario sulla storia lavorativa’, una ‘radiografia del torace’, un ‘controllo della pressione sanguigna’ e una ‘spirometria’, che era una parola che Harlan non aveva mai sentito prima di quel volantino e che significava soffiare in un tubo collegato a una macchina che misurava quanta aria i polmoni riuscivano a spostare, il che era, se ci pensava, ‘piuttosto ironico’, perché l’aria era esattamente la cosa che i polmoni di un minatore di carbone smettevano di spostare dopo vent’anni passati a respirare polvere che non era aria.
Il quinto della fila entrò nel furgone.
Harlan guardò il parcheggio. Era un parcheggio di ghiaia con le strisce bianche sbiadite e i pickup dei minatori parcheggiati in file storte, perché nessuno parcheggiava dritto alle sette di mattina dopo un turno di notte, e dietro il parcheggio c’era la montagna, che non era una montagna vera ma il cumulo di scarti della miniera, quella cosa che la compagnia chiamava ‘area di deposito temporaneo’ e che era lì da trentasei anni, alta come un palazzo di sei piani, nera, con i bordi che franava quando pioveva.
‘Harlan.’
La dottoressa era sulla porta del furgone. Giovane. Trent’anni, forse meno.
‘Entra pure.’
Dentro il furgone c’era una sedia, un apparecchio per la radiografia portatile, un misuratore di pressione attaccato al muro, e lo spirometro, che era un tubo di plastica bianca collegato a una scatoletta grigia con uno schermo che mostrava numeri. La dottoressa gli chiese da quanti anni lavorava nella miniera, e Harlan disse ventitré, e la dottoressa scrisse il numero su un modulo senza commenti, e gli chiese se tossiva, e Harlan disse ‘sì ma tutti tossiscono’, e la dottoressa scrisse anche questo.
La radiografia durò pochi secondi. La dottoressa guardò lo schermo.
‘Respira normalmente.’
La spirometria richiedeva che Harlan soffiasse nel tubo il più forte possibile, tenendo il respiro e poi rilasciando tutta l’aria in un colpo, e Harlan soffiò, e il numero che apparve sullo schermo era un numero che la dottoressa guardò senza cambiare espressione, perché le dottoresse dei furgoni mobili del servizio sanitario federale non cambiano espressione quando guardano i numeri, sia che il numero sia buono sia che il numero sia quello che Harlan sapeva che sarebbe stato, perché Harlan sapeva, come sapevano tutti quelli della fila, che a un certo punto il numero scende, come scende il livello di un serbatoio che nessuno riempie, e il numero che era apparso sullo schermo era il numero di un serbatoio che nessuno aveva riempito per ventitré anni.
‘Le manderemo i risultati a casa.’
Harlan uscì dal furgone. Il sesto della fila dopo di lui era già in piedi, pronto a entrare.
L’aria di marzo aveva un odore di terra bagnata e di gasolio dei pickup e di qualcosa che veniva dalla montagna nera di scarti, un odore che Harlan non sentiva più, un odore che non si sente più a meno che qualcuno non te lo faccia notare, e nessuno glielo faceva notare, perché tutti sentivano lo stesso odore e nessuno lo sentiva. La tosse arrivò mentre camminava verso il pickup, non la tosse del freddo ma l’altra, quella che stava dentro da qualche parte tra la gola e il posto dove i polmoni finiscono, quella che la dottoressa avrebbe chiamato ‘produttiva’ nel referto e che Harlan chiamava, quando la chiamava, ‘la solita’.
Il furgone bianco sarebbe rimasto nel parcheggio fino alle cinque del pomeriggio. Il turno successivo sarebbe uscito dal pozzo e si sarebbe messo in fila. La dottoressa avrebbe chiesto da quanti anni, e avrebbe scritto il numero, e lo spirometro avrebbe misurato quanta aria, e il numero sarebbe apparso sullo schermo, e la dottoressa non avrebbe cambiato espressione.
Il pickup di Harlan non partì al primo colpo. Partì al secondo.