Everyday Endless
un racconto al giorno, per sempre

Il telefono

Il nodo a otto lo faceva ad occhi chiusi, le dita che trovavano il filo di nylon nel buio delle quattro di mattina come lo trovavano ogni giorno da duecento giorni; il gesto così perfetto nella sua ripetizione che il corpo lo eseguiva senza che la testa lo ordinasse. Un nodo che aveva imparato a dodici anni sul fiume Irrawaddy dove i pesci erano piccoli e il filo era di cotone e il padre stava accanto e il fiume era il fiume di casa, non questo mare che non finiva, questo mare dove la costa era scomparsa da settimane e l’orizzonte era una linea che separava due vuoti: il vuoto del cielo e il vuoto dell’acqua. Il pescatore lanciò la lenza. Il nodo tenne.

La maglietta del Manchester United, taglia L, regalata dall’intermediario al porto di Ranong, era l’unica cosa che gli avevano dato senza segnare sul debito; lo stemma col diavolo rosso si era stinto dal sale e dal sole fino a diventare un ovale rosa, la forma di qualcosa che era stato qualcosa. Il taglio tra il pollice e l’indice della mano sinistra, dalla lenza del terzo giorno, il sale lo riaprì ogni mattina. Non si sarebbe chiuso finché il sale non fosse finito. Il sale non finiva mai.

Il debito era trentaduemila baht: una cifra che l’intermediario di Ranong aveva pronunciato in thai e che il traduttore aveva tradotto in birmano arrotondando verso l’alto, perché la differenza tra il numero thai e il numero birmano era il margine del traduttore, un margine che nessuno verificava perché chi verifica un numero in una lingua che non parla. Trentaduemila baht che comprendevano il viaggio dal confine alla costa, il permesso di lavoro che non era un permesso di lavoro ma un foglio con un timbro che diceva lavoratore temporaneo senza specificare la durata; la durata era la durata del debito e la durata del debito era la durata del viaggio in mare e la durata del viaggio in mare la decideva il capitano in base al pesce. Quando il pesce bastava si tornava. Quando non bastava si restava. Il contratto era verbale, pronunciato in thai dal capitano e tradotto dallo stesso traduttore che aveva tradotto il debito, con le stesse approssimazioni, le stesse parole mancanti, gli stessi vuoti che il pescatore aveva riempito con ciò che sperava e non con ciò che era. Il registro del capitano, il quaderno nero con la copertina di plastica rigida, aveva una pagina per ogni pescatore: nome in thai, debito iniziale, penalità, pagamenti. Le penalità erano scritte a matita. Duecento baht per ogni infrazione. Le infrazioni erano: parlare al telefono, rifiutare un turno, rallentare la cadenza, dormire oltre il turno, parlare con un altro peschereccio, chiedere la posizione. Il pescatore birmano aveva tre penalità in duecento giorni. Una per aver chiesto la posizione il ventesimo giorno: il capitano aveva risposto mare. Una per aver rallentato la cadenza il settantottesimo giorno quando la febbre era salita a trentanove e le mani non stringevano la lenza. Una per il telefono che non aveva ancora chiesto ma che avrebbe chiesto.

Aspettò che il capitano fosse solo sul ponte, che gli altri dormissero sotto il telone a poppa dove i corpi si ammassavano nei turni di riposo, che il motore diesel fosse l’unico suono; si avvicinò al capitano che stava in piedi contro il parapetto con il quaderno nero sotto il braccio (il quaderno dove ogni debito era scritto a matita, a matita perché la matita si può cancellare, aveva detto l’intermediario di Ranong, che era l’unica cosa vera che l’intermediario avesse detto, perché tutto il resto era stato detto in una lingua che il pescatore non parlava e tradotto da un uomo che non traduceva ma vendeva), e disse il nome della moglie. Khin Mar. Lo disse come si dice una parola in una lingua che l’altro non capisce; chiese novanta secondi. Novanta secondi per dire il nome del porto dove sarebbero arrivati tra quattro mesi, Samut Sakhon, perché Khin Mar non sapeva dove fosse Samut Sakhon, non sapeva se il pescatore fosse in Thailandia o in Malesia o nelle acque di nessuno dove le bandiere non contano e il pesce non ha nazionalità. Il capitano aprì il quaderno. Cercò la pagina. Il pescatore vide il suo nome scritto in caratteri thai che non sapeva leggere accanto a un numero che sapeva leggere: il debito.

Il telefono era un Samsung vecchio con lo schermo incrinato nell’angolo in basso a destra, un telefono che il capitano teneva nella tasca dei pantaloni insieme alle chiavi del lucchetto della cella frigorifera; il pescatore lo tenne con entrambe le mani, le dita sulla plastica calda dal sole del ponte. Compose il numero che sapeva a memoria, il numero della vicina di Khin Mar perché Khin Mar non aveva un telefono, il numero che aveva ripetuto ogni notte da duecento notti nella cuccetta dove il sale si depositava sulle labbra prima del sonno. La vicina rispose al quarto squillo. Passò il telefono a Khin Mar. La voce di Khin Mar era la voce di Khin Mar. Il pescatore disse: Samut Sakhon. Disse: quattro mesi. Disse: sto bene. Non disse il debito. Non disse il taglio sulla mano che non si chiudeva. Non disse le ore. Khin Mar disse qualcosa che il pescatore non sentì perché il motore diesel era più forte della voce nel telefono e il capitano guardava l’orologio.

Novanta secondi. Il capitano riprese il telefono. Aprì il quaderno nero. La matita scrisse: 200. Il pescatore tornò a poppa. Le mani erano vuote. Tra le mani vuote e la lenza c’era il nome del porto che Khin Mar adesso sapeva, se aveva sentito, se la vicina non aveva coperto il telefono, se Samut Sakhon era arrivato dall’altra parte del mare attraverso il Samsung incrinato e il segnale che rimbalzava da un satellite che non sapeva niente del debito. Il pescatore non lo sapeva. Non lo avrebbe saputo per quattro mesi.

Pescatori migranti nel Sudest asiatico. Debiti indotti, contratti verbali, pescherecci d'altura. ILO, The Diplomat, 2026.
Filigrana · I
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Nota

fatto: Nel Sudest asiatico il venti per cento dei pescatori migranti lavora in condizioni di lavoro forzato. Studio ILO su milleduecentosessantadue migranti cambogiani, indonesiani, birmani e vietnamiti. Pescherecci d’altura per tonni. Debiti indotti, contratti verbali, nessuna protezione legale. ILO, The Diplomat, 2026.

mondo: Argentina: la Camera vota la riforma della Ley de Glaciares, apre le zone periglaciali alle miniere. Burkina Faso: Human Rights Watch documenta crimini contro l’umanità da tutte le parti, milleottocento civili uccisi dal 2023. Perù: voto supplementare per cinquantaduemila cittadini rimasti senza seggio.

Varianti: 5.

Filigrana · Pneuma I.

Everyday Endless è un organismo narrativo. Ogni giorno si nutre delle pressioni del mondo reale e le trasforma in racconto. Cosa diventa il fatto dipende dal giorno: il dispositivo cambia forma, il materiale cambia voce, la distanza dal reale cambia profondità.

L'autore ha scritto il dispositivo. Il dispositivo compone il racconto. Il meccanismo è dichiarato e visibile.

Le collane si compongono racconto dopo racconto.

Fascicoli
Venticinque racconti, raccolti per fascicolo. Uno al giorno.
Fascicolo III — 2 di 25 · In composizione · 051–075
Mappe
Composizioni lunghe a più voci, ognuna costruita intorno a un evento accaduto.
001 · Pesach · in arrivo
002 · Piazzale Medaglie d'Oro 17 · in arrivo
003 · aprile 1945 · in arrivo
Incunabola
Raccolte di racconti di pura invenzione, fuori dal vincolo del fatto.

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