Erano le ventitré e cinquantadue quando il treno si è fermato a Sesto San Giovanni. L’altoparlante ha detto guasto tecnico, e dopo dieci minuti l’ha ripetuto, e dopo venti minuti niente più. Ero seduta vicino al finestrino, di fronte avevo una signora vestita di nero, di lato due ragazze indiane che parlavano sottovoce di un esame. Avevo finito il turno alle ventitré in piazzale Loreto, undici anni che firmo moduli al servizio inumazioni del Comune. Quattro fermate da casa.
Avevo già pensato la sequenza. Due minuti per togliere le calze, otto per la doccia, dieci per spalmarmi la crema, dodici per il letto, sveglia alle sei e quindici. Apro il telefono. Lo chiudo. Apro il telefono. Lo chiudo. La signora di fronte si asciuga il naso con un fazzoletto bianco, come se avesse pianto da poco. Io guardo fuori, sul binario tre non passa più niente, e il pannello luminoso della stazione dice MILANO CENTRALE in arancione, e l’arancione non cambia.
Dopo mezz’ora il macchinista parla di nuovo. «Persona sui binari». Persona. La parola sospesa, posata sopra il vagone come sopra una mensola. Nessuno fiata. Una delle ragazze indiane copre il quaderno e dice qualcosa nella sua lingua che non capisco ma penso di intuire. La signora in nero si toglie un altro fazzoletto dalla borsetta e ricomincia.
Tiro fuori dalla tasca del cappotto un sacchetto di caramelle alla menta che mi era avanzato dal pomeriggio, le offro. Lei ne prende una. Mi dice grazie, e poi mi dice «lei è giovane». Io non sono giovane. Ho quarant’anni. Non lo dico.
Il riflesso del mio volto sul vetro mi sorprende lo stesso. Sembro più giovane di quanto pensassi di essere, e mi accorgo di non sapere bene quanto pensassi. Non guardavo la mia faccia in questo modo da un periodo che non saprei datare.
Penso a Marco, mio marito, che a quest’ora sta dormendo a pancia in giù con la mano sotto il cuscino, e penso che non si è mai accorto se rientro alle ventitré e mezza o all’una e ventidue. Penso ad Adelina, la pianta di basilico sul balcone che ho cominciato a chiamare con un nome perché non ho figli e non ne ho voluti. Penso al mio capo del servizio, Riccardo, che mi ha detto due settimane fa «lei firma più di tutti, signora, ha pensato a un avanzamento?» e io ho detto va bene, e poi non ho fatto richiesta. Mi torna in mente la frase di Riccardo come se fosse stata pronunciata cinque minuti fa. Penso che forse è la prima volta in undici anni che la frase mi raggiunge davvero.
Mi torna in mente anche mia sorella Stefania, che vive a Como e che chiama il giovedì alle otto di sera. Stasera è venerdì. Stefania non chiama il venerdì. Mio padre è morto a luglio del 2017 e lo vedo sempre con mia madre tre passi indietro, e quando le telefono mi chiede sempre se ho mangiato, e io rispondo sempre sì anche quando non ho mangiato, e lei dice bene. La pioggia comincia leggera. Le ragazze indiane chiudono il quaderno. Una di loro dice qualcosa che io ho l’impressione voglia dire siamo arrivati, ma non siamo arrivati. Siamo fermi.
Alle zero e quarantatré tolgo il dito dall’orologio del cellulare. Non lo riguardo. Resto ferma. Non scrivo a nessuno. Non chiamo. Non mando il messaggio già pronto, «treno fermo, problema tecnico, arrivo tardi», che era nelle bozze da venti minuti. Non lo mando.
Mi sono concessa, senza dirlo a me stessa, di non rendermi conto del tempo. Era dall’università che non lo facevo. Forse non l’avevo mai fatto. Le mie notti hanno sempre avuto una direzione, anche le notti vuote. Stanotte no. Stanotte il vagone è fermo, fuori la pioggia comincia leggera, dentro siamo seduti sette persone che ci guardiamo senza guardarci, e nessuno ci aspetta tranne il sonno, e il sonno aspetta tutti.
All’una e cinquantaquattro il treno riparte. La signora in nero mi restituisce il sacchetto delle caramelle, intero, non ne ha presa una sola dopo la prima. La accetto. Lei guarda fuori, io la guardo, ci sorridiamo dentro lo stesso silenzio. Non ci diciamo niente. Le ragazze indiane sono scese a Greco-Pirelli, hanno salutato col palmo aperto contro il finestrino, una di loro ha lasciato una matita sul tavolino.
A Greco-Pirelli arrivo all’una e cinquantasette. A Centrale all’una e cinquantanove. La metropolitana è ferma da un’ora. Prendo un taxi. A casa entro alle due e ventotto. Marco non si è accorto.
La doccia me la faccio più lunga del solito. Apro l’acqua e ascolto il suo rumore. Penso che il ragazzo dei binari aveva un nome che domani leggerò sui giornali, e che nessuno ha detto chi fosse, e che noi sette nel vagone abbiamo passato tre ore della sua morte senza saperla.
Guardo l’orologio del bagno. È un orologio rotondo bianco con i numeri neri. Per la prima volta non lo leggo. Vedo le lancette. Non leggo l’ora. Mi tolgo l’asciugamano. Vado a letto.