Quel ragazzo io lo conosco. Si chiama Idrissa Sawadogo, ha ventitré anni, viene dal villaggio di Kongo a venti chilometri da Djibo, sua madre coltiva il sorgo su sette campi piccoli al margine della pista che porta al Mali. Lo hanno preso a gennaio del duemilaventiquattro, una mattina, con altri sei del villaggio. Avevano detto che era volontariato. Avevano fatto firmare. Idrissa la croce l’aveva messa, perché scrivere non sapeva.
Il posto di blocco dove lo trovo è a ventidue chilometri da Djibo, sulla pista rossa che taglia la savana del Soum. Una piazzola di terra battuta, un bidone di lamiera bucato che fa da sentinella, una panca di mogano dove si siedono i tre VDP più vecchi a sputare semi di anguria. Volontari per la Difesa della Patria, li chiamano. Idrissa è uno di loro. Idrissa è in piedi accanto al bidone, il fucile a tracolla, la cinghia regolata per qualcun altro, perché a Idrissa il fucile arriva sotto la cintola e gli batte sulla coscia quando cammina. È il quarto turno della settimana. È martedì.
Alla radio si sente il comandante che parla da Bobo-Dioulasso. Parla a tratti, l’apparecchio è vecchio, la batteria scarica si scarica più in fretta del solito e nessuno ha la macchina per andare a Djibo a comprare le altre. Il comandante chiede chi è di turno. Sory, il sergente, risponde “Idrissa Sawadogo, Boukary Ouedraogo, Mahamadou Tall, e io.” Il comandante dice qualcosa che non si sente. Sory ripete “ricevuto.”
Una donna passa con un carretto. Trentacinque anni, peulh, vestita di blu indaco. Sul carretto due bambini. Il piccolo, due anni, si tiene il viso con le mani. Il più grande, sette anni, tiene il piccolo per la maglietta. La donna si ferma davanti al posto di blocco. Mahamadou ferma il carretto con il piede.
“Dove vai.” “All’ospedale di Djibo, il piccolo ha la febbre da tre giorni, deve vedere un medico.” “Da dove vieni.” “Da Tongomayel.”
Mahamadou guarda Sory. Tongomayel è in zona rossa da febbraio. Sory prende la radio, la accende, riferisce. Il comandante alla radio dice qualcosa, poi qualcosa di più chiaro, poi qualcosa che si sente: “Tienila.”
Idrissa pensa al sorgo. Pensa che a maggio a Kongo si comincia a seminare. Pensa a Boukary, a suo fratello Boukary che li aveva chiamati anche lui, ma Boukary aveva la gamba storta dalla nascita, l’avevano rimandato, era rimasto al villaggio, era lui che adesso seminava il sorgo per la madre. Idrissa pensa al carretto. Idrissa pensa che il piccolo ha la stessa età che aveva sua sorella Aminata quando era morta di malaria nel duemilanove perché all’ospedale di Djibo non c’erano arrivati in tempo.
La donna capisce che la stanno tenendo. Scende dal carretto. Prende il piccolo in braccio. Tira il più grande per la mano. Comincia a camminare verso Djibo, lascia il carretto.
Sory grida “ferma.”
La donna non si ferma.
Sory grida una seconda volta, in francese: “arrête.”
La donna cammina più in fretta.
Alla radio il comandante grida “tirez.”
Mahamadou alza il fucile, spara. Boukary, l’altro Boukary, alza il fucile, spara. Sory alza il fucile, spara. La donna cade. Il piccolo cade. Il più grande corre. Sparano anche al più grande, gli sparano nella schiena, cade dopo dodici passi. Restano tre corpi sulla pista rossa.
Idrissa alza il fucile. Lo punta. La canna trema, il calcio gli batte la spalla, la cinghia larga gli scivola lungo il braccio. Idrissa abbassa il fucile. Resta con il fucile nelle due mani, abbassato, davanti al bidone bucato.
Sory lo vede. Non dice niente.
Mahamadou e l’altro Boukary vanno verso il carretto. Sory resta vicino al bidone. Guarda Idrissa. Idrissa guarda Sory. Per due secondi si guardano. Poi Sory si gira, prende la radio, dice “neutralizzati. Tre.”
Il comandante alla radio dice “buon lavoro.”
Tre giorni dopo, al campo di Djibo, davanti all’ufficio del comandante, Sory dice a Idrissa che è trasferito. “Kongoussi. Parti domani mattina, alle cinque, c’è il pick-up.”
Kongoussi è la zona delle imboscate. A marzo da Kongoussi non sono tornati quattro ragazzi, due erano del villaggio di Idrissa.
Idrissa la sera, prima di partire, va al dormitorio. Prende una matita di carbonio dalla tasca del compagno di branda. Scrive sul muro di calce, con una calligrafia di chi non sa scrivere bene: Idrissa Sawadogo, Soum, sorgo. Mette il punto fermo. Mette la matita sul tavolino. Si corica.
La mattina alle cinque sale sul pick-up. A Kongoussi il posto di blocco è una piazzola identica, con un bidone identico, e una panca diversa. Ci sono tre VDP che non conosce. Si presentano. Idrissa si presenta. Si mette in piedi accanto al bidone. Si toglie il fucile dalla spalla, lo guarda, regola la cinghia. La cinghia è lunga, regolata per qualcun altro. Idrissa la regola. Se lo rimette a tracolla. Adesso il fucile gli arriva al fianco, alla giusta altezza. La cinghia è regolata per lui.