Ho quarantasette anni. Lavoro a Lampedusa da quattro anni. Prima di Lampedusa ero a Catania, in chirurgia generale, e a Catania, in una mattina di novembre, ho avuto un attacco di panico in sala operatoria mentre stavo per stringere un’emostatica, e dopo quel giorno ho chiesto il trasferimento e me lo hanno dato.
A Lampedusa pensavo che il mare desse pace. Pensavo che almeno il mare lo conosci, lo vedi, sai cosa fa. In quattro anni ho contato cadaveri quattordici volte. Oggi è arrivata la quindicesima.
Erano le tredici e quaranta. La motovedetta CP trecentoventidue aveva agganciato il barcone alle tre della notte, a ottantacinque miglia da Lampedusa, in area Sar libica. Per dieci ore aveva tenuto rotta verso il porto sotto pioggia battente, e quando lo hanno tirato dentro la radio della CP trecentoventidue ha detto solo: «Diciotto morti accertati, cinque vivi. Ipotermia.» Sono salita sull’ambulanza vuota e ho aspettato al molo Favarolo con Vincenzo che è il medico legale dell’isola e che ha sessant’anni e una camicia grigia.
Ho contato. Numero uno, uomo, cinquantina. Numero due, uomo, trentina. Numero tre, donna gravida. Numero quattro, bambino. Numero cinque, bambino. Numero sei, bambino. Mi sono fermata. Vincenzo mi ha guardato. Ho ripreso. Numero sette uomo. Numero otto donna. Numero nove uomo. Numero dieci donna. Numero undici uomo. Numero dodici donna trentina, vestito rosso a fiori bianchi, ferita alla tempia, capelli intrecciati. Numero tredici uomo. E così via fino al diciotto, un ragazzo magro con le scarpe da ginnastica bianche ancora allacciate.
I cinque vivi li hanno messi sull’altro telo, a quattro metri dai diciotto. Tre adulti deboli con i piedi gonfi e gli occhi piccoli, una donna critica con un taglio alla coscia che perdeva sangue lento, e un bambino in arresto respiratorio, che pareva avere dieci anni e che era stato tirato fuori per ultimo perché era sotto due corpi adulti, e quando Andrea, il comandante della motovedetta, lo aveva sollevato dal fondo del barcone, sotto la sua schiena c’erano due cuffie rotte, una bottiglia di acqua vuota, una carta d’identità senza foto. Il mediatore di Frontex era un senegalese di Saint-Louis che parla wolof, e quando ha guardato il bambino e poi la numero dodici ha detto a Vincenzo: «Stesso vestito, in piccolo. Sotto le scarpe del bambino c’è una stoffa rossa a fiori bianchi.» Madre e figlio.
Vincenzo è venuto vicino a me. Aveva il foglio del medico legale in mano, e diciotto righe pre-stampate, e una penna a sfera, e gli occhi un po’ rossi, ma non per il sole. Mi ha detto: «Carmela, decidi tu. Io ho già il foglio da firmare per i diciotto.»
Vincenzo è una persona giusta. Vincenzo mi stava dando il bambino.
Lo guardo. La pelle è cinerea ma calda. Il torace si solleva di pochi millimetri, ogni quattro secondi. La saturazione del pulsossimetro è sessantadue, sessantuno, sessanta. Posso intubarlo qui, sul telo del molo Favarolo, accanto al numero dodici che è sua madre, e che ancora non ha un nome. Posso caricarlo sull’ambulanza, dodici minuti al poliambulatorio dell’isola, ossigeno mobile, qualche speranza.
Le mie mani aprono la cassetta dell’intubazione prima che la mia testa abbia finito di pensare. Apro il tubo. Tubo numero cinque, calibro per un bambino di dieci anni. La lama del laringoscopio è già montata. Vincenzo dice piano: «Sì.» Io non lo guardo. Mi accovaccio. Inclino la testa del bambino. Apro la bocca. Inserisco la lama. Vedo le corde vocali al secondo tentativo, infilo il tubo, gonfio la cuffia. Collego l’Ambu. La saturazione risale a settantadue, a settantotto, a ottantaquattro. Vincenzo dice piano: «Brava.»
L’ambulanza è pronta. Il bambino è caricato in barella, in coma indotto, intubato, con un altro infermiere accanto. L’autista, Sandro, ha il motore acceso.
Io resto sul telo. Le mie mani tremano. Conto i miei respiri. Lo facevo già prima, anche a Catania, anche dopo le sale operatorie buone. Arrivo a quarantanove. Mi alzo. Vado verso la motovedetta CP trecentoventidue, attraverso i diciotto teli stesi paralleli. Il comandante della motovedetta è Andrea, ha trent’anni, mani da pescatore. Gli chiedo: «Numero dodici, donna trentina, vestito rosso. Avete un nome?»
Andrea controlla il taccuino. Dice: «Non lo abbiamo. Qualcuno ha detto: Mariama. Non so se è lei. Erano in settantasette a bordo.»
Mariama.
Torno al telo del bambino. Il telo è vuoto, il bambino è nell’ambulanza ferma a dieci metri. Ma è rimasta la sua maglietta sul telo, una maglietta gialla con un cane disegnato a matita. Io prendo un pennarello indelebile dalla tasca, vado fino all’ambulanza, faccio cenno a Sandro di aspettare ancora un momento, salgo, scopro il polso sinistro del bambino, e scrivo: Mariama. Sette lettere. La R è un po’ inclinata.
Sandro mi guarda. Dice: «Sicura?» Dico: «Sicura.» Scendo. L’ambulanza parte alle quattordici e dodici.
Torno al molo. Vincenzo sta firmando il foglio delle diciotto righe. Non mi guarda. Poi guarda. Annuisce.
La motovedetta CP trecentoventidue esce dal porto alle diciotto e trenta per un altro avvistamento, sei miglia a sud. Sul molo restano i diciotto teli, gli stracci, la cassetta dell’intubazione aperta. Sul polso sinistro di un bambino che adesso è al poliambulatorio dell’isola ho lasciato sette lettere a pennarello.
Mariama. La R inclinata.