Il havildar Devinder controlla la corda prima di calarla. È una corda statica da undici millimetri. La lega alla base del palo con un nodo a otto. Tira due volte per provare il nodo. Il nodo tiene. Poi aggancia il moschettone all’imbraco.
L’acqua ha coperto il guado nella notte. Il fiume che a giugno si passava a piedi adesso corre marrone. Porta rami e una tanica di plastica. La squadra è arrivata all’alba, a piedi, dall’ultima strada asfaltata. Hanno portato le corde negli zaini. Hanno sceso l’argine con attenzione.
Dall’altra parte, su un rialzo di terra, ci sono undici persone. Sei adulti e cinque bambini. Sono saliti sul rialzo quando l’acqua è cresciuta. Hanno passato la notte lì. Il rialzo si sta restringendo. Devinder guarda l’acqua per un minuto prima di toccare le corde. Guarda dove la corrente è più lenta. Sceglie il punto per la corda tesa dove il fiume è più stretto.
La squadra è di quattro uomini. Prima misurano la distanza tra le rive. Sono circa venti metri. Poi lanciano il sacchetto con la sagola. Il primo lancio va corto. Il secondo lancio arriva. Un uomo di là lega la sagola a un albero.
Con la sagola tirano la corda tesa. È una corda da venti millimetri, più grossa di quella dell’imbraco. La tendono con un paranco a tre vie. La corda attraversa la corrente a un metro dall’acqua. La fissano al palo di qua e all’albero di là. Devinder controlla la tensione con la mano. La corda è dura come un ferro.
Devinder aggancia la carrucola alla corda tesa. La carrucola ha una puleggia di alluminio. Alla carrucola lega l’imbraco con due cordini. Aggancia anche una sagola di ritorno, per tirare indietro la carrucola dopo ogni passaggio.
Passa per primo un uomo. Devinder gli mette l’imbraco. Stringe la fibbia sul petto. Controlla la fibbia con due dita. Dice all’uomo di tenere le mani sulla corda e di non muovere le gambe. L’uomo attraversa appeso alla carrucola. Ci mette quaranta secondi. Dall’altra parte lo prendono.
Dall’altra parte i tre uomini della squadra tirano la sagola di ritorno. La carrucola torna vuota lungo la corda. Devinder la riprende. La prepara per il prossimo.
Poi passa una donna. Poi un altro uomo. Ogni volta Devinder mette l’imbraco, stringe la fibbia, controlla con due dita, aggancia la carrucola. Ogni volta dice la stessa frase: mani sulla corda, gambe ferme. Ogni volta la sagola di ritorno riporta la carrucola. La corrente sotto sale di un dito ogni ora. Devinder lo vede sul palo, dove ha fatto un segno con il coltello. Il segno alle quattro. Un altro segno alle cinque. Un dito tra i due segni.
I bambini passano stretti a un adulto. Il primo bambino ha forse otto anni. Devinder lo lega davanti a suo padre, petto contro schiena, con una fascia in più. Stringe. Controlla. Li manda. Il secondo bambino piange e non si stacca dalla madre. Devinder non lo stacca. Lega tutti e due insieme. Li manda così.
Restano sul rialzo due persone. Una donna e un bambino piccolo. Il bambino ha due o tre anni. La donna lo tiene in braccio. L’acqua adesso è a mezzo metro dal segno sul palo.
Devinder attraversa lui per ultimo, verso il rialzo, appeso alla carrucola. Arriva dall’altra parte. Mette l’imbraco alla donna. Le lega il bambino davanti. Stringe la fascia. Controlla con due dita. Li aggancia alla carrucola. Li manda. Poi resta solo sul rialzo, che adesso è largo tre passi.
La carrucola torna vuota lungo la corda. Devinder si aggancia. Prima di partire guarda il rialzo dietro di sé, per controllare che non sia rimasto niente e nessuno. Non c’è rimasto niente. Attraversa. Quaranta secondi. Lo prendono.
Sull’altra riva ci sono i funzionari del distretto con un registro. Contano le persone salvate. Un ufficiale con la penna chiede a Devinder il numero. Devinder alza una mano. La tiene a mezz’aria un momento, con le dita aperte. Poi conta a voce, guardando le persone sedute sotto il telo: sei adulti. Cinque bambini. Undici.
L’ufficiale scrive undici sul registro. Chiede se è tutto. Devinder guarda ancora una volta le persone sotto il telo. Il bambino piccolo, quello di due o tre anni, è in braccio alla madre e beve da una bottiglia. Devinder guarda il bambino e non risponde subito all’ufficiale.
Poi non dice il numero. Va vicino alla madre. Si abbassa. Chiede al bambino come si chiama. Il bambino non risponde. Risponde la madre. Dice il nome. Devinder ripete il nome una volta, piano, e si rialza.
L’ufficiale aspetta con la penna. Devinder torna da lui. Gli dice: undici. Sei grandi, cinque piccoli. Poi aggiunge una cosa che l’ufficiale non scrive sul registro, perché sul registro va solo il numero. Dice il nome del bambino piccolo. L’ufficiale lo guarda e non scrive. Devinder non spiega. Si mette i guanti. Comincia a slegare la corda dal palo, un nodo alla volta.
fatto: A Rajouri, nel Jammu e Kashmir, l’esercito indiano mette in salvo undici persone, cinque delle quali bambini, da una zona alluvionata, e le ricongiunge alle famiglie davanti ai funzionari del distretto. (IBG News, 19 luglio 02026.)
mondo: Il 16 luglio missili russi colpiscono Kyiv nella notte, due morti e cinque feriti tra cui un bambino, un magazzino in fiamme (Euronews). Il 17 luglio un’alluvione lampo travolge un villaggio di montagna a Lai Chau, nel nord del Vietnam, e lascia morti e dispersi (Bangkok Post). Il 20 luglio un raid israeliano su un’auto a Mawasi, vicino a Khan Younis, nella Striscia di Gaza, uccide tre persone (Times of Israel).
Varianti: 5.
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