un racconto al giorno, per sempre
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Bastidas

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Nel rifugio le brande stavano in quattro file e le file avevano i numeri scritti col pennarello sul montante, e i numeri li avevo scritti io, non perché me lo avesse chiesto qualcuno ma perché il secondo giorno nessuno trovava più la propria roba e la roba di uno finiva sotto la branda di un altro e allora avevo preso il pennarello dal banco dell’ingresso e avevo fatto i numeri, e da quel giorno la gente diceva la signora del quattordici, il ragazzo del trentuno, e non diceva più i nomi.

I turni dell’acqua li tenevo io. Non era un incarico, era una cosa che avevo cominciato a fare e che poi nessuno aveva più voluto fare al posto mio, e la mattina passavo fra le file e dicevo chi toccava, e a chi si era lavato il giorno prima dicevo che toccava domani, e quello aspettava, e aspettavano tutti, perché se aspetti e vedi che aspettano anche gli altri l’attesa diventa una cosa che si può fare.

Nel rifugio c’erano due famiglie Bastidas. La mia e quella del ventidue.

A Fuerte Tiuna ci hanno portato in autobus la mattina presto e l’autobus era di quelli con le tende alle finestre, e le tende erano tirate, e uno ha chiesto se si potevano aprire e l’autista ha detto che era meglio di no, e nessuno ha insistito.

Dentro il complesso c’era un piazzale grande con le sedie di plastica bianca messe in file, e davanti alle sedie c’era un palco basso con il banco, e dietro il banco c’erano le bandiere, e a destra del palco c’erano le telecamere su tre cavalletti e un uomo con le cuffie che alzava la mano quando cominciava a girare.

Hanno detto un numero dal palco. Hanno detto che quel giorno erano centocinquantuno e che in tutto erano cinquecentoventotto, e hanno detto cinquecentoventotto due volte, la prima piano e la seconda più forte, e la gente ha battuto le mani tutte e due le volte.

Cinquecentoventotto io non so a quanto corrisponda. So che nel rifugio dove stavo io le brande erano centoquattro e che il rifugio della zona industriale era più grande del nostro, e che di rifugi, in tre mesi, ne ho sentiti nominare tanti.

La fila per il banco l’hanno fatta per cognome. Io stavo in mezzo, con la borsa sul braccio, e davanti a me una signora si è tolta le scarpe perché stava in piedi da un’ora e le ha rimesse quando siamo arrivate vicino.

Al banco c’era una ragazza in divisa che passava le buste a un funzionario e il funzionario leggeva il cognome ad alta voce, e quando ha letto Bastidas io ho fatto un passo avanti e lui mi ha dato la busta e ha guardato oltre la mia spalla.

La busta era di quelle marroni, con l’angolo un po’ piegato, e dentro c’era un foglio solo. Sul foglio c’era il cognome, e il cognome era il mio, e sotto il cognome c’era il numero del nucleo familiare, e il numero del nucleo familiare non era il mio.

La riga l’ho letta una volta e poi l’ho letta un’altra volta, e non la leggevo per contare, la leggevo per vedere se cambiava, e non cambiava, e allora ho guardato la ragazza in divisa che stava già prendendo la busta dopo dal cesto, e ho guardato il funzionario, e il funzionario non guardava me.

Guardava oltre la mia spalla, verso la fila, e ha detto il cognome successivo ad alta voce, e mentre lo diceva ha fatto un gesto con la mano, il gesto che si fa per dire vieni avanti, e la fila è venuta avanti.

Nessuno mi ha detto di spostarmi. È che la fila si muoveva, e io ero in mezzo alla fila.

Ho chiuso la busta e l’ho messa nella borsa, sotto il portafoglio, e il portafoglio l’ho rimesso sopra, e ho fatto un passo fuori dalla fila dalla parte sbagliata, cioè non dalla parte del palco dove andavano quelli che avevano già ricevuto, ma dalla parte dell’uscita.

Fuori dal piazzale c’era il sole e c’erano gli autobus in attesa con i motori accesi, e uno degli autisti fumava appoggiato alla portiera, e mi ha chiesto se avevo finito, e io ho detto di sì.

La casa è a Guarenas e ha due stanze e una porta di ferro con la serratura nuova, e la serratura gira due volte e la seconda volta fa un rumore secco che si sente anche dalla strada.

La prima notte ho lasciato la luce della cucina accesa. Non per paura, per vedere il soffitto. Nel rifugio il soffitto era un telo e di notte il telo si muoveva, e qui non si muove niente.

Al rifugio non ci sono più tornata. Mi hanno detto che la mia branda l’hanno tolta il giorno stesso e che hanno tolto anche il montante con i numeri, perché le file adesso sono tre e i numeri non tornavano più.

Mi hanno detto anche che i turni dell’acqua adesso non li tiene nessuno, e che la gente ci va quando ci va, e che ogni tanto qualcuno si arrabbia, e che poi passa.

Della famiglia del ventidue non ho più saputo niente.

*Fuerte Tiuna, Caracas, Venezuela. Il governo consegna 151 abitazioni ai danneggiati dal doppio sisma del 24 giugno, magnitudo 7,2 e 7,5 con epicentro nello stato di Yaracuy, e dichiara completate 528 consegne; le cifre ufficiali al 24 agosto contano almeno 6.509 morti, 14.239 case con danni moderati e 11.001 con danni gravi. Tutte le cifre sono governative e non verificate da terzi, 9 settembre 02026 (Infobae/EFE, El Nacional).*
Reticello · II

Nota

fatto: Il governo venezuelano consegna centocinquantuno case ai danneggiati dal doppio sisma di giugno, in diretta da un complesso militare di Caracas, e dichiara completate cinquecentoventotto consegne. Le cifre sono governative e nessuno le ha verificate; le case danneggiate erano oltre venticinquemila. (Infobae, 9 settembre 02026.)

mondo: A Parigi si apre l’8 settembre il processo per il naufragio del 2021 nella Manica, trentuno morti (France 24). Nella notte del 12 settembre droni e missili russi colpiscono Odessa e altre regioni ucraine: undici morti, novantasei feriti (Kyiv Independent). L’11 settembre un tribunale di Hong Kong condanna a sette anni gli organizzatori delle veglie per Tiananmen (Hong Kong Free Press). Il 13 settembre una frana travolge sette villaggi ad Aceh Tengah, in Indonesia (Tribunnews).

Varianti: 5.

Reticello · Pneuma II.

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