Mezzogiorno al tendone UNHCR del sito di sfollati, territorio di Djugu. Fuori il caldo è di trentotto gradi. Dentro è di trentatré. La differenza è il tendone.
Trésor è in piedi accanto al tavolino di legno. Tiene il registro delle vittime aperto a pagina 47. La biro Bic è blu. La grafia è stretta. Le prime tre righe sono già piene. Nome, cognome, sesso, età approssimativa, segni di riconoscimento, dichiarante. Tre famiglie hanno già riconosciuto. Tre madri sono già uscite dal tendone. Una è uscita piangendo. Due sono uscite asciutte.
Il tendone è di tela azzurra UNHCR. La luce dentro è di un altro azzurro. Sul telone si stanno componendo i corpi. L’anziano del campo si chiama Adamou. Ha sessantotto anni. È sopravvissuto all’attacco perché era andato a pascolare le tre capre del campo a duecento metri. Sa nominare i suoi vicini. Aiuta Trésor a fare l’identificazione. Trésor scrive in francese. Adamou parla in lendu, in swahili, in francese a tratti. Funziona perché ognuno dei due sa la lingua dell’altro per un quinto delle parole, e un quinto delle parole basta per dire un nome.
Trésor ha ventisei anni. È di Bunia. Ha lavorato due anni con MONUSCO come traduttore swahili-francese. Adesso fa questo lavoro per UNHCR. È bravo. Sa scrivere veloce. Sa parlare a un parente che piange. Sa restare composto.
Corpo numero quattro. Donna giovane, ventotto anni. Adamou dice il nome. Trésor scrive. Adamou indica la cugina che è fuori dal tendone. Corpo numero cinque. Uomo adulto, quaranta. Adamou dice il nome. Trésor scrive. Corpo numero sei. Bambina. Sette anni. Adamou tace per due secondi. Poi dice il nome. Trésor scrive. La bambina aveva la treccia. Trésor scrive “treccia” nei segni di riconoscimento. Corpo numero sette. La madre della bambina. Trésor scrive. Corpo numero otto. Un uomo di quarantadue anni che lavorava al deposito dell’acqua. Adamou dice il nome. Trésor scrive.
Corpo numero nove. Una donna di trent’anni. Aveva un bambino di sette mesi tra le braccia quando è stata colpita. Il bambino è il corpo numero dieci. Adamou dice i nomi insieme. Trésor scrive insieme. Le righe nove e dieci sul registro restano vicine come la donna e il bambino sul telone.
Adamou si avvicina al corpo numero undici. Maschio. Cinquant’anni circa. Volto coperto di terra rossa di Djugu, il colore della costa lì attorno. La camicia è gialla. Due bottoni mancano, il terzo e il quinto dall’alto. Adamou guarda la camicia. Guarda i bottoni mancanti. Dice a Trésor: «Questo non lo conosco. È nuovo del campo. Non era qui da prima della settimana scorsa».
Trésor guarda la camicia. La camicia è quella di suo padre Joël. I due bottoni mancanti sono i due bottoni che sua madre Joëlle ha cucito col filo blu la sera di Pentecoste, alla luce della lampada a gas. Trésor era andato a Bunia il sabato seguente. Era passato di casa il sabato. Aveva visto suo padre indossare la camicia col filo blu nuovo. Joël lavorava come autista per una piccola compagnia di trasporto. Il suo giro passava dal sito, con le medicine. Doveva tornare a Bunia oggi pomeriggio.
La camicia gialla è la camicia di suo padre perché i bottoni mancanti sono i bottoni di sua madre, e i bottoni di sua madre sono stati cuciti a Pentecoste, e Pentecoste è prima dell’attacco, e l’attacco al sito è avvenuto due giorni fa, e in due giorni i bottoni cuciti possono cadere se il corpo è stato trascinato, e il corpo è stato trascinato perché l’attacco lo ha colpito sulla strada di servizio e non nel campo.
Trésor non dice niente. Tiene la biro sopra la casella nome dell’undicesima riga. Adamou aspetta. Dietro Adamou tre parenti aspettano i loro morti. Trésor pensa a sua madre Joëlle che alle dieci di stasera preparerà la cena per due, perché suo padre doveva tornare oggi pomeriggio. Trésor pensa che se scrive ora “Bahizi Joël” nella casella, sua madre stasera lo saprà. Lo saprà per telefono da Bunia, dalla sua voce. Tutto il telefono lo dirà.
Trésor poggia la biro sul tavolino. La riprende. La tiene sopra la casella. Non scrive. Scrive nell’angolo a margine, piccolo: “ID in attesa di conferma per parente, 13.06.2026”. Mette un asterisco di fianco alla casella vuota. Nella casella scrive “sconosciuto, m, ca. 50”. Firma con le sue iniziali in fondo alla riga. T B.
Adamou guarda Trésor. Adamou ha sessantotto anni. Ha visto le terre rosse di Djugu da bambino. Ha sepolto persone. Capisce. Non dice. Mette la mano sulla spalla di Trésor. La toglie. Torna dai parenti che aspettano.
Il corpo numero undici è l’ultimo. Dopo la pagina dei morti il registro ha la pagina dei feriti. Sono una quindicina. Il sole di Djugu sale. Il tendone diventa più caldo. Quelli che possono parlare si nominano da soli. Gli altri li nomina Adamou. Trésor scrive tutti.
Alle 14:40 Trésor sale sul fuoristrada UNHCR. È diretto a Bunia. Il viaggio è di un’ora. Sua madre lo aspetta alle sette di sera. Ha quattro ore. Si guarda nello specchietto retrovisore. Sono gli occhi di uno che domattina sarà orfano.
Il fuoristrada parte. La strada è di terra. La polvere si alza dietro le ruote. Sulla pagina 47 del registro UNHCR, alla riga undicesima, la casella nome porta “sconosciuto, m, ca. 50”. A margine c’è un asterisco. L’asterisco è una promessa. L’asterisco è anche una sottrazione. Una sottrazione di una notte. Domani Trésor tornerà al tendone alle nove. Cancellerà la parola “sconosciuto”. Scriverà sotto in stampatello “Bahizi Joël”. Stasera no.