L’alba a Tobruk. Le cinque e trenta. Il motoscafo a chiglia piatta esce dal porto della vecchia dogana, motore a metà giri. Musa Bushnaq, quarantasette anni, pantaloni di cotone chiaro e maglietta rossa, guida verso ovest, poi vira nord. Il mare è oleoso, senza increspature, color piombo che si schiarisce. La luce diventa arancione bassa. Sui banchi di pesca dei mesi buoni ora non c’è niente. Musa continua verso levante, sopra la corrente dell’est che a giugno porta i cefali. Il motore fa un rumore fisso, come un metallo caldo.
A otto miglia dal porto la scia. Un giubbotto arancione, slavato dal sale, mezzo sommerso. Poi uno zaino di stoffa blu, uno di quelli da scuola con la cerniera plastica. Poi un sandalo di gomma, un sandalo di quelli che si vendono in tutti i mercati del Sahel. Musa spegne il motore. Il motoscafo prosegue di inerzia, silenzioso. Musa non parla. Sull’acqua il gorgoglio piccolo delle bolle sotto lo scafo. Segue la scia in silenzio per otto minuti. La chiglia devia leggermente verso nord-est, la corrente sposta.
Poi i due corpi. A cinquanta metri. Un ragazzo e una ragazza. Mano nella mano. Faccia in giù. Sono passati due giorni. La pelle è gonfia, l’acqua ha fatto quello che fa. Il ragazzo ha una maglietta blu, la ragazza un abito lungo colore ocra. La ragazza ha un braccialetto di stoffa al polso. Il ragazzo ha un piercing d’argento all’orecchio destro.
Musa mette in folle il motore rispetto alla chiglia, spinge il timone a mano. Il motoscafo si avvicina piano. Si inginocchia sul bordo. La cassa sotto il sedile la conosce a memoria: c’è la lenza, il gancio di ferro con la punta ripiegata per il tonno, un coltellino a serramanico, una tanica da cinque litri. Prende il gancio. È lucido, l’ha usato ieri per un tonno di venti chili preso al largo di Bardia.
Sopra Tobruk il muezzin non canta ancora, mancano quaranta minuti al fajr. La luce sull’acqua è quella dei primi minuti in cui si vede senza il sole. Il ragazzo e la ragazza tengono la mano. Non forte, come tiene la mano un vivo. Piano. Musa non aveva mai visto due corpi che si tenessero la mano dopo due giorni. Il sale non li ha ancora separati.
Musa si abbassa. Se aggancia il polso della ragazza per portarli a bordo, all’imbarcadero di Tobruk la polizia costiera del governo di Bengasi, quella nuova, quella che ha aperto l’ufficio la scorsa settimana, la nuova legge di giugno vieta l’ingresso ai sudanesi, agli eritrei, ai somali, agli etiopi, e vieta l’aiuto ai loro corpi, non solo ai loro corpi vivi ma anche a quelli morti. Guarderebbero la coperta grigia. Sequestrerebbero il motoscafo. Il motoscafo era del fratello Nasser, morto nel duemilaeventuno in mare durante la traversata verso Creta, motoscafo che Nasser gli aveva lasciato con una lettera scritta a mano in cui c’era scritto usalo bene. Se invece Musa sposta il gancio e li spinge verso il largo, la corrente li porta oltre Bardia, forse fino a Musaid. Non li ritroverà nessuno. Continueranno a tenersi la mano finché l’acqua non li separa.
Musa si ricorda dell’imam del quartiere, Sheikh Rida. Due estati fa, la sera del venerdì, dopo che Yusuf non era tornato dalla nuotata coi cugini alla spiaggia di Ain al-Ghazala, dopo che Musa aveva passato tre giorni sulla costa a chiedere ai pescatori se avevano visto un ragazzo di undici anni, Sheikh Rida gli aveva detto, sotto il ventilatore della moschea vecchia: chi salva un morto è come se lo mettesse al mondo. Yusuf non era stato salvato. Il suo corpo non era stato trovato. Musa aveva giurato all’imam, quella sera, che ogni corpo che poteva portare a riva l’avrebbe portato. Aveva imparato un’aya per Yusuf, la recitava ogni maghrib.
Musa abbassa il gancio verso il polso della ragazza. Poi si ferma. Guarda il polso. Sotto il braccialetto di stoffa un cerchietto d’argento sottile, un anello di scuola, di quelli che i bambini si scambiano al ricreo. Yusuf ne aveva uno uguale, portato dal cugino di Bengasi. Musa fissa il cerchietto per otto secondi interi. Poi aggancia. La ragazza per prima. La solleva piano dal fianco, la posa sul fondo del motoscafo. Poi il ragazzo. Le loro mani si separano al primo movimento. Musa raccoglie anche il sandalo, lo zaino. Poi la coperta grigia dal cassone. Copre.
Rimette in moto. Rotta est. Il motore è a metà giri. Passa davanti al banco dei cefali, dove ieri non c’era niente. Oggi passa oltre. Alle sette e venti arriva all’imbarcadero di Tobruk. Il sole è alto. Due miliziani in verde chiaro davanti al nuovo ufficio, i berretti in mano per il caldo. Vedono la coperta grigia. Uno alza il braccio. Musa spegne il motore. Sente sotto il piede la vibrazione che finisce.
Sussurra l’aya, quella che aveva imparato per Yusuf. Non alza gli occhi. Aspetta.
fatto: Il 12 giugno un barcone con circa sessantuno persone si rovescia al largo della Libia orientale, dieci superstiti; per giorni il mare restituisce i corpi sulla costa di Tobruk, ventisei al 23 giugno, sepolti in giornata perché irriconoscibili. Lo stesso 23 giugno Bengasi vieta l’ingresso a sudanesi, eritrei, etiopi e somali (Reuters, 20 e 23 giugno; AP, 24 giugno).
mondo: In Myanmar, a Hpakant, il crollo di una collina di scarti in una miniera di giada dismessa travolge i cercatori: cinque morti e una quindicina di dispersi sotto il monsone (Khaosod English). In Arabia Saudita un elicottero della Aramco precipita in avvicinamento a Ras Tanura e muoiono le quattordici persone a bordo (Marine Insight). In Francia, a Tomblaine presso Nancy, un aereo da paracadutismo cade dopo il decollo e uccide undici persone (CBC).
Varianti: 5.
Voce Lucido · Pneuma I.
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