un racconto al giorno, per sempre
←

Il giovedì

→

Gli ottantamila della seduta di quel giovedì Agnes li aveva messi insieme in un modo che non aveva mai usato prima, la metà dalla cognata, che li teneva da parte per il quaderno del bambino, il resto da due mattine al mercato, dove aveva venduto la roba rimasta dell’altra stagione; sulla soglia si fermò, si chinò, si allacciò le scarpe, che per strada teneva slacciate.

Si sedette alla due e si tirò su la manica fino a scoprire il gomito, poi la girò ancora una volta, che non serviva (per la fistola ne basta un giro, sempre), e appoggiò il braccio sul bracciolo.

La porta si aprì su una ragazza che Agnes non aveva mai visto, magra dentro un vestito buono, con una busta di plastica dei documenti, e chi si mette il vestito buono per venire qui è arrivato da fuori quella mattina. Restò in piedi contro la parete e non chiese niente a nessuno; Agnes le indicò la sedia libera accanto alla propria poltrona, con due dita, senza dire niente, come si indica una cosa che è già della stanza; la ragazza non si sedette, né disse perché restava in piedi.

Le macchine erano tre, e tre erano state ogni giovedì da quando la dialisi si faceva a Hoima; ma fino a febbraio, quando una si fermava o quando i nomi del giovedì diventavano più dei bracci disponibili, c’era la strada per Kampala, il Mulago, centocinquantamila a seduta invece di ottantamila, il pullman della notte, la cugina di qualcuno che ospitava; c’era un dopo; da sette mesi nessuno ci andava più. Non c’era un dopo: c’era quel giovedì, lì dentro, con la luce che veniva dalla finestra alta e il rumore delle tre macchine, che Agnes distingueva a occhi chiusi, la due sopra tutte, «quella che canta».

La borsa della donna della tre stava sulla sedia libera, e Agnes la prese, la mise sotto la sedia, fece il posto, senza che nessuno glielo avesse chiesto.

Poi, chinata verso la vicina di poltrona, a voce bassa, domandò chi fosse quella lì: non lo chiese a lei, che stava in piedi a due metri, lo chiese alla vicina, o meglio lo chiese alla vicina perché una domanda fatta al vicino non obbliga nessuno a rispondere di sé; la vicina glielo disse in terza persona, con la voce che si tiene per chi sta nella stanza da meno di un’ora: arrivata stamattina «da fuori», «sta peggio», e nel privato si parte da duecentocinquantamila e si arriva a quattrocentocinquantamila, quindi il privato non esiste.

Una seduta saltata si paga nei quattro giorni che vengono dopo, nelle caviglie prima che nel fiato.

Agnes offrì: offrì alla ragazza la sedia una seconda volta, offrì alla donna della uno mezz’ora del proprio tempo se la macchina avesse tardato, offrì a chi guardava verso l’angolo il proprio turno alla fontanella, offrì al tecnico, che non le aveva chiesto niente, di lasciargli la poltrona pulita. La due girava a vuoto, che è il verso che fa quando nessuno è ancora collegato, «e se stamattina fossi arrivata tu da fuori, con la busta in mano»; la mano sinistra di Agnes stava sull’orlo della propria manica, ferma lì da un pezzo.

Il tecnico attraversò la stanza con la sacca della soluzione in mano, si fermò alla due, appese la sacca al gancio sopra la testa di Agnes e cominciò a montare la linea senza voltarsi verso nessuno, il raccordo, il morsetto che si apre con due dita, la pinza che sta appesa al fianco della macchina; i tre nomi del giovedì erano gli stessi da sette mesi (li aveva letti l’ultima volta a febbraio), e fu tirando la linea per il verso giusto, senza alzare gli occhi dalle mani, che disse: «Io i turni non li sposto. Il giorno che comincio, qui comanda chi grida.»

Poi lasciò la linea montata e pendente, senza collegare niente; la ragazza contro la parete si staccò di mezzo passo. Nessuno parlò per il tempo di un giro della pompa.

Agnes aveva il braccio già sul bracciolo, la manica girata due volte sopra il gomito, la fistola scoperta, la mano sinistra sull’orlo, ferma lì; in sette mesi dentro quella stanza non aveva mai chiesto niente, aveva sempre offerto per prima, «finché dai, ci sei», mentre adesso l’uomo che teneva la lista aspettava lei, con il morsetto aperto fra due dita.

Lo disse al tecnico, non alla ragazza: «Il giovedì è mio. Lascialo scritto.» La voce le uscì più bassa di quanto l’aveva voluta, e allora lo ripeté, perché lui la sentisse. La mano sinistra non scese. Il tecnico chiuse il morsetto.

Il tecnico collegò, premette due volte col pollice sopra il punto dove l’ago entrava, aprì la linea. Il sangue partì nel tubo, scuro nel primo tratto, poi tutto dello stesso colore fino alla macchina.

La stanza non disse niente. La vicina di poltrona si chinò, prese la propria borsa dal posto che Agnes le aveva fatto, la rimise dov’era prima, sotto la sedia, con la maniglia girata verso il muro, senza guardare da quella parte.

Agnes tenne il braccio fermo. Sopra il gomito, dove la stoffa era stata girata due volte, la pelle aveva il segno doppio della piega, una riga più chiara e una più rossa, quel segno che verso sera non c’è già più, che il giovedì dopo torna nello stesso punto del braccio.

La ragazza era ancora contro la parete, la busta dei documenti tenuta con due mani all’altezza della cintura, le spalle appoggiate al muro dipinto fino a metà. Fra lei e Agnes, la sedia libera.

La numero due cominciò a cantare.

Hoima, regione del Bunyoro, Uganda. Il direttore dell'ospedale regionale di riferimento dichiara davanti alla Commissione parlamentare per i conti pubblici che da 7 mesi nessun paziente in dialisi viene più trasferito a Kampala. Il reparto, aperto nell'agosto del 02025, ha 3 macchine. Una seduta costa 80.000 scellini a Hoima, circa 150.000 all'ospedale Mulago di Kampala, fra 250.000 e 450.000 nelle cliniche private. 16 settembre 02026 (New Vision).
Filigrana · I

Nota

fatto: A Hoima, in Uganda, il direttore dell’ospedale regionale dichiara in Parlamento che da sette mesi nessun paziente in dialisi viene più mandato a Kampala. Il reparto ha tre macchine. Una seduta costa 80.000 scellini, 150.000 al Mulago. (New Vision, 16 settembre 02026.)

mondo: A Nuhud, nel Kordofan occidentale, i pozzi della miniera d’oro di al-Zara franano sui minatori artigianali e ne uccidono almeno settanta; i soccorritori scavano con attrezzi a mano (Al Jazeera). In Turchia la polizia ferma centoventisei persone nelle proteste di Ankara e Istanbul, e i tribunali ne mandano trentuno in carcere in attesa di processo (Reuters). Un attacco russo su un parco industriale nel distretto di Korosten, regione di Zhytomyr, uccide due operai (Ukrainska Pravda).

Varianti: 5.

Filigrana · Pneuma I.

Indice

186 racconti

Pagine
Il progetto Catalogo

Il progetto