un racconto al giorno, per sempre
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Il boccaporto

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Sitakunda, la spiaggia dove le navi grandi vengono a morire. Rashed ci taglia il ferro da nove anni. Nove anni con la fiamma in mano e i piedi nel fango nero.

Quel sabato era festa e di sabato non si lavora. Ma il caposquadra aveva chiamato la sera prima. Vieni, aveva detto, mezza giornata, paga doppia. E loro erano andati. Ci vanno tutti, quando chiamano di sabato. La paga doppia a fine mese è il riso, è la medicina della madre, è la retta della sorella piccola. Rashed e il fratello, Jamal, che di anni ne ha ventidue e da tre mette i soldi sul tavolo di casa, e li mette con orgoglio, come uno che ha imparato una cosa da grande.

Dovevano pulire una cisterna, giù nella sala macchine di una nave che una volta portava il gas. Il caposquadra aveva detto è a posto, è stata liberata, il gas non c’è più. L’aveva anche scritto, su un foglio, con la firma in fondo. Il foglio è il foglio. Sotto, il ferro è il ferro.

Jamal è sceso per primo. La scaletta era corta, sei gradini di ferro saldato. Sotto era buio e c’era odore. Un odore come di uovo marcio. Poi l’odore va via. E quando va via è la cosa peggiore, ma questo Rashed lo ha imparato dopo, all’ospedale, da un dottore che glielo ha spiegato piano, con le mani.

Da sopra, Rashed sentiva il rumore dello straccio contro la parete. Poi non lo sentiva più. Ha chiamato il nome del fratello. Poi di nuovo. Poi di nuovo. Ha messo la testa dentro il boccaporto e ha visto solo il buio e la schiena di Jamal seduta contro la parete, ferma, come uno che si è messo lì a riposare un momento.

Allora Rashed ha fatto la cosa che uno fa senza deciderla, che non è coraggio e non è niente, si è legato la corda alla vita come uno si allaccia la cintura la mattina, e ha messo il piede sulla scaletta, e il caposquadra da sopra gridava aspetta, non scendere, aspetta i pompieri, e i pompieri stavano a Kumira, e Kumira di sabato con il traffico sono quaranta minuti buoni, e Jamal stava lì sotto adesso, con la schiena contro la parete e le mani sul pavimento.

Rashed è sceso. Tre gradini. Quattro. Al quinto le gambe gli si sono sciolte. Le braccia gli si sono sciolte. La testa gli è diventata leggera e poi pesante. Ha sentito la corda che tirava, in alto, le mani degli altri sul bordo. Ha sentito che lo tiravano su come si tira su un secchio dal pozzo.

Poi il sole. Poi il vomito sulla sabbia. Poi le voci, tante, tutte insieme, e nessuna che diceva una cosa che si capiva.

Sono scesi in cinque, dopo di lui, per prendere Jamal e per prendere gli altri due che erano scesi prima e non erano tornati. Sono scesi tutti per la stessa ragione. Uno non risale, e tu scendi. È l’unica regola che c’è, sulla spiaggia. Non è scritta su nessun foglio, non ha nessuna firma sotto.

Alla fine erano nove. Nove che non sono più risaliti. Il camion dei pompieri è arrivato che erano già distesi in fila sulla sabbia, coperti, sotto il sole di mezzogiorno che a Sitakunda a mezzogiorno spacca la testa.

Il caposquadra teneva ancora in mano il suo foglio, quello con la firma, quello che diceva che il gas non c’era più. Lo teneva e non lo guardava. A un certo punto lo ha piegato in quattro e se lo è messo in tasca. Nessuno gli ha detto niente. Cosa gli dici. Il foglio adesso è in una tasca e i nove sono sulla sabbia.

Jamal era il settimo della fila. Rashed lo ha riconosciuto dalle mani. Le mani di suo fratello le conosceva da ventidue anni. Erano le stesse mani da quando erano bambini e si dividevano una mela, la stessa mela, un morso lui e un morso l’altro, e la sera la madre chiedeva chi aveva mangiato di più e nessuno dei due lo diceva.

La moglie di uno degli altri è arrivata correndo dal villaggio, scalza, con il sari che le si apriva. Chiamava un nome, un nome solo, lo chiamava come si chiama uno che deve solo svegliarsi, come si chiama uno per la cena. Nessuno le rispondeva. Continuava a chiamarlo. Continuava.

Rashed non ha chiamato niente. È rimasto seduto sulla sabbia con la corda ancora legata alla vita, e non se la toglieva, e uno gli ha detto Rashed la corda, togliti la corda, e lui non se la toglieva.

Le ciabatte di Jamal erano rimaste sopra, vicino al boccaporto, perché nella cisterna si scende scalzi. Le aveva lasciate lì, appaiate, con le punte verso la scaletta, come si lasciano le scarpe quando si pensa di rimettersele fra un minuto.

Rashed le ha prese. Le ha tenute in mano per tutto il viaggio all’ospedale di Chattogram, sul cassone, tra la gente. Se le teneva contro il petto con tutte e due le braccia. Quando un infermiere ha provato a spostarle per farlo distendere, lui ha detto no. Ha detto solo quello. No.

Non le ha date a nessuno.

Sitakunda, Chattogram, Bangladesh. Il 14 agosto 02026, nel cantiere di demolizione navale della Ferdous Steel, una fuga di acido solfidrico uccide 9 operai: 2 scendono in una cisterna della sala macchine per pulirla e perdono i sensi, altri entrano per soccorrerli e non risalgono. Chiamati in un giorno di festa e senza dispositivi di protezione, i lavoratori vengono soccorsi solo dopo l'arrivo dei vigili del fuoco di Kumira, oltre 2 ore dopo l'allarme (The Daily Star, Dhaka Tribune, The Business Standard, 14 agosto 02026).
Soffiato · I

Nota

fatto: A Sitakunda, in Bangladesh, una fuga di acido solfidrico in una nave da demolire uccide nove operai: due scendono a pulire una cisterna e perdono i sensi, altri entrano per soccorrerli e non risalgono. Erano stati chiamati in un giorno di festa, senza maschere. (The Daily Star, 14 agosto 02026.)

mondo: Nella prefettura di Chiba, a est di Tokyo, una pioggia da record uccide almeno cinque persone e lascia settemila viaggiatori bloccati all’aeroporto di Narita (Washington Post). L’Ucraina lancia una delle più grandi ondate di droni della guerra, seicento verso Mosca in una notte, e in Russia muoiono almeno sei persone (CNN). In Pakistan i benzinai revocano lo sciopero nazionale del quindici agosto dopo che il governo concede l’aumento del margine sul carburante (Business Recorder).

Varianti: 5.

Soffiato · Pneuma I.

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