Il casco sta sullo scaffale, terza fila, gancio ventidue.
Farai lo prende. Il nastro si è sollevato agli angoli. Succede sempre di notte, con l’umidità della lampisteria. Lui ci passa sopra il pollice, dall’alto verso il basso, due volte. Il nastro si riattacca. Lo fa da quattro anni.
È nastro da pacchi, marrone, di quello che vendono al mercato a rotoli piccoli. Copre una striscia lunga tre dita sopra la visiera. Sotto ci sta un numero stampigliato nella plastica. Il numero non è il suo.
Alle cinque e mezza la fila alla lampisteria è già lunga. Si consegna il tesserino. Si ritira la lampada. Si firma il registro con la penna legata allo spago. La penna scrive male e tutti la scuotono prima.
Fuori è ancora buio e fa freddo, che a Gwanda a settembre la mattina è fredda e poi alle undici non si respira.
Il quarto livello adesso ha la gabbia nuova. Scende più liscia. Non fa il rumore che faceva.
Nel duemilaventidue al quarto livello è morto Nkosana Ncube. Aveva trentanove anni. Aveva una moglie e tre figli e la casa sulla strada di Colleen Bawn.
Farai era in turno con lui.
La sera stessa hanno firmato il modulo. Tre righe. Chiedeva l’ora, chiedeva il livello, chiedeva la matricola dell’attrezzatura in uso. Non chiedeva altro. Farai ha scritto l’ora, il livello, la matricola, e ha firmato dove c’era la crocetta, e il caposquadra ha piegato il foglio in tre e se l’è messo nel taschino. Quella sera Farai è tornato a casa e ha mangiato la sadza con la moglie senza dire niente, perché non c’era niente che il modulo avesse chiesto e che lui non avesse scritto.
A casa la moglie di Farai tiene il casco sul davanzale della cucina quando lui rientra, perché dentro casa la polvere della miniera si attacca alle tende. Da quattro anni lo mette lì con la visiera verso il muro, e da quattro anni passa lo straccio sul davanzale intorno al casco senza spostarlo. Non gli ha mai chiesto perché sopra la visiera c’è il nastro da pacchi.
Il sabato le mogli vendono al mercato di Gwanda.
Thandiwe Sibanda ha il banco delle arachidi, sotto la tettoia, il quarto da destra. Le vende a tazza. Ha la tazza di smalto blu con il bordo scheggiato.
I tre figli di Ncube vanno a scuola a Colleen Bawn. Il più grande ha la camicia con il collo rivoltato.
Farai da quattro anni compra da un’altra. Compra da una che sta all’ingresso, che le vende più care e le tosta meno.
Sua moglie glielo ha chiesto due volte perché. La prima volta lui ha detto che quelle all’ingresso sono più fresche. La seconda volta non ha detto niente e ha portato dentro l’acqua.
Adesso dicono che la causa va avanti. Lo dicono in lampisteria, lo dicono al taxi, lo dice il ragazzo nuovo che ha il cugino che lavora allo studio dell’avvocato in Jacaranda Street. Dicono che il giudice ha detto che non è tardi. Dicono che adesso serve qualcuno che parli.
La società aveva chiesto di chiudere tutto perché erano passati quattro anni, e per quattro anni quello è stato l’unico argomento, e adesso quell’argomento non c’è più e al suo posto c’è una data di udienza scritta su un foglio appeso allo studio in Jacaranda Street, e sotto la data c’è scritto che si discute nel merito.
Il casco pesa novecento grammi. Sulla fronte, col sudore, il nastro si stacca sempre dallo stesso angolo.
Il ventuno agosto Ngoni Mhlanga ha letto l’appello davanti alla fila.
Mhlanga legge veloce, nome dopo nome, e chi c’è alza la mano.
Sul nome di Farai si è fermato. Ha alzato gli occhi dal registro. Ha detto: «Moyo, il rapporto del ventidue lo hai firmato anche tu.»
Poi ha ripreso dal nome dopo. Ha letto gli altri undici nomi con la stessa voce di prima, come si legge una riga qualsiasi, e nessuno nella fila ha girato la testa, e la fila è andata avanti, e Farai ha ritirato la lampada e ha firmato con la penna legata allo spago e ha scosso la penna come tutti.
Stamattina il nastro si è sollevato agli angoli.
Farai non ci passa il pollice.
Lo prende con l’unghia. Tira.
Il nastro viene via tutto intero, con un suono corto, e sotto compare il numero stampigliato nella plastica, quello di Ncube, bianco dentro il solco, pulito, perché sotto il nastro non ci è mai arrivata la polvere.
Farai appallottola il nastro nel pugno. Si mette il casco sotto il braccio. Esce dalla lampisteria e non prende la strada del pozzo. Prende quella del cancello.
Al cancello la guardia guarda il casco. Guarda lui. Non dice niente. Apre il registro degli ammanchi, che è un quaderno con la copertina di plastica verde, e scrive qualcosa, e mentre scrive Farai è già fuori.
Il taxi collettivo per Gwanda parte quando è pieno.
Lui sale per primo, si siede vicino al finestrino, sul sedile di mezzo. Si tiene il casco sulle ginocchia con tutte e due le mani finché il taxi non si riempie, e quando si riempie posa il casco sul sedile accanto perché nessuno ci si sieda. Mette una mano sopra.
La strada per Gwanda ha le buche dopo il ponte.
Il casco sta sul sedile con la visiera verso l’alto. A ogni buca si sposta di poco. La luce entra dal finestrino e prende il solco del numero, che si legge bene, e poi non si legge più, e poi si legge di nuovo.
fatto: L’Alta Corte dello Zimbabwe respinge l’eccezione di prescrizione sollevata da una società mineraria e da tre suoi dirigenti. La vedova di un operaio morto in miniera nel duemilaventidue può proseguire la causa nel merito, quattro anni dopo la morte del marito. (Nehanda Radio, 1 settembre 02026.)
mondo: A Piotta, nel Canton Ticino, un’esplosione nella vecchia centrale del Ritom uccide due operai dell’azienda elettrica, uno di cinquantacinque anni e uno di diciotto (RSI). A Delhi il crollo di un edificio fa sei morti e i soccorritori scavano ancora nelle macerie (Reuters). A Kudasan, presso Gandhinagar, una soletta di ferro cede di notte in un cantiere e gli operai rimasti sotto vengono estratti tutti vivi entro il mattino (ThePrint).
Varianti: 5.
Soffiato · Pneuma I.
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