C’era un uomo di trentotto anni, di un paese del Michoacán, che faceva la quinta stagione a raccogliere uva in un ranch della contea di Fresno, in California, e si chiamava Ubaldo Rentería. Il ranch lui lo chiamava ancora col nome del proprietario vecchio, morto sei anni prima; col nome vecchio lo chiamava anche quando parlava all’ufficio, e nessuno gliel’ha mai fatto notare.
L’appello era alle quattro meno un quarto, col buio. Nel buio, prima di uscire, si legava il cordino del cappello sotto il mento anche quando non c’era vento. Il cordino se lo legava per via della prima stagione, quando il cappello gli era finito nel canale e l’acqua se l’era portato via. Il cappello lo hanno ripescato quelli del turno dopo, bagnato, che non teneva più la forma. Da quella volta non è più uscito senza legarselo.
Dietro di lui, in seconda fila, c’era Efrén, ventidue anni, cognato, prima stagione, cappello nuovo. Dentro ce l’aveva portato lui.
Di quello che sarebbe successo a gennaio, quando si fanno le liste per l’anno dopo, in fila ognuno diceva una cosa diversa, e questa è la stagione come l’hanno raccontata quelli che c’erano.
L’avvocata del sindacato è passata dal ranch un sabato di fine agosto e ha spiegato che un giudice a Fresno aveva annullato la regola nuova sulle paghe, che i soldi tolti da quella regola potevano tornare indietro, e che tornavano indietro anche a chi non aveva messo il nome sulla causa, perché la sentenza vale per chi il taglio l’ha subìto e non soltanto per chi è andato a firmare; poi ha lasciato un numero su un foglietto e ha detto di chiamare anche di sera.
Il foglietto Ubaldo l’ha preso, ha detto di sì, ha detto grazie, e non ha chiamato.
Hanno chiamato in tre, della sua fila, e i loro cognomi sono finiti sulla lista che il caposquadra doveva mandare all’ufficio paghe. Sulla causa, invece, il nome ce l’avevano messo diciotto persone in tutta l’America, e nessuna di loro lavorava lì; il permesso che avevano è quello che dura una stagione e porta scritto sopra il nome di chi ti chiama.
Quanto fosse il taglio a ora, in fila ognuno diceva una cifra diversa, e per certo non l’ha mai saputa nessuno. Il numero grosso, quello con dentro la parola miliardi, l’avvocata l’ha detto una volta sola, e alla fine di quel sabato in fila non era rimasto a nessuno.
Ubaldo lo avevano richiamato quattro volte, e in nessuna di quelle stagioni aveva mai alzato la voce con qualcuno. Da questo lui aveva ricavato una regola, e la regola era che chi non dà problemi torna.
La regola a Efrén non gliel’ha detta. A Efrén ha insegnato una cosa sola, e gliela diceva con le stesse parole tutte le mattine: legatelo anche se non c’è vento. Efrén se lo legava.
Il caposquadra si chiamava Nacho, era arrivato dodici anni prima con lo stesso permesso, e adesso la lista dei richiamati la faceva lui. La lista stava su un foglio che si portava sotto il braccio tutto il giorno. Quel mattino, prima dell’appello, ha camminato lungo la fila col foglio sotto il braccio e ha parlato a voce alta, a tutti e a nessuno: «Se a gennaio pagano gli arretrati, qui saltano venti posti, e i primi venti li so già.» Poi si è fermato davanti a Efrén, gli ha dato una pacca sulla spalla, gli ha chiesto come si chiamava, e mentre glielo chiedeva se lo scriveva sul foglio.
Sul foglio c’erano anche i cognomi da mandare all’ufficio paghe, e Nacho ha cominciato a leggerli. Ha letto Rentería. L’ha letto una volta, poi l’ha letto di nuovo. La fila si è zittita, e quelli che avevano chiamato il numero si sono voltati.
Alzare la mano era una cosa che si faceva in un secondo, e voleva dire settimane di differenza in contanti a marzo, quando a casa i soldi finiscono. La mano è salita. È salita fino al mento, e lì si è fermata sul cordino; l’ha tirato, ha stretto il nodo, e il fermaglio ha fatto il suo scatto piccolo, che nel silenzio l’hanno sentito anche quelli davanti. La mano era occupata, e a tenerla occupata era stato lui.
Nacho ha aspettato un secondo, poi ha guardato l’aria sopra la fila, dove una mano alzata si vede da lontano, e sopra la fila non c’era niente. È andato avanti col cognome dopo, e quello ha alzato la mano ed è uscito dalla fila, e la fila si è richiusa dove lui stava. La lettura è andata avanti fino in fondo al foglio.
Uno dei tre ha raccontato dopo che Nacho, la seconda volta, il foglio non lo guardava.
Se all’ufficio paghe si potesse andare anche più tardi, questo non si sa; se qualcuno ci sia andato nei giorni dopo, non si è saputo, e in fila nessuno l’ha chiesto.
Alle quattro e dieci erano nel campo. Nel campo l’uva era pronta da qualche giorno e si raccoglieva prima che venisse il caldo. Efrén gli ha domandato perché il suo cognome l’avessero letto due volte, e lui gli ha sistemato il cordino sotto il mento e gli ha detto che di cognomi uguali ce n’erano due. Di cognomi uguali non ce n’erano due. Non c’era vento, e i cordini erano legati lo stesso.
fatto: Il ventisette agosto un giudice federale della California annulla gran parte della regola con cui il ministero del lavoro aveva riscritto il salario minimo dei braccianti stranieri: secondo la stessa agenzia spostava due miliardi e mezzo di dollari l’anno dai lavoratori ai datori. Ricorrenti un sindacato e diciotto braccianti. (Courthouse News Service, 27 agosto 02026.)
mondo: Il 27 agosto un raid israeliano su Arabsalim, nel sud del Libano, uccide una donna di ventotto anni e ne ferisce altre sei (Al Jazeera). La sera dello stesso giorno, a Giacarta, gli agenti disperdono con idranti e lacrimogeni il corteo che chiede la confisca dei beni ai corrotti, e il giorno dopo i fermati sono trecentoventidue (Tempo). A Bokkos, in Nigeria, i docenti dell’università statale entrano in sciopero a tempo indeterminato per ventidue mesi di arretrati mai pagati (Premium Times).
Varianti: 5.
Lattimo · Pneuma II.
186 racconti