un racconto al giorno, per sempre

Confluenza

La scuola di Oriire ha riaperto un lunedì. Avevano ridipinto il muro esterno di verde, lo stesso verde di prima, e nel cortile qualcuno aveva tagliato l’erba che in cinquantasei giorni era arrivata al ginocchio.

Tunde arrivò alle sette e mezza, come faceva da nove anni. La strada da Iresaadu era la stessa. C’era il posto di blocco nuovo all’incrocio, con due soldati giovani che controllarono la sua tessera e gliela restituirono senza dire niente.

Contro il muro dell’aula, sotto la finestra, c’era la bicicletta di Ojo. Ojo insegnava matematica. La bicicletta era appoggiata al suo posto, quello di sempre, e la gomma di dietro era gonfia. Qualcuno l’aveva gonfiata da poco. Tunde la guardò, poi entrò.

L’aula era in ordine. I banchi in fila. La lavagna pulita. Sul davanzale la scatola dei gessi, chiusa.

Vennero in ventidue, dei trentanove. Gli altri, del resto, arrivarono nei giorni dopo, tranne quelli che non arrivarono più. I genitori li accompagnavano fino al cancello e restavano lì a guardare, in piedi, anche dopo che i figli erano entrati.

Tunde disse buongiorno. I ragazzi risposero buongiorno. Una bambina in prima fila teneva lo zaino sulle ginocchia e non lo posava.

«Sedete» disse Tunde. Si sedettero. La bambina tenne lo zaino.

Prese il registro. Fece l’appello guardando i visi, non la lista, perché la lista aveva ancora tutti i nomi, e alcuni nomi era meglio non pronunciarli in un’aula piena. Chiamò i presenti. Ognuno disse “presente”. La voce di qualcuno usciva piccola.

In fondo alla classe, appeso al muro, c’era la carta della Nigeria. I fiumi in azzurro. Il Niger che scende da nordovest, la Benue che gli va incontro da est, il punto dove si toccano segnato con un cerchietto a matita, fatto da lui a maggio.

L’ultima lezione era stata quella. Il quindici maggio, terza ora, i fiumi. Aveva scritto alla lavagna la parola confluenza e stava spiegando cosa vuol dire quando erano entrati gli uomini dal cortile.

Tunde aprì la scatola. Prese un gesso. Era intero, non un mozzicone: qualcuno aveva messo gessi nuovi.

Andò alla lavagna. La classe lo guardava. Fuori, oltre la finestra, si vedeva la bicicletta di Ojo con la gomma gonfia e, più in là, i genitori fermi al cancello.

Scrisse la parola confluenza. La grafia gli venne uguale a quella di maggio, la stessa inclinazione, come se in mezzo non ci fosse stato niente.

«Dove il Niger e la Benue si incontrano» disse, «l’acqua diventa una cosa sola e cambia nome. Da lì in giù si chiama solo Niger. Ma dentro, per un tratto, si vedono ancora due colori. L’acqua di uno e l’acqua dell’altro non si mescolano subito.»

Si voltò verso la carta. Indicò il cerchietto a matita. La mano, comunque, non tremava.

«Chi ricorda come si chiama il posto?»

Silenzio. Poi la bambina davanti, senza alzare la mano, disse: «Lokoja.»

«Lokoja» ripeté Tunde. Lo scrisse sotto confluenza. La riga di gesso era diritta.

Andò avanti con la lezione dei fiumi come se fossero passati due giorni e non due mesi. Spiegò la piena, la stagione delle piogge, il perché le città sulle rive si allagano a luglio. I ragazzi copiavano. Il gesso si consumava e gli imbiancava le dita, e lui ogni tanto le puliva sui pantaloni, un gesto vecchio, che il corpo faceva da solo.

Nella foresta, quando li tenevano, davano loro da mangiare una volta al giorno, garri e acqua, e Ojo, la sera, per tenere buoni i più piccoli, disegnava sulla terra con un bastoncino. Disegnava i fiumi. Il Niger che scende, la Benue che gli va incontro, il cerchietto dove si toccano. Diceva ai bambini che l’acqua di casa era quella, che scorreva anche adesso, che li aspettava a valle. Poi una mattina Ojo non c’era più. In fondo, era meglio non spiegarlo ai ragazzi, adesso, davanti alla carta dei fiumi.

«Professore» disse un ragazzo grande, in ultima fila, «e se tornano?»

Tunde posò il gesso sul bordo della lavagna. «Ora c’è il posto di blocco» disse. Non era una risposta e lo sapeva. Il ragazzo annuì lo stesso, perché a volte una frase qualsiasi, detta con la voce ferma, tiene meglio di una vera.

A metà mattina un ragazzo in terza fila cominciò a piangere senza rumore, guardando il banco. Tunde non si fermò. Continuò a parlare dei fiumi, ma abbassò la voce, e si spostò di un passo verso quella fila, e restò lì mentre spiegava, vicino, finché il ragazzo non smise.

Alla ricreazione i ragazzi uscirono nel cortile. Tunde restò in aula. Pulì la lavagna a metà, lasciando la parte con confluenza e Lokoja, perché la lezione non era finita.

Dalla finestra vide un uomo avvicinarsi alla bicicletta di Ojo. Era il custode. La spostò di mezzo metro, per stare più all’ombra, e la riappoggiò al muro con cura, e le controllò la gomma di dietro premendola col pollice. Poi se ne andò.

La bicicletta restò lì, gonfia, pronta, appoggiata sotto la finestra dell’aula. In fondo, era il posto dove Ojo la teneva. Nessuno l’aveva tolta. Nessuno la toglieva.

Oriire, Stato di Oyo, Nigeria. Il 10 luglio 2026 vengono liberati, dopo 56 giorni di sequestro cominciato il 15 maggio, gli alunni e gli insegnanti rapiti da tre scuole delle comunità di Esiele e Yawota: 39 alunni e 7 insegnanti presi, due insegnanti uccisi in cattività; nessun riscatto pagato, 8 arresti (Channels Television; Premium Times; The ICIR).
Cristallo · I

Nota

fatto: In Nigeria, nello Stato di Oyo, vengono liberati dopo cinquantasei giorni gli alunni e gli insegnanti rapiti il quindici maggio da tre scuole; due insegnanti erano stati uccisi in cattività, non è stato pagato alcun riscatto e otto persone sono arrestate. (Channels Television.)

mondo: In Vietnam le piene lampo del monsone travolgono le case della provincia di Lai Châu e spazzano via risaie e vivai di pesce (Vietnam News). Nel nordovest del Pakistan, nel distretto di Kohat, il tetto di una casa di fango crolla sotto la pioggia e uccide undici persone, quasi tutte donne e bambini (Arab News). A Nairobi la polizia ferma e arresta i manifestanti che marciano verso il Parlamento nel giorno del Saba Saba (France 24).

Varianti: 5.

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