Alle nove e quaranta del mercoledì Comfort entrò in aula tre con il libro di grammatica sotto il braccio, quello di Onuoha del 2018, e mentre saliva sul gradino della cattedra (un gradino di cemento alto sette centimetri che la sera prima aveva spazzato lei stessa perché il bidello era da tre giorni a Lokoja a portare la moglie all’ospedale) i bambini avevano già il quaderno aperto sulla pagina del participio passato come lei aveva chiesto, tutti meno Tobi, di cui il banco al secondo posto della seconda fila era vuoto, con il quaderno aperto comunque, perché il vicino di banco — Adebayo, che era un bambino che si prendeva cura delle cose degli altri come si prende cura un padrino — gli aveva preparato la pagina giusta in attesa che arrivasse, e Comfort, salita sul gradino, aveva guardato il banco vuoto con quello strato di tenerezza fastidiosa che sentiva sempre quando i bambini si proteggevano tra loro meglio di quanto lei sapesse proteggerli.
Il primo motore si sentì alle nove e cinquantadue. Comfort non lo registrò perché Iluke Bunu, nel mercoledì, era giorno di mercato e i motori passavano in via Akinmade ogni venti secondi, e il rumore di un motore solo non era un fatto. Il secondo motore arrivò trenta secondi dopo il primo, sovrapposto, e fu il sovrapposto a entrarle nell’orecchio come un’anomalia, perché due motori che arrivano insieme dalla stessa direzione non sono due motociclette che vanno al mercato ma due persone che vanno insieme, e due persone che vanno insieme verso una scuola alle nove e cinquantadue di un mercoledì sono due persone che hanno una ragione, e Comfort, mentre completava la frase «il participio passato è la forma verbale che indica un’azione conclusa», sentì il quarto motore, e poi il sesto, e poi non li contò più, perché tra il sesto e quello che sarebbe stato il decimo ce ne furono molti contemporaneamente, e a quel punto Comfort smise di scrivere alla lavagna e sentì la mano che strisciava sul gesso col rumore della pelle che si attacca, perché aveva il sudore al polpastrello, e si girò verso la classe e contò: trentuno bambini, e il banco di Tobi vuoto.
Il cortile fu pieno di motori alle nove e cinquantasei. Comfort fece scendere i bambini dai banchi: i banchi prima fila erano alla finestra che dava sul cortile, quelli della seconda fila erano coperti dai banchi della prima ma il vetro non sarebbe stato sufficiente a coprire la silhouette di un bambino in piedi, e a quel punto Comfort dovette scegliere fra due dei suoi modi — quello della voce alta che teneva la porta chiusa, e quello della porta vera — e capì, in un periodo di mezzo secondo che a ripensarci adesso le sembrava lungo come la lezione intera, che la voce alta non avrebbe tenuto la porta chiusa contro quaranta motori, e dovette uscire per prima nel corridoio, perché il corridoio dava sull’aula di scienze, che era l’unica stanza al piano terra con la porta in metallo e senza finestre sul cortile, e per arrivarci bisognava passare davanti all’ingresso ovest dove forse erano già gli uomini con i motori. Uscì per prima. I trentuno bambini la seguirono in fila come un’unica creatura che respira. A metà corridoio, accucciato sul primo gradino della scala di servizio, c’era Tobi. Comfort lo prese per il polso destro. Il polso era piccolo. Tobi non disse niente. Comfort lo tirò su e lo mise davanti a sé, perché davanti a sé era il posto dove la mano poteva tenerlo, e così entrarono nell’aula di scienze in trentadue.
L’aula di scienze era stretta. C’era un tavolo lungo con i becchi Bunsen spenti. C’erano due scaffali con i barattoli di vetro. C’era una finestra alta che dava sul muro del retro. Comfort fece sedere i bambini sotto il tavolo. Si sedette anche lei, alla fine, sul pavimento. Nell’aula tre la frase era ancora sulla lavagna, interrotta a metà dell’ultima parola, nel punto dove il sudore aveva attaccato la pelle al gesso, e sui banchi c’erano trentadue quaderni aperti alla pagina giusta, compreso quello di Tobi, preparato da Adebayo, in un’aula dove non c’era nessuno. Non parlò. Non contò i bambini. Mise le mani sulle ginocchia. La voce alta non serviva. La porta dell’aula di scienze era in metallo.