Everyday Endless
un racconto al giorno, per sempre

L'appello

Adesola arrivò alle sette e quaranta. La scuola era una stanza di calcestruzzo con il tetto di lamiera. Davanti, la pista. Dietro, un mango con le foglie polverose. La porta non aveva chiave. La maniglia di ottone era stata pulita da Adesola il primo lunedì di ogni mese per sette anni. Sopra la porta era dipinto in vernice rossa il nome della scuola: Owode Oja Community Nursery. La N di Nursery aveva perso il piede sinistro per il sole.

La scuola era a quattro chilometri da Ahoro Esinele. Il villaggio si chiamava Owode Oja. Trenta case. Le madri di Owode Oja portavano i bambini all’asilo di Adesola e mandavano i più grandi a piedi fino alla scuola di Ahoro, che era una scuola seria, con la divisa, le aule a sei file, il preside in giacca anche col caldo.

La notte fra il diciotto e il diciannove di maggio gli uomini armati erano arrivati alla scuola di Ahoro. Avevano portato via trentanove bambini e sette insegnanti. Bambini fra due anni e sedici. A Owode Oja la voce arrivò alle quattro del mattino, sulle radio piccole. La radio piccola di Adesola era sul comodino, vicino al rosario di legno della madre.

Adesola aveva trentadue anni. Insegnava alla scuola materna comunitaria di Owode Oja da quando ne aveva ventiquattro. Il padre era stato maestro anche lui, a Ilesa. Le aveva detto, e gliel’aveva detto tante volte, che le sedie dei bambini piccoli devono essere leggere, perché un bambino piccolo non deve faticare a tirare la sedia, e la fatica del primo gesto si ricorda per anni. Adesola aveva pulito le sedie ogni sabato. Le sedie erano gialle.

Quel mattino del diciannove di maggio Adesola aprì la porta. Mise il registro sulla cattedra. La cattedra era un tavolino di legno con tre cassetti. Nei cassetti c’erano: tredici matite, una bandiera di stoffa piegata male, una scatola di gesso, due fazzoletti puliti.

Adesola apriva la finestra. La pista era vuota. Una capra attraversò. Una donna in fondo, col secchio sulla testa, passava lenta. La donna non guardava verso la scuola.

Erano le sette e cinquantadue. Le madri arrivavano sempre fra le sette e cinquantacinque e le otto e cinque. Le madri arrivavano col bambino sulla schiena se erano sotto i due anni e per la mano se erano sopra. Le madri spesso si fermavano un attimo a parlare con Adesola: sul prezzo del miglio, sul tetto della casa rotto dall’ultima pioggia, sulla suocera che peggiorava. Adesola ascoltava in piedi sulla soglia. Era parte del lavoro.

Quel mattino non arrivò nessuno. Non arrivò nessuna madre. Non arrivò nessun bambino. Non arrivò nemmeno il venditore di acqua che ogni tre giorni passava col carretto e si fermava davanti al cancello a salutare.

Adesola si sedette dietro la cattedra. Si toccò il velo. Si alzò. Andò alla porta. Tornò alla cattedra. Aprì il registro. La pagina del diciannove di maggio era vuota.

Adesola pensò, e questo lo dico io adesso, che chiudere la scuola sarebbe stato facile. La porta non aveva chiave. Sarebbe stata facile lasciarla così. Salire in bicicletta. Tornare a casa di sua madre, otto chilometri. Aspettare lunedì. Vedere chi tornava.

Adesola non chiuse la scuola. Adesola scrisse la data in alto a destra: diciannove di maggio. Sotto la data, dove ogni giorno scriveva la presenza, scrisse il primo nome. Lo lesse ad alta voce.

— Adekunle.

Aspettò due secondi. Nessuno alzò la mano. Adesola scrisse un trattino. Disse il secondo nome.

— Bisola.

Aspettò. Trattino. Disse il terzo.

— Damilola.

Trattino. Continuò.

— Folake.

— Funmi.

— Gbenga.

— Ifeoma.

— Kemi.

— Olu.

— Olawale.

— Ronke.

— Sade.

— Segun.

— Taiwo.

— Tunde.

— Uche.

— Wale.

— Yetunde.

Yetunde aveva sei anni. Sedeva alla terza fila, accanto al muro. Yetunde aveva una cicatrice piccola sul mento, una caduta dalla sedia del primo giorno, e Adesola le aveva messo lei stessa una garza, e da quel giorno Yetunde aveva imparato a tirare la sedia con tutta la mano e non con due dita. Adesola disse il nome di Yetunde.

Aspettò. Nessuno rispose. Adesola scrisse il trattino.

Adesola chiuse il registro. Si rese conto che non aveva fatto un appello. Aveva chiamato i nomi e aveva aspettato. Aveva chiamato i nomi e li aveva detti ad alta voce in un’aula vuota. Aveva chiamato i nomi e i nomi erano stati nell’aria per il tempo di un respiro e poi si erano posati sulle sedie gialle.

Aveva pregato. Lo sapeva. Lo sapeva mentre lo faceva. Non lo aveva voluto sapere prima.

Adesola restò seduta. La cattedra era pulita. Il registro era chiuso. Fuori la pista continuava vuota. Il mango faceva un’ombra che cresceva piano sul muro est.

Era passata mezz’ora dal primo nome. Nella pista, lontano, alla curva, comparve una figura. Era una donna. Camminava piano. Adesola aspettò. La donna camminava verso la scuola. La donna teneva qualcosa per mano. Era un bambino. Il bambino era piccolo. Forse aveva quattro anni, forse cinque.

Adesola si alzò. Andò alla porta. Aprì la porta più larga. Non disse niente. Restò sulla soglia. La donna si avvicinava. La donna teneva il bambino per mano. Il bambino camminava un passo dietro la donna, piano.

Adesola riaprì il registro. Tornò alla pagina del diciannove di maggio. Aspettò che la donna arrivasse al cancello.

Nigeria. Nella notte fra il 18 e il 19 maggio 02026, uomini armati assaltano una scuola secondaria e due elementari ad Ahoro Esinele, distretto di Oriire, Stato di Oyo: trentanove studenti e sette insegnanti rapiti, bambini fra i due e i sedici anni. (Al Jazeera, 19 maggio 02026.)
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Nota

fatto: Nella notte fra il diciotto e il diciannove di maggio, uomini armati assaltano una scuola secondaria e due elementari ad Ahoro Esinele, distretto di Oriire, nello Stato di Oyo, in Nigeria: trentanove studenti e sette insegnanti rapiti, bambini fra i due e i sedici anni. (Al Jazeera, 19 maggio 02026.)

mondo: In Mali, un drone dell’esercito colpisce a Tene un corteo di moto in occasione di un matrimonio collettivo, almeno dieci civili uccisi. In Ucraina, un attacco russo notturno a Dnipro colpisce un deposito alimentare, due morti. A Gaza, l’aviazione israeliana uccide a Khan Younis un uomo presentato come operativo di Hamas. In Italia, dodici rider sono morti negli ultimi quattro anni di consegne digitali: il rapporto INAIL torna a chiedere paghe minime e norme di sicurezza.

Varianti: 5.

Voce Soffiato · Pneuma I.

Everyday Endless è un organismo narrativo. Ogni giorno si nutre delle pressioni del mondo reale e le trasforma in racconto. Cosa diventa il fatto dipende dal giorno: il dispositivo cambia forma, il materiale cambia voce, la distanza dal reale cambia profondità.

L'autore ha scritto il dispositivo. Il dispositivo compone il racconto. Il meccanismo è dichiarato e visibile.

Le collane si compongono racconto dopo racconto.

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Composizioni lunghe a più voci, ognuna costruita intorno a un evento accaduto.
001 · Pesach · in arrivo
002 · Piazzale Medaglie d'Oro 17 · in arrivo
003 · aprile 1945 · in arrivo
Incunabola
Raccolte di racconti di pura invenzione, fuori dal vincolo del fatto.

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