Yolanda Sespe riavvolse il cranio nel tessuto di tule alle undici del mattino del tre luglio, nella sala sul retro del Santa Ynez Chumash Museum and Cultural Center, e lo fece con le stesse mani con cui da bambina aveva intrecciato i cesti nella casa della nonna a Zanja de Cota, dove l’acqua d’inverno scendeva dalla Figueroa Mountain e riempiva il fosso da cui la terra prende il nome, e mentre riavvolgeva contava non gli anni ma le pieghe, tre pieghe come le aveva insegnate la nonna, una per il capo, una per le mani, una per il resto, sebbene di quel resto, dopo quasi centocinquant’anni nei cassetti del Peabody, restasse poco più di quello che un uomo può tenere in una cesta larga un braccio.
Erano centosessantasette, gli antenati tornati; e più di duemila gli oggetti, arrivati in camion la mattina del ventisette giugno lungo la 154 da nord, giù per il San Marcos Pass, in casse che qualcuno all’università aveva chiuso con viti a stella e che i ragazzi della tribù avevano aperto uno per uno nel cortile, senza fretta, perché la fretta, disse poi Yolanda a chi la ascoltava, era stata degli altri, di quelli che nel 1877 avevano cavato i corpi dalla terra a Mescalitan e li avevano spediti a est come si spedisce un minerale.
Sul filo che legava il tessuto pendeva ancora il cartellino del museo, un rettangolo di cartoncino avorio con un numero a inchiostro nero, e sotto il numero, in una grafia inclinata di quando gli inventari si scrivevano a mano, una data e la parola cranium e un codice di provenienza; e il cartellino era la sola cosa, in tutta la sala, che sapesse con precisione da quale fossa quel capo fosse venuto, quale scavo, quale barca, quale scaffale del terzo piano, mentre il nome, il nome vero, quello con cui l’uomo era stato chiamato quando respirava, non lo sapeva più nessuno, e il tessuto di tule non lo diceva, e la terra dietro il museo, dove alle due del pomeriggio lo avrebbero calato, meno che mai.
Yolanda tenne le forbici sospese sopra il filo per un tempo che il nipote Marcus, mandato a reggere la torcia elettrica e a puntarla dove serviva (Marcus la puntava sul soffitto, poi sulla parete, poi finalmente sulle mani della zia, imparando a metà gesto cos’è una cerimonia), calcolò poi in troppo, e disse che aveva pensato che la zia avesse dimenticato cosa stava facendo, e invece la zia stava facendo esattamente quella cosa, cioè decidere.
Perché tagliare il cartellino voleva dire ridare all’antenato la terra pulita, senza il numero di chi lo aveva rubato, senza la mano dell’istituzione appesa al collo come un secondo furto; e non tagliarlo voleva dire seppellire insieme all’uomo anche la prova, l’unico documento che legava quel cranio alla sua gente, alla valle, alla fossa di Mescalitan, la sola carta al mondo che dicesse, in una lingua che non era la sua ma che per centocinquant’anni era stata l’unica ammessa, che quell’uomo era Chumash e non un oggetto anonimo di un lascito qualunque.
Yolanda abbassò le forbici senza tagliare. Rimise il cartellino contro il tessuto, dalla parte del capo, e con un giro di filo lo legò più stretto, dentro, così che nella terra ci andassero insieme, l’uomo e il suo numero, il nome perduto e la mano che lo aveva perso; e disse a Marcus, ma più a sé stessa, che l’inchiostro nella terra umida sarebbe sbiadito in una stagione, che il cartoncino si sarebbe sfatto, che tra un anno lì sotto non ci sarebbe stato più nessun numero, solo un uomo, e che questo era giusto, ma che intanto il numero doveva andarci, perché era stato l’unico a sapere la strada del ritorno, e uno che ti riporta a casa, anche se ti ha tenuto prigioniero, non lo si abbandona sulla soglia.
Alle due la fossa era pronta dietro il museo, verso la collina, in un punto che dalla strada non si vede e che la tribù non segna, e attorno c’erano gli anziani e i ragazzi e due donne che cantavano una cosa breve, e Yolanda calò la cesta con le tre pieghe e il cartellino stretto dentro, e non disse il numero, il numero non lo disse nessuno; disse invece, sopra la terra che i ragazzi rimettevano a pale piccole, un nome che non era il nome vero dell’uomo, perché il nome vero era andato perduto nel 1877 insieme al corpo, ma era un nome Chumash, uno di quelli che si danno ai bambini a Zanja de Cota quando l’acqua scende dalla Figueroa, e per un antenato che torna dopo centocinquant’anni un nome che la sua gente ancora usa vale, disse poi Yolanda, più di uno che nessuno ricorda: perché la terra dietro il museo non aveva bisogno di sapere chi fosse quell’uomo, aveva bisogno solo che qualcuno, richiudendo la fossa, lo chiamasse.
fatto: Harvard e Yale restituiscono alla Santa Ynez Band of Chumash Mission Indians centosessantasette antenati e oltre duemila oggetti, sottratti a partire dal 1877. I resti tornano nella terra della Santa Ynez Valley, gli oggetti cerimoniali tornano in uso. (The Santa Barbara Independent, 13 luglio 02026.)
mondo: Nel nord-est della Spagna un incendio devasta decine di migliaia di ettari e più di mille persone lasciano le case (Reuters). Nel sud-est del Bangladesh una frana travolge un campo profughi e uccide almeno otto rifugiati rohingya, cinque sono bambini (Al Jazeera). Sul porto di Odesa, in Ucraina, un attacco notturno lascia due morti, tra i diciotto della giornata lungo il fronte (Reuters).
Varianti: 5.
Calcedonio · Pneuma II.
123 racconti