un racconto al giorno, per sempre

La zucca a metà

Nakiru arrivò al punto di distribuzione di Moroto alle sette del mattino del ventinove luglio, dopo aver camminato dalle quattro da un villaggio del distretto di Napak che sulle mappe del governo ha un nome e che lei chiama con un altro, il nome vecchio, quello che indica il pozzo e non il villaggio, perché al villaggio, mi raccontò poi un operatore che quel giorno teneva il registro, la gente di Karamoja dà il nome dell’acqua e non delle case, dato che le case si spostano con le mandrie e i pozzi no, i pozzi restano dove sono anche quando sono secchi, e quello di Napak era secco da marzo, il che a Nakiru importava e non importava, perché lei le mandrie non le aveva più: le ultime tre vacche, una zebù e due meticce dalle corna corte, le aveva vendute a febbraio a un commerciante di Kotido per un prezzo che a novembre sarebbe stato il triplo e che a febbraio bastò per due sacchi di sorgo, che a loro volta bastarono fino a quando bastarono.

Di quei due sacchi, mi disse l’operatore che le ripeté la storia in un secondo tempo, restava a luglio la contabilità esatta di come erano finiti: il primo mese a farina densa per la sera; il secondo mese a mezza porzione; poi a un pugno di chicchi bolliti a lungo, perché bolliti a lungo ingannano lo stomaco più a lungo; poi al niente, che a Karamoja non si nomina e si cammina.

Al punto di distribuzione la fila era lunga e ordinata, tenuta ordinata da due volontari con la pettorina; e la razione, quel giorno, era calcolata per nucleo familiare registrato: dodici chili di sorgo, un litro di olio, un sacchetto di legumi per ogni nucleo, secondo una lista che era stata compilata a giugno, prima che la siccità di quest’anno, la peggiore che la regione ricordi da decenni, portasse a Karamoja i numeri che l’ONU avrebbe dato dopo, un milione e mezzo di persone a rischio, diciannove morte di fame contate soltanto nei distretti dove qualcuno le contava.

La lista di giugno aveva il nome di Nakiru e i nomi dei suoi due figli. Non aveva i nomi degli altri tre.

Gli altri tre erano i figli di sua sorella, che si chiamava Achen e che era morta a giugno, non di fame direttamente, ma di quella cosa che viene alla fame e che si porta via prima chi è già debole; e i tre bambini, il più grande di nove anni e i due piccoli, erano rimasti nella capanna accanto, che è la stessa capanna in un certo senso, perché tra la capanna di Nakiru e quella di Achen c’era una recinzione di spine bassa che i bambini scavalcavano da sempre, e adesso non c’era più nemmeno la ragione di scavalcarla, perché di là non cucinava nessuno.

Al tavolo del registro l’operatore le chiese quante persone nel nucleo. È una domanda di procedura, si fa a tutti. Nakiru guardò il registro, dove il dito dell’operatore stava fermo sulla riga con il suo nome e il numero tre; e disse sei.

Disse sei, e diede i nomi: i suoi due, e poi i tre di Achen come fossero suoi, cambiando a uno soltanto la desinenza, quel poco che bastava a farlo sembrare figlio di un altro padre e non del marito di sua sorella, e tenne il sesto, se stessa, per ultimo.

L’operatore non alzò gli occhi dal registro. Corresse il numero. Scrisse sei. Non tutti gli operatori, quel mese, correggevano i numeri; alcuni chiedevano il certificato di morte, che a Napak non esiste, o chiedevano di portare i bambini di persona, il che voleva dire far camminare tre ore sotto il sole tre bambini che non avevano tre ore di cammino nelle gambe. Questo lo corresse.

Nakiru ricevette la razione doppia rispetto al suo diritto scritto: ventiquattro chili di sorgo invece di dodici, due litri d’olio, due sacchetti di legumi. Li caricò su una zucca grande, di quelle che si portano legate sulla schiena, la stessa zucca che a marzo aveva portato l’acqua e che da mesi portava tutto tranne l’acqua.

E qui la storia si deposita dove non era partita, perché la zucca, quella zucca da acqua incisa a rombi che le donne di Karamoja si tramandano da madre a figlia e che vale, in tempo di pace, una capra, quella zucca Nakiru non la riempì fino all’orlo: la riempì a metà per sé e per i suoi due, e l’altra metà del sorgo, prima ancora di tornare a casa, la travasò in un secondo recipiente più piccolo, che avrebbe lasciato di là della recinzione di spine, nella capanna dove non cucinava nessuno, perché i tre bambini di Achen, sul registro, adesso erano suoi, ma nella capanna erano ancora di sua sorella, e il sorgo lo sa la mano che lo divide, non la riga che lo scrive.

Moroto, regione di Karamoja, Uganda. Distribuzioni alimentari d'emergenza dopo almeno 19 morti per fame; 1,5 milioni di persone a rischio malnutrizione nella peggiore siccità da decenni, 29 luglio 02026 (OkayAfrica).
Calcedonio · II

Nota

fatto: Nella regione di Karamoja partono distribuzioni alimentari d’emergenza dopo almeno 19 morti per fame; 1,5 milioni di persone sono a rischio malnutrizione nella peggiore siccita da decenni. (OkayAfrica, 29 luglio 02026.)

mondo: In Sudan piu di ottantatremila persone lasciano il Nord Kordofan e si accampano a El Obeid, dove scarseggiano acqua e cibo (Africa Center). L’Arabia Saudita mette a morte cinque cittadini etiopi per reati di droga dopo processi senza avvocato ne interprete (Human Rights Watch). Ad Haiti la violenza delle bande ha ucciso piu di milleseicento persone dall’inizio dell’anno e ne ha sfollate un milione e mezzo (Vatican News).

Varianti: 5.

Calcedonio · Pneuma II.

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