un racconto al giorno, per sempre

La parola tregua

Si chiama Khalid, ha trentanove anni, è nato a Ras Laffan ma è cresciuto a Doha, e da diciotto anni traduce dal persiano all’inglese, e dall’inglese all’arabo, e a volte all’arabo del Golfo, che è una cosa a sé e che la sua famiglia parlava prima che la sua famiglia si trasferisse in città a causa del gas, perché il gas a Ras Laffan ha cambiato tutto, anche la lingua, e adesso Khalid parla l’arabo di Doha, dell’ufficio, della Corniche, ma quando torna al villaggio per la festa dell’aïd la zia paterna gli dice che parla arabo come un ministro, e che dovrebbe sentirsi a casa, e Khalid sa che non è un complimento ma non ribatte, perché la zia paterna ha settantasette anni e va capita, e perché Khalid effettivamente non si sente più a casa al villaggio, e non si sente più a casa neanche a Doha quando torna dalle sue missioni, e adesso, in questo lunedì ventidue giugno duemilaventisei, in cui è seduto nella sala riunioni dell’hotel Bürgenstock sopra il lago di Lucerna, a ottocentosettanta metri di altitudine come gli ha detto la receptionist quando ha consegnato la chiave, Khalid non si sente a casa neppure dentro la sua giacca.

Davanti a Khalid il tavolo è ovale, è di legno chiaro, di un acero che a Doha non cresce, perché a Doha cresce, per dirla tutta, soltanto la palma che il municipio decide di piantare, e sul tavolo ci sono nove microfoni, e Khalid sa che dei nove microfoni due servono alla delegazione iraniana, due alla delegazione americana, uno alla delegazione qatarina che è la sua, uno alla pakistana, uno alla svizzera che fa da padrone di casa, e gli altri due sono di riserva, e Khalid sa che la riserva, in questi tavoli, non è mai inutile, perché Khalid ha lavorato a Vienna nel duemilaquindici, e quella volta la riserva ha salvato una frase, una sola, ma quella frase è poi diventata la frase d’apertura del JCPOA, e Khalid si è chiesto per anni se quella frase, senza la riserva, sarebbe rimasta nella memoria del segretario o se si sarebbe persa nell’eco della sala. La sala del Bürgenstock non ha eco. È stata progettata, gli ha spiegato il direttore d’orchestra del summit, da un acustico svizzero secondo il principio dell’assorbimento totale: ogni parola che si dice in quella sala viene assorbita immediatamente dai pannelli di feltro. L’acustica della sala costava più di tutta la cancelleria del summit, gli aveva detto il direttore d’orchestra, ridendo. La cancelleria del summit erano duemila penne stilografiche con il logo del Bürgenstock, quattrocento blocchi di carta intestata, e ventidue matite con la gomma in fondo. Khalid aveva preso una delle matite. Ne aveva prese due, in realtà, ma una l’aveva messa in tasca senza pensarci. Quella in tasca era ancora intera. Quella sul foglio aveva la punta consumata da tre fogli di appunti.

Alle undici e diciassette di mattina, il vicepresidente americano dice in inglese la parola ceasefire come passaggio alla frase numero quattro della bozza di intesa. Il capo della delegazione iraniana, il ministro degli esteri Abbas Araghchi, sta per dirla in persiano, e Araghchi ha già una parola pronta, una parola tecnica, atash bas, che è la parola del cessate il fuoco, e che Araghchi userà perché la userà il verbale. Khalid è seduto dietro alla sua delegazione, con la matita in mano e con il foglio del verbale davanti. La matita ha la gomma in fondo. Vicino al gomito, sulla parte sinistra del tavolo, c’è la sua penna stilografica della casa madre, con l’inchiostro nero. Khalid scrive sul foglio, in arabo, con la matita, la parola hudna. Hudna non è atash bas, e non è ceasefire. Hudna è una parola del Corano e della giurisprudenza islamica, e significa tregua provvisoria, tregua che può essere ritirata. Khalid sa che a Tehran ce ne sono che la considerano sufficiente, e altri che non la considerano nemmeno. Non solleva la matita dal foglio. La parola è lì. La stilografica nera, alla sua sinistra, è alla stessa distanza di quando l’ha appoggiata stamattina. Non la prende.

Alle diciotto e quattordici la roadmap dei sessanta giorni è firmata. La firma in calce alla bozza è in inchiostro nero, lo stesso che ha la stilografica di Khalid. Sotto il foglio del verbale firmato in inchiostro, però, c’è il foglio che Khalid ha tenuto in matita, dove la parola hudna è scritta una volta sola, e dove non è cancellata. Quando il vicesegretario svizzero passa a ritirare i fogli di servizio, Khalid gli porge soltanto il primo verbale, quello pulito. Tiene il foglio della matita. Lo piega in quattro, lo mette nella tasca interna della giacca, sopra il petto. Mentre scende dall’ascensore del Bürgenstock, sente il foglio attraverso la stoffa della giacca. La hudna scritta in matita reggerà o non reggerà sessanta giorni. Khalid non lo sa, e sa che non lo saprà mai. La cosa che lo turba, durante i quattro minuti dell’ascensore, è che non sia lui a decidere se reggerà. Decidono le cose. Decidono i missili, decidono i ministri, decide la fatica della gente che oggi è morta nei cantieri, decidono tutti, tranne la matita.

*Bürgenstock, Svizzera. Lunedì 22 giugno 02026 le delegazioni di Stati Uniti, Iran, Qatar, Pakistan e Svizzera hanno concordato una tabella di marcia di sessanta giorni verso un accordo finale (Al Jazeera). Pubblicazione postuma: 22 luglio 02026.*
Calcedonio · II

Nota

fatto: Domenica 21 e lunedì 22 giugno 02026, all’hotel Bürgenstock sul lago di Lucerna, le delegazioni di Stati Uniti, Iran, Qatar, Pakistan e Svizzera hanno concordato una tabella di marcia di sessanta giorni verso un accordo finale su nucleare, sanzioni e risoluzione delle controversie (Al Jazeera).

mondo: In Pacifico il programma regionale ambientale SPREP dichiara l’inizio di un nuovo El Niño e nelle Salomone e in Papua Nuova Guinea cominciano i razionamenti idrici (PINA). Una delegazione del popolo Javari del Brasile arriva a Lima per chiedere al Congresso peruviano di bloccare il disegno di legge sulle terre indigene (Survival International). A Londra il premier Keir Starmer rinvia la decisione sulla sfida di leadership dell’ex sindaco di Manchester Andy Burnham (CNN).

Varianti: 5.

Calcedonio · Pneuma II.

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