un racconto al giorno, per sempre

Lo strofinaccio nel cortile

Najwa sale sul terrazzo alle sei e venti del mattino del 19 giugno, con il cesto di bucato bagnato sul fianco sinistro come ha fatto ogni mattina per quarantotto anni da quando ha sposato Hisham e si è trasferita nella casa di sua madre al piano superiore di un edificio di pietra calcarea che a quel tempo era nuovo e adesso ha le crepe verticali sulla parete sud, quelle crepe che lei conosce a memoria, una a una, perché un tempo le contava per addormentarsi quando Hisham era ancora vivo e tossiva nel sonno e lei stava sveglia, anche se adesso non le conta più, perché quando uno arriva a sessantasette anni non conta più le crepe, le sa, le ha addosso, le ha negli occhi quando guarda il muro di fronte e lo vede come la propria mano. Stende il primo lenzuolo, quello di cotone grezzo che le aveva regalato sua cognata di Tiro vent’anni fa per il matrimonio della figlia maggiore, un lenzuolo che ha la cimosa rossa e che lei riconosce al tatto anche al buio quando deve cambiare il letto di notte. Le mollette di legno, quelle che ha portato giù dalla cassa nuziale che era di sua madre, scorrono sul filo con il piccolo rumore di legno secco contro filo plastificato che lei ascolta da mezzo secolo, un rumore che non ha significato in nessuna lingua eppure significa la mattina, significa il bucato pulito, significa che il giorno è cominciato e tutto il resto può anche cominciare. Sotto il terrazzo, i vicini di sotto raccolgono i vetri delle finestre frantumate durante la notte; lei li sente con quel ritmo lento e cauto che hanno i vetri quando vengono spostati con la paletta e non con la mano, perché chi raccoglie sa che la paletta non riconosce le schegge piccole ma è meno pericolosa delle dita, e Najwa pensa che ci sia una saggezza in questa scelta, una piccola saggezza che si impara solo facendola troppe volte, e la saggezza è che non si toccano i vetri rotti con le mani, anche quando si è certi di vederli tutti, perché i vetri piccoli sono quelli che entrano fra la pelle e l’unghia e che ci stanno per settimane senza farsi togliere.

Stende il secondo lenzuolo, quello che aveva sotto Hisham la notte in cui Hisham era morto nel 02019, quel lenzuolo che lei ha lavato cento volte e che è ancora bianco e che ha sopra una macchia di tè rovesciato l’autunno scorso, una macchia che lei vede come una mappa minore del Libano, con Beirut in alto a destra dove la macchia è più scura e Tiro in basso a sinistra dove la macchia si dirada, e mentre lo stende il drone passa basso, un drone israeliano, lei lo riconosce dal suono perché il suono dei droni israeliani è diverso dal suono delle macchine in strada e dal suono degli elicotteri della UNIFIL, è un suono di tagliaerba lontano che si avvicina, è un suono che da sei mesi è entrato nel registro dei suoni domestici di Nabatieh, e mentre il drone passa lei tiene il lenzuolo a mezz’aria e non lo molla, e tra le mollette di legno e le sue dita lo strofinaccio, che era appoggiato sul filo accanto, scivola, perché lo strofinaccio era umido di troppa acqua e lei non l’aveva strizzato bene, perché stamattina aveva poca acqua e aveva lavato lo strofinaccio per ultimo, perché lo strofinaccio è di sua nipote che le aveva chiesto di lavarglielo a casa visto che a Beirut l’acqua manca a giorni alterni dal mese di marzo e che lei lo doveva restituire asciutto entro la sera, e lo strofinaccio cade nel cortile sotto, due piani sotto, sull’erba secca dove i vicini hanno appoggiato i pezzi di vetro su un foglio di giornale piegato in quattro.

Najwa lo guarda cadere. Pensa per un istante di lasciarlo. Pensa che uno strofinaccio è uno strofinaccio. Pensa che a sessantasette anni scendere due rampe di scale di pietra per recuperare uno strofinaccio non vale, soprattutto stamattina che il drone è passato e potrebbe tornare, perché i droni nelle ultime settimane hanno preso il vizio di tornare quando hanno individuato un cortile attivo, e perché stamattina sua figlia che vive a Saida le ha telefonato alle cinque e mezza per dirle di stare in casa, di non salire sul terrazzo, di aspettare a stendere. Ma poi pensa anche che lo strofinaccio è di sua nipote, che ha promesso di restituirlo asciutto entro la sera, e che lasciarlo nel cortile per paura del drone vorrebbe dire dire a sua nipote che la nonna ha paura, e poi vorrebbe dire dire a se stessa che il cortile sotto casa non è più suo, e poi vorrebbe dire dire al drone che il drone ha vinto, e Najwa pensa che il drone non ha vinto, non oggi, non per uno strofinaccio. Allora scende. Scende con il passo lento delle sue artrosi, una mano sul corrimano di ferro che lei conosce a memoria, il corrimano che aveva fatto fare suo marito nel 01988 da un fabbro di Ghazieh che è morto due anni dopo in un incidente di motorino, e nel cortile prende lo strofinaccio bagnato, lo scuote, lo piega in due e risale.

In alto, sul terrazzo, lo strizza piano sopra le mattonelle, e l’acqua scende a una piccola pozza che la mattonella beve in pochi secondi, perché il sole di giugno qui è già di quattordici ore, e poi lo appende sul filo con due mollette nuove al posto di quella che era caduta. Il drone non torna. Najwa stende anche il terzo lenzuolo, e poi il quarto, e quando finisce il sole ha già asciugato il primo. Sente la prima sirena del giorno verso Marjayoun. Continua a stendere.

Nabatieh, Libano. Almeno 18 uccisi nel sud del Libano, tra Nabatieh e Harouf, in una giornata di escalation Israele-Hezbollah; 3.783 morti tra il 2 marzo e il 14 giugno secondo il Ministero della Salute libanese, 19 giugno 02026 (WAFA; Epoch Times). Pubblicazione postuma: 22 luglio 02026.
Filigrana · II

Nota

fatto: A Nabatieh, diciannove giugno duemilaventisei, l’escalation tra Israele ed Hezbollah causa diciassette morti in città e dieci ad Harouf nella stessa giornata; il bilancio del ministero della Salute libanese sale a quattromilacinquantasette morti dal due marzo (Sky TG24, Al Jazeera).

mondo: A Niamey, all’aeroporto Diori Hamani, miliziani del JNIM uccidono undici soldati e due civili nell’attacco rivendicato lo stesso diciotto giugno (PBS NewsHour). In Liguria settantadue ore di sciopero del trasporto merci conto terzi bloccano i porti di Genova e Savona dal diciotto al venti giugno (Sky TG24). A Burgenstock, in Svizzera, si tengono il ventuno colloqui tecnici sull’accordo nucleare tra Stati Uniti e Iran dopo l’annuncio iraniano di chiusura dello stretto di Hormuz (Sky TG24).

Varianti: 5.

Voce Filigrana · Pneuma II.

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