un racconto al giorno, per sempre
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Lungo come un'unghia

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A Behrote il tè della mattina si fa alle sei. Quello di mezzogiorno si fa se c’è qualcuno.

Oggi la madre lo ha fatto alle undici.

Ha messo tre bicchieri sul vassoio e ne ha usato uno. Gli altri due sono restati pieni fino a freddi, e adesso hanno sopra la pelle.

Lo scialle è quello buono, di lana grigia, con la frangia rifatta due volte.

Sul muro, accanto alla finestra, c’è la carta della denuncia. È del duemila. È piegata in quattro e la piega si è rotta lungo il verso corto, e chi la apre la apre piano.

Dentro c’è la descrizione. La madre la dice come sta scritta, sempre uguale, e la dice da ventisei anni.

«Un segno sopra l’occhio destro, lungo come un’unghia.»

Non dice cicatrice. Nella carta c’è scritto segno, e lei dice segno.

Il segno se l’era fatto a nove anni, sul canale, quando andava a prendere l’acqua con il fratello grande ed era scivolato sul bordo di cemento. Ha sanguinato molto. Il padre lo ha portato a Thanamandi sul motorino, e all’ambulatorio hanno messo due punti e hanno detto che due punti bastavano.

Il fratello grande è Bashir.

Nel duemila Bashir aveva ventidue anni e un posto promesso in un magazzino di Andheri.

Sono partiti in due, di notte, sul camion di un uomo di Kotranka che portava mele. Rafiq aveva quattordici anni e faceva la nona classe. Doveva stare a Mumbai due mesi e tornare per la scuola.

Sono arrivati il quarto giorno.

Il terzo mese Bashir è tornato. È tornato da solo e ha detto quello che c’era da dire, che il ragazzo si era messo con altri della valle, in un altro quartiere, e che tornava a ottobre.

Poi ottobre.

Poi ha cercato ad Andheri. Ha cercato a Kurla. È andato due volte a Dharavi con l’indirizzo di un cugino di un vicino. È andato al posto di polizia di Rajouri con la carta. È andato ai posti di polizia di Mumbai, tre, e alla terza volta uno gli ha detto di lasciare la fotografia e di non tornare.

La fotografia era una sola. La madre l’ha data e non l’ha più riavuta.

Il video è arrivato ieri sera sul telefono della moglie di Bashir, da una cugina che sta a Jammu, che l’ha visto passare e ha scritto solo guarda.

Lo ha fatto un ragazzo che gira i mercati e intervista la gente. Quattro minuti e undici secondi, davanti a una saracinesca, un uomo sui quarant’anni che dice di aver lavorato per anni al carico e scarico e che adesso sta alla saracinesca, che vende cinture e portafogli, e che al paese non c’è più tornato.

Dice il nome del distretto. Lo dice giusto.

Alle undici e venti la madre lo ha guardato una volta sola, tutto, senza fermarlo mai, e poi si è alzata a prendere lo scialle.

Bashir ha il telefono in mano. Il video è fermo. Il pollice sta sopra il vetro e non preme.

Basta una parola. Aspetta. Una parola e la madre si siede.

La madre è sulla soglia. Ha lo scialle nella mano destra, arrotolato, come lo tiene quando va al pozzo. Con la sinistra tiene lo stipite.

«Vado a dirlo.»

Bashir guarda il fotogramma. La fronte dell’uomo è coperta. I capelli scendono di lato e coprono l’arcata destra fino alla tempia.

Allarga con due dita. Il fotogramma diventa grosso e sporco. Sotto i capelli non c’è niente da vedere. Allarga ancora. Peggio.

Chiude il video.

Si alza. Attraversa la stanza. La stuoia si piega sotto il piede, come si piega da sempre nello stesso punto, dove c’è il gradino del pavimento vecchio.

Arriva alla soglia. Prende lo scialle dalla mano della madre. Lei lo lascia andare.

Lo apre. Lo scuote una volta, per il verso lungo, così la polvere se ne va. Glielo mette sulle spalle. Poi sistema il bordo dietro il collo, sotto la treccia, come faceva suo padre e come lei non si fa fare da nessun altro.

Tira il catenaccio.

Apre la porta.

Fuori è mezzogiorno passato. Il muro di fronte manda caldo. Una capra alza la testa e la riabbassa.

«Vai.»

La madre esce. Non corre. Alla fine del cortile si ferma e si copre la testa con lo scialle, perché così si esce.

Poi la voce.

Prima nel cortile. Poi nella strada. Poi più lontano, dove la strada gira dietro la casa dei Mir, e non si capiscono più le parole ma si capisce quale voce è.

Poi rispondono altre voci. Prima due. Poi molte.

Bashir resta dentro. Chiude la porta e la lascia accostata, di un palmo, che è come sta la porta quando in casa c’è qualcuno che aspetta.

Si siede dove era seduto.

Rimette il video da capo. Questa volta non allarga niente. Lo guarda tutto, dal primo secondo, con il volume basso come lo tiene sempre.

Sono quattro minuti e undici secondi. L’uomo sta seduto su una cassetta rovesciata, davanti a una saracinesca. Parla poco. Ride una volta, alla domanda sul cibo.

Al terzo minuto arriva vento e l’uomo si porta la mano alla fronte, per tenere fermi i capelli, e i capelli si spostano.

*Behrote, area di Thanamandi, distretto di Rajouri, Jammu e Kashmir, India. Il 24 agosto 02026 la stampa locale riporta il rientro al villaggio di un uomo scomparso 26 anni prima, quando ne aveva 14, dopo un viaggio a Mumbai con il fratello: i familiari lo hanno riconosciuto in un video di un creatore di contenuti diventato virale sui social e lo hanno ricondotto a casa (Kashmir Observer, The Tribune, Kashmir Life). I nomi delle persone nel racconto sono trasformati.*
Soffiato · I

Nota

fatto: Un uomo del distretto di Rajouri, scomparso a quattordici anni durante un viaggio a Mumbai col fratello, torna al villaggio natale dopo ventisei anni: i familiari lo hanno riconosciuto in un video di uno youtuber diventato virale sui social. (Kashmir Observer, 24 agosto 02026.)

mondo: A Zamboye, nella Repubblica Centrafricana, una miniera d’oro artigianale frana e il ministero delle Miniere conta quarantanove morti, fra centrafricani, camerunesi e ciadiani, mentre i soccorritori ne dichiarano più di cento (Al Jazeera). A Hong Kong l’Alta Corte condanna per istigazione alla sovversione i due organizzatori delle veglie di Tienanmen (UPI). Nel Kordofan settentrionale duecentoquindici famiglie raggiungono El Obeid a piedi dopo un attacco su Um Dareisa e Al-Shaqla (Sudan Tribune).

Varianti: 5.

Soffiato · Pneuma I.

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