un racconto al giorno, per sempre
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Dodicesima

Il cancello della scuola è aperto di una spanna.

Fuori, sul marciapiede, ci sono undici sedie. Sedie di ferro con la seduta di legno, quelle delle aule. Sono in fila contro il muro, all’ombra, con lo spazio di una mano fra una e l’altra.

Alle sette e dieci Tawfiq al-Mabruk entra. È il primo. È il primo ogni giorno da undici anni.

Attraversa il cortile. L’intonaco del muro di sinistra è caduto in tre punti e sotto si vede il mattone.

Apre l’aula con la chiave grande. Alza le tapparelle. Raddrizza i banchi della prima fila, uno per uno, con il piede.

Sul banco della cattedra c’è il registro. Lo apre alla data e lo lascia aperto.

Sul muro dietro la cattedra c’è la carta geografica. È arrotolata e legata con due elastici.

Prende il cancellino e passa la lavagna. La lavagna è già pulita. La passa da sinistra a destra, due volte.

Un cane entra dal cancello, gira, esce.

Alle sette e venticinque arrivano quattro ragazze. Hanno i libri e nessuna cartella. Entrano dalla spanna del cancello, in fila, e nessuna guarda le sedie.

Si siedono ai due banchi della prima fila, due e due.

Alle sette e quaranta davanti al cancello ci sono sei insegnanti in piedi e undici sedie vuote.

Il collega di matematica tiene l’elenco. Legge i nomi a voce alta e segna.

«Al-Mabruk.»

Tawfiq è in aula. Dal cortile si sente che è in aula.

Il collega attraversa il cortile ed entra. Si appoggia allo stipite. Guarda i quattro banchi occupati e i ventisei vuoti.

Fuori, una donna si ferma al cancello, parla con due degli insegnanti, poi va via dalla parte da cui è venuta.

Le scuole dovevano riaprire il tredici settembre. Il tredici settembre gli insegnanti erano davanti alle scuole e davanti agli uffici. Due settimane dopo il sindacato ha chiamato lo sciopero su tutte le scuole pubbliche del paese, e le lezioni di un milione e seicentomila alunni sono rinviate a data da definire.

Le richieste sono tre. Il collega le conta con le dita: lo stipendio, l’assicurazione sanitaria, le ore in più. Dice la cifra di quanti sono, fra insegnanti e amministrativi: mezzo milione di persone.

Tawfiq pulisce il piano della cattedra con la mano aperta.

Il collega dice che quest’anno gli ha prestato i soldi tre volte a metà mese.

Tre volte. Il prestito di metà mese è lo stipendio che non basta, e lo stipendio che non basta è la ragione per cui le sedie stanno fuori, e le sedie fuori sono le tre cose che il collega ha contato con le dita.

Dalla strada arriva il rumore di una serranda che si alza, e dopo la serranda una radio.

Tawfiq apre la borsa. Dentro c’è un gesso intero, nella carta, dall’anno in cui ha cominciato.

Lo dà alla ragazza del primo banco.

«Scrivi la data.»

La ragazza va alla lavagna. Scrive il giorno, il mese, l’ora della prova di fine ciclo. Scrive grande. Il gesso lascia la polvere sul davanzale sotto.

Il collega guarda la lavagna. Dice che quella di diciassette, se perde anche quest’anno, non torna.

«Lo so.»

Il collega dice che lo sanno tutti. Esce. Dal cortile chiama di nuovo il nome, più forte.

Tawfiq entra in aula. Le quattro sono ai banchi davanti.

Prende la sedia della cattedra. La solleva. La capovolge sul banco della prima fila, gambe in alto, come si fa l’ultimo giorno di scuola.

Le quattro si alzano. Nessuna dice niente.

La ragazza del primo banco tiene ancora il gesso in mano. Lo appoggia sul bordo della lavagna, dalla parte del cancellino.

Tawfiq riprende la sedia capovolta, la tiene per due gambe e la porta fuori. In corridoio la sedia batte contro lo stipite. Nel cortile la rigira per il verso giusto.

Al cancello il collega si sposta. Tawfiq mette la sedia in fondo alla fila, a terra, allineata al muro.

Dodicesima.

Si siede. Il ferro è freddo sotto le cosce, anche con il sole.

Il collega gli mette una mano sulla spalla e la tiene lì due secondi.

«Bravo.»

Torna al suo posto, terzo della fila, e segna sull’elenco.

Dall’altra parte delle sbarre il cortile è vuoto. L’aula ha la porta aperta. Dentro si vedono quattro banchi e la lavagna.

Sulla lavagna c’è la data.

Le quattro escono una per volta.

La prima passa davanti alla fila e guarda avanti. La seconda e la terza passano insieme. L’ultima si ferma all’altezza della quarta sedia, poi riparte.

Le sedie sono dodici. Sei uomini e sei donne. Due hanno il giornale sulle ginocchia.

Alle otto arriva un furgone, rallenta, va avanti.

Una delle quattro torna indietro fino al cancello. Guarda dentro. Si allontana sul marciapiede, dalla parte dell’ombra.

Il cane torna e si mette sotto la prima sedia, all’ombra. Resta lì tutta la mattina e si sposta solo quando l’ombra si sposta.

Alle nove il sole arriva sulla fila. Il collega sposta la sua sedia di mezzo metro. Gli altri no.

Alle dieci e un quarto Tawfiq si alza e va a bere alla fontanella del cortile, dentro il cancello. Mentre beve, l’aula è di fronte. La porta è aperta. I banchi sono dove li ha lasciati.

La lavagna è scritta.

Tawfiq chiude la fontanella. Torna fuori. Si siede.

Alle undici il gesso sta sul bordo della lavagna, dalla parte del cancellino, dove la ragazza l’ha appoggiato.

La data è scritta.

*Bengasi e Tripoli, Libia. Dal 13 settembre gli insegnanti protestano davanti alle scuole; due settimane dopo il sindacato chiama lo sciopero a oltranza su tutte le scuole pubbliche e le lezioni di 1,6 milioni di alunni restano rinviate a data da definire. Richieste: stipendi, assicurazione sanitaria, straordinari; il settore impiega quasi 500.000 persone, 1 ottobre 02026 (Reuters; Al-Monitor; Libya Review).*
Lucido · I

Nota

fatto: Gli insegnanti libici protestano dal giorno in cui le scuole dovevano riaprire, e due settimane dopo il sindacato chiama lo sciopero a oltranza su tutte le scuole pubbliche: le lezioni di un milione e seicentomila alunni sono rinviate a data da definire. (Reuters, 1 ottobre 02026.)

mondo: In Afghanistan dieci civili, quasi tutti bambini, muoiono negli attacchi aerei pakistani su Helmand e Kunar, e la missione delle Nazioni Unite conta nove feriti e tre case distrutte (Washington Post). A Bunia, in Ituri, il campo sfollati di Kigonze resta vuoto dopo l’ingresso dei militari: diciannovemila persone se ne vanno e il centro di transito per l’ebola brucia (Reuters). In Nepal l’Organizzazione internazionale del lavoro conta ventunmilaquattrocento occupati entro quattro chilometri dall’alluvione di fine agosto (Kathmandu Post).

Varianti: 5.

Lucido · Pneuma I.

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