un racconto al giorno, per sempre
←

Due gobbe

→

Il telo l’ho trovato il secondo giorno, in fondo al settore, sotto un mucchio di roba che i camion non si erano portati via, e era piegato in due e pesante come se dentro ci fosse dell’acqua, e quando l’ho aperto ho visto che era intero. Tutto intero. Lungo abbastanza per un tetto, e senza buchi, e con solo due gobbe in mezzo che non si appianavano nemmeno se ci salivi sopra.

Uno intero non lo trova nessuno. La roba buona era andata via a maggio coi camion, e restavano pezzi, e coi pezzi si fa un riparo, non un tetto.

E io avevo il numero. Il numero me l’avevano dipinto sulla terra battuta con la vernice bianca, il nome sulla lista e il numero sulla terra, e a Zanele no, perché a maggio Zanele dormiva alla piazzola di sua suocera e la lista l’hanno fatta sulle piazzole e non sulle persone. E quindi io ero dentro e lei era fuori, e la differenza era di venti metri, e i venti metri erano venti metri di niente, terra e basta, e in mezzo non c’era niente, e però c’era.

E il signor Ngobese veniva tutti i giorni verso le quattro con la cartellina e leggeva i nomi piazzola per piazzola, e a ogni nome aspettava, e se rispondevi passava, e se non rispondevi segnava, e nessuno sapeva cosa succedeva a chi era segnato, e per questo alle quattro la gente stava ferma sulla propria piazzola, e per venti minuti il settore era come una domenica.

E il terreno lo vedi ancora, e questa è la cosa che non ti dicono prima: i cingoli hanno lasciato i solchi a maggio e i solchi sono lì, larghi due mani, e passano dritti dentro dove stavano le case, e quando pianti un montante nel solco sotto è duro e sopra è molle e scende storto, e allora lo sposti mezzo metro più in là, che è dentro il solco di prima.

E il telo intanto stava in cima al mucchio, sul mio numero, con la faccia buona verso l’alto, e da tutte le parti del settore si vedeva quel pezzo che luccicava, e la gente passando guardava lì e poi guardava me, e nessuno mi ha chiesto niente.

E i chiodi li tengo divisi per lunghezza in tre barattoli tagliati a metà, e ogni volta che ne cerco uno li rovescio tutti, e Zanele mi diceva che era tempo perso, e io non rispondevo, e la verità è che è tempo perso.

E il signor Ngobese l’ha detto davanti a tutti, un pomeriggio, senza alzare la voce, che lui non decide niente, che il giudice ha scritto dei nomi e non ha scritto un campo, e che se ognuno alza quello che vuole dove vuole, fra un mese qui c’è più gente di prima, e allora il prossimo giudice guarda il campo e non guarda i nomi, e dà ragione a loro. E poi ha detto che lo diceva per noi. E aveva ragione, e nemmeno questo te lo dicono prima.

E il seghetto ce l’aveva Amos, due piazzole più giù, e gliel’ho chiesto senza dire per cosa, e lui me l’ha dato senza chiedere, perché quando uno chiede un seghetto e non dice per cosa vuol dire che lo sa già. E ho messo il telo sui due cavalletti, e ho preso il metro, e ho misurato, e poi ho misurato un’altra volta perché la prima volta misuro sempre male, e ho segnato la metà con la punta di un chiodo, e mentre segnavo il signor Ngobese era arrivato alla piazzola del vecchio Fiso e leggeva i nomi come li legge lui, prima il cognome e poi il nome.

E ho appoggiato il seghetto sulla riga. E ho tirato.

E la lamiera all’inizio non vuole, e salta, e il dente scivola di lato e fa un rumore che non è ancora niente, e poi entra. E quando entra il rumore cambia e diventa quella cosa lì che si sente da tutte le parti, che non è un rumore di lavoro, è il rumore di una cosa che si rompe apposta, e nel settore alle quattro non c’è nessun altro rumore perché alle quattro nessuno si muove. E il signor Ngobese ha smesso di leggere. E poi ha ricominciato dal nome dove era rimasto, che era Fiso, e l’ha letto due volte. E io ho tirato fino in fondo, e ho girato il telo, e ho tirato ancora, e alla fine si è aperto in due come si apre il pane.

E due mezzi teli non fanno due tetti, fanno due tetti bassi, che è un’altra cosa, e sotto non ci stai in piedi, e ti pieghi a entrare e a uscire, e questo lo impari il primo giorno e poi non ci pensi più. E Zanele ha portato dentro la sua roba, il materasso e la busta grande e la pentola e il secchio, e ha messo tutto contro il lato dove il telo scende, e si è seduta, e non ha detto niente, e neanche io, e siamo stati lì con la testa piegata.

E il signor Ngobese è passato che avevamo appena finito, e si è fermato, e ha guardato prima il mio tetto e poi quello di lei, e poi la riga del taglio, che si vede, perché un taglio di seghetto non viene mai dritto e il mio meno degli altri, e ha appoggiato la cartellina all’avambraccio e ha scritto, e non ha detto niente nemmeno lui, e se n’è andato alla piazzola dopo.

E quello che ha scritto non lo so, e non gliel’ho chiesto, e nemmeno Zanele gliel’ha chiesto.

E la sera sono uscito a guardare com’era venuta, e da fuori si vedono i due tetti bassi uno accanto all’altro, e su ognuno c’è una gobba, quella che non si appianava nemmeno se ci salivi sopra, e adesso ce n’è una per parte, e stanno alla stessa altezza, e da lontano sembrano una cosa sola.

Benoni, provincia di Gauteng, Sudafrica. Il 17 agosto 02026 l'Alta Corte di Johannesburg ordina alla Città di Ekurhuleni di dare esecuzione all'ordinanza interinale del 12 giugno che ripristina circa 570 persone e le loro famiglie nell'insediamento informale N12, detto Chief Albert Luthuli, presso Cloverdene; le demolizioni del 6-15 maggio, avvenute senza ordine del giudice, avevano lasciato senza casa circa 2.000 persone (TimesLIVE, 17 agosto 02026; Sowetan, 18 agosto 02026; SAFLII, ZAGPJHC 907).
Reticello · II

Nota

fatto: L’Alta Corte di Johannesburg ordina alla città di Ekurhuleni di eseguire l’ordinanza che riporta circa cinquecentosettanta persone nell’insediamento informale N12, presso Benoni. Le demolizioni di maggio, avvenute senza ordine del giudice, avevano lasciato senza casa circa duemila persone. (TimesLIVE, 17 agosto 02026.)

mondo: A Flores, in Indonesia, il terremoto di magnitudo sette e sette lascia settantotto morti e ventinovemila case danneggiate, e il governatore dell’East Nusa Tenggara dichiara quattordici giorni di stato di emergenza (CNN, Time). A Ulsan, in Corea del Sud, gli operai della Hyundai fermano l’impianto per una giornata intera, la prima in dieci anni, dopo quarantuno giorni di trattativa salariale finita senza accordo (UPI).

Varianti: 5.

Reticello · Pneuma II.

Indice

186 racconti

Pagine
Il progetto Catalogo

Il progetto