Everyday Endless
un racconto al giorno, per sempre

Il finestrino

Non dorme. Non è mai stato bravo a dormire stretto. Un van da sette posti, e dentro sono in troppi, qualcuno mezzo addosso all’altro. Quello che ride sempre ride anche adesso che lui si lamenta, e dice che gli afghani che si lamentano dormono peggio. Quello con le chiavi non ride. Guida. Ha le chiavi.

In troppi anche perché uno ha detto basta, lui torna a Roma. Lui invece è venuto per ottobre. Hanno raccolto le olive, poi le clementine, poi gli ortaggi, e adesso le fragole a Scanzano, quattro mesi senza un euro perché prima dovete pagare il trasporto e il letto, dice quello con le chiavi, e il letto è un capannone con sei materassi per dodici. Ha quarantadue anni, due figli a Herat, una moglie che chiama una volta a settimana. La moglie chiede solo quando torni.

« Quando torno », ha detto ieri sera a quello con le chiavi.

Quello con le chiavi ha detto:

« Va bene. Domani ».

E ha sorriso. Sa che quel sorriso significa qualcosa, ma non sapeva cosa.

Adesso il van è fermo. Stazione di servizio sulla Statale 106, Amendolara. Mezzanotte. Il diesel sibila piano da qualche parte. Ha il finestrino di destra dietro. È piccolo, scuro, opaco di polvere. Vede solo la luce del distributore. Sopra le pompe c’è una telecamera. Una luce rossa, ferma. L’obiettivo guarda il piazzale e non guarda niente.

L’amico dorme con la testa contro il vetro del sedile davanti. Ventotto anni. Voleva fare l’elettricista. È diventato bracciante per due mesi, ha detto. Sono già quattro.

Sente la portiera. Non si apre. Sente qualcuno fuori che parla veloce, basso, in una lingua che lui non parla. Riconosce quello con le chiavi. Sente quello che ride ridere, un riso corto, due note.

Sente l’odore. Lo riconosce subito, gli punge la gola prima della testa.

Allunga la mano, gli scuote la spalla. L’amico apre gli occhi. Lui porta un dito alla bocca. Indica il bagagliaio dietro col mento.

« Benzina ».

L’amico annusa. Si tira su. Gli altri dormono ancora. Il più giovane ha diciannove anni, dorme con la bocca aperta come dormono i ragazzi. Quello rannicchiato ne ha ventisette. Lui guarda la portiera. Tira la maniglia. Non si apre.

Tira la portiera dell’altro lato. Non si apre.

Fuori, attraverso il finestrino, vede passare quello con le chiavi. Lo vede col contenitore in mano. Quello con le chiavi non lo guarda. Posa il contenitore sul cofano e gira l’angolo. Sopra, la luce rossa resta accesa.

Sa.

Sa anche un’altra cosa. La testa è la cosa più dura che ha, e il finestrino è la cosa più fragile che li separa. Ha urlato per quattro mesi senza alzare la voce. Adesso non c’è da urlare. C’è da rompere.

Si gira verso l’amico. L’amico lo guarda. Lui non dice niente. L’amico gli porge il gomito, più ossuto del suo. Lui scuote la testa.

Tira indietro la testa. La sbatte contro il finestrino.

Una.

Il vetro vibra, non si rompe. Sente uno scossone nelle mascelle. Il più giovane si sveglia. Quello rannicchiato si sveglia.

Due.

Tre.

L’amico dice una parola. Lui non la sente, non si volta: se si volta perde il ritmo. Quattro. Sente una linea di sangue dietro l’orecchio. Cinque. Il vetro si crepa al centro. Una traccia diagonale, sottile, come un capello. Sei.

Il vetro cede.

Pezzi di vetro nei capelli. Pezzi nella guancia. Si butta in avanti, infila la testa, la spalla, una gamba, l’altra. Cade fuori sull’asfalto. Si rialza. Tira il braccio dentro. Sente la mano dell’amico che cerca la sua. La tiene. Tira. L’amico viene via fino alle spalle. Si ferma. Il finestrino è troppo piccolo.

In quel momento si accende la prima fiamma sotto il cofano. Sente il fwoosh, lo stesso rumore della bombola del gas a casa quando si accende il fornello, ma più lungo.

L’amico lo guarda.

« Vai », dice.

Lui non vuole. Si guarda intorno. Il distributore. La pompa. Il telefono pubblico. La luce rossa sopra le pompe. La stazione è vuota. Non c’è nessuno.

Tira ancora la mano dell’amico. Tira con tutta la spalla. L’amico grida. Non viene via.

« Vai. Vai. Vai ».

Lui molla la mano. Indietreggia di un passo. Gli occhi dell’amico restano sul suo viso. La fiamma sotto il cofano cresce. Si volta. Corre verso il muro della stazione. Si nasconde dietro un cespuglio basso, di quelli che crescono accanto ai distributori.

Sente la voce del più giovane che chiama. Poi quella di quello rannicchiato. Poi di nuovo l’amico.

Si stringe le orecchie. Non funziona.

Poi le voci finiscono.

C’è il rumore della fiamma. C’è uno scoppio, sordo, contenuto. C’è di nuovo solo il diesel che sibila.

Sente passi sulla ghiaia. Si china più giù. Aspetta. I passi vanno via. Sente un motore che parte. Si allontana.

Quando si rialza, comincia l’alba. Ha un telefono vecchio, coi tasti. Non sa il numero del 113. Sa il numero della moglie. Lo compone.

« Ti chiamo dopo », dice.

« Sei tu? », dice la voce della moglie.

« Ti chiamo dopo. Sto bene. Ho rotto il finestrino ».

Riaggancia. Si volta verso il van. Non lo vede più. Vede solo il fumo, alto, sottile, che sale dritto perché non c’è vento.

Cammina verso la statale. Sopra le pompe la luce rossa è ancora accesa. Sa di aver rotto il finestrino. Sa che l’amico no. Sa che il nastro ha le facce, il contenitore, il fuoco, e che qualcuno lo guarderà. Lo dirà lo stesso, a tutti, anche a chi non chiede, finché i nomi non sono scritti da qualche parte. Poi forse smette.

Amendolara, Calabria. Nella notte tra il 31 maggio e l'1 giugno 02026, alla stazione di servizio sulla Statale 106 Jonica, quattro braccianti migranti, tre afghani e un pakistano, il più giovane di diciannove anni, muoiono dentro un minivan dato alle fiamme: le portiere bloccate, la benzina nel bagagliaio, le telecamere del distributore che riprendono ogni cosa. Secondo gli inquirenti due caporali, fermati con l'accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato, sono scesi dal mezzo e hanno appiccato il fuoco. Uno solo esce vivo, dopo quattro mesi di salari non pagati, rompendo il finestrino a testate. (Il Fatto Quotidiano, AGI, Corriere della Calabria, Gazzetta del Sud, tra l'1 e il 3 giugno 02026).
Soffiato · II
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Nota

fatto: Nella notte tra il 31 maggio e l’1 giugno 02026, alla stazione di servizio sulla Statale 106 Jonica vicino ad Amendolara, in Calabria, quattro braccianti, tre afghani e un pakistano, muoiono dentro un minivan dato alle fiamme; secondo gli inquirenti i loro caporali, fermati per omicidio plurimo, ne hanno bloccato le portiere e appiccato il fuoco, ripreso dalle telecamere del distributore. Un solo superstite, che ha rotto il finestrino a testate. (Il Fatto Quotidiano, AGI, Corriere della Calabria, tra l’1 e il 3 giugno 02026).

mondo: In Mali, un autobus colpisce una mina lungo la strada Bamako-Kayes nella mattina dell’1 giugno, otto morti e quarantadue feriti; l’attacco è rivendicato dai jihadisti del JNIM (Pravda Mali). Nella Striscia di Gaza centrale, il 2 giugno un giovane è ucciso a Zawaydeh quando le forze israeliane colpiscono una bicicletta, un secondo è ferito (Pressenza). Il 2 giugno, una scossa di magnitudo quattro virgola nove a tredici minuti dopo l’una è registrata vicino a Larisa, in Tessaglia (VolcanoDiscovery).

Varianti: 5.

Soffiato · Pneuma II.

Everyday Endless è un organismo narrativo. Ogni giorno si nutre delle pressioni del mondo reale e le trasforma in racconto. Cosa diventa il fatto dipende dal giorno: il dispositivo cambia forma, il materiale cambia voce, la distanza dal reale cambia profondità.

L'autore ha scritto il dispositivo. Il dispositivo compone il racconto. Il meccanismo è dichiarato e visibile.

Le collane si compongono racconto dopo racconto.

Fascicoli
Venticinque racconti, raccolti per fascicolo. Uno al giorno.
Mappe
Composizioni lunghe a più voci, ognuna costruita intorno a un evento accaduto.
001 · Pesach · in arrivo
002 · Piazzale Medaglie d'Oro 17 · in arrivo
003 · aprile 1945 · in arrivo
Incunabola
Raccolte di racconti di pura invenzione, fuori dal vincolo del fatto.

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