Everyday Endless
un racconto al giorno, per sempre

Il cortile

Lo conoscevamo tutti, alla moschea, e tutti lo chiamavamo Abu Ezz. Il nome sulla carta d’identità era Mansour Kaziha. Aveva settantotto anni. Faceva il custode da quando la moschea era stata costruita, negli anni Ottanta. È la moschea più grande di San Diego, e lui c’era da prima dei muri.

Quarant’anni nello stesso cortile. Quarant’anni a tenere in ordine lo stesso posto. La scopa di saggina la conoscevamo come conoscevamo lui: consumata da un lato solo, perché lui spingeva sempre dallo stesso verso, e una scopa, dopo quarant’anni, prende la forma della mano che la tiene.

Apriva le porte ogni mattina nello stesso ordine. Prima il cancello sulla strada. Poi la porta della sala grande. Poi le aule dei bambini, una per una. Bagnava le piastrelle del cortile prima che venisse il caldo, perché diceva che un cortile bagnato la mattina è un cortile fresco a mezzogiorno. Salutava per nome chi arrivava. Conosceva i nomi dei padri, dei figli, dei figli dei figli.

Una moschea, per chi non la frequenta, è un edificio. Per noi era il cortile di Abu Ezz. Era lui che lo apriva quando il cielo era ancora grigio. Era lui che lo chiudeva quando l’ultimo di noi era uscito. Quarant’anni così. Un uomo che fa la stessa cosa per quarant’anni non la fa più con le mani. La fa con tutto il corpo, senza pensarci, come si respira. Da quel cortile, in quarant’anni, eravamo passati tutti.

Il diciotto di maggio era un lunedì, ed era mattina. I bambini erano nelle aule, alla lezione, con chi insegnava loro. All’ingresso c’era Amin Abdullah, la guardia, cinquantun anni. Nel cortile c’era Abu Ezz, con la scopa, come ogni mattina da quarant’anni. Nadir Awad, cinquantasette anni, quel mattino non era ancora arrivato. Abitava dall’altra parte della strada e veniva a pregare ogni giorno.

Quel lunedì la lezione era cominciata da poco. C’erano bambini piccoli, di quelli che imparano le prime parole. C’erano i più grandi. C’era chi era arrivato in ritardo, e Abu Ezz lo aveva fatto entrare, come faceva sempre, senza rimproverare nessuno.

Poi al cancello sono arrivati due ragazzi. Uno aveva diciotto anni, l’altro diciassette. Avevano le armi. Dopo si è saputo del video che giravano, del foglio che avevano scritto, dell’odio che ci avevano messo dentro. Ma quel mattino, nel cortile, c’erano solo due ragazzi armati, e una porta, e dietro la porta i bambini e chi insegnava loro.

Abu Ezz aveva la sua porta a due passi. Poteva entrare. Poteva entrare e sprangarla dietro di sé. Un uomo di settantotto anni con una scopa, davanti a due ragazzi armati, aveva tutte le ragioni del mondo per mettersi al riparo. Nessuno gliene avrebbe fatto una colpa. Un custode non è una guardia. Un custode tiene pulito, apre e chiude le porte. Nessuna regola gli diceva di restare.

Non entrò.

Restò nel cortile. Amin Abdullah, dall’ingresso, era già andato incontro ai due ragazzi. E dall’altra parte della strada Nadir Awad sentì gli spari. Un uomo che sente gli spari dove prega ogni mattina, e dove insegna sua moglie, non conta i passi. Attraversò la strada, entrò dal cancello, verso il rumore e non lontano da esso. Restarono in tre. Si misero in mezzo, tra il cancello e la porta delle aule. Un custode con la scopa, una guardia, un uomo venuto da fuori. Tre uomini che si fecero lenti, ingombranti, rumorosi. Tre uomini che parlarono ai ragazzi, li chiamarono, occuparono il cortile con i loro corpi e con le loro voci. Ogni secondo che i due ragazzi passavano con loro, nel cortile, era un secondo che non passavano dietro la porta.

Non sappiamo cosa si dissero, i tre, nel cortile. Non sappiamo se si dissero qualcosa. Sappiamo cosa fecero. Restarono. Un secondo dopo l’altro, restarono.

Dietro la porta, nelle aule, il personale teneva i bambini bassi, fermi, in silenzio. I bambini sentivano il cortile. Non lo vedevano. Restarono dove chi insegnava loro li aveva messi.

I due ragazzi non arrivarono mai alle aule. Nel cortile spararono ad Amin Abdullah, a Nadir Awad, a Mansour Kaziha. Poi rivolsero le armi contro sé stessi. Nel cortile, quel mattino, morirono cinque persone. Tre erano i nostri.

Amin Abdullah aveva cinquantun anni. Nadir Awad ne aveva cinquantasette. Mansour Kaziha ne aveva settantotto. Li scriviamo per intero, i nomi, perché un nome scritto per intero è una persona, e tre persone, quel lunedì, sono rimaste nel cortile al posto nostro.

Abu Ezz non vide i bambini uscire. Sono usciti più tardi, uno alla volta, tenuti per mano dagli insegnanti, da quella porta che lui aveva tenuto sgombra. Erano vivi. Sono tutti vivi.

I genitori sono venuti a riprenderli nel pomeriggio. Ogni bambino è tornato a una casa. Ogni casa, quella sera, ha avuto qualcuno da tenere stretto. Tre case, a San Diego, no.

La scopa di saggina restò nel cortile, dove era caduta.

Il mattino dopo qualcuno l’ha raccolta. Una moschea è un posto che qualcuno apre all’alba e tiene pulito, e tre uomini, il diciotto di maggio, sono rimasti nel cortile perché restasse un posto da aprire. Lo facciamo ancora, ogni mattina. Qualcuno prende la scopa di saggina, consumata da un lato solo, e bagna le piastrelle del cortile prima che venga il caldo. Nell’ordine di sempre.

Stati Uniti, California. Il 18 maggio 02026 due giovani armati aprono il fuoco davanti all'Islamic Center of San Diego e uccidono tre persone prima di togliersi la vita: la guardia Amin Abdullah, 51 anni, l'insegnante Nadir Awad, 57, e il custode Mansour Kaziha, 78, da tutti chiamato Abu Ezz, al servizio della moschea da quando fu costruita negli anni Ottanta. I tre rallentano gli aggressori e mettono in salvo i bambini e il personale all'interno. L'attacco è indagato come crimine d'odio. (CNN; Al Jazeera; NPR; TIME, 18-21 maggio 02026.)
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Nota

fatto: Davanti all’Islamic Center of San Diego due giovani armati uccidono tre persone e poi si tolgono la vita: la guardia Amin Abdullah, l’insegnante Nadir Awad e il custode Mansour Kaziha. I tre rallentano gli aggressori e salvano i bambini all’interno. (CNN; NPR; TIME, 18-21 maggio 2026.)

mondo: In una miniera d’oro illegale di Sumatra Occidentale una scarpata di trenta metri crolla sotto la pioggia e seppellisce nove minatori. Nel Mozambico settentrionale quasi centomila persone fuggono in due settimane davanti agli attacchi armati. In Uttar Pradesh tempeste e fulmini uccidono oltre cento persone in due giorni. In Corea del Sud quarantacinquemila lavoratori di Samsung entrano in sciopero.

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Everyday Endless è un organismo narrativo. Ogni giorno si nutre delle pressioni del mondo reale e le trasforma in racconto. Cosa diventa il fatto dipende dal giorno: il dispositivo cambia forma, il materiale cambia voce, la distanza dal reale cambia profondità.

L'autore ha scritto il dispositivo. Il dispositivo compone il racconto. Il meccanismo è dichiarato e visibile.

Le collane si compongono racconto dopo racconto.

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Composizioni lunghe a più voci, ognuna costruita intorno a un evento accaduto.
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Raccolte di racconti di pura invenzione, fuori dal vincolo del fatto.

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