Iryna si svegliò che era ancora notte, una notte spessa come tutte le notti di giugno a Chuhuiv da quando Sasha aveva imparato a dormire nel letto della madre, e si svegliò non perché avesse sentito il primo boato (il primo boato era stato lontano, sopra il fiume Donec, una specie di tonfo sordo che non aveva nemmeno fatto tremare il vetro), ma perché aveva sentito la mano del bambino cercare il polso della madre nel sonno, come faceva ogni volta che il sonno gli si rompeva di un grano, e quel gesto, che durante il giorno avrebbe ignorato come si ignorano tutti i gesti dei bambini che non sanno di farli, durante la notte le entrava sotto la pelle come un avviso, e l’avviso era che bisognava scendere, perché tra il primo boato e il secondo passavano sette minuti, e in sette minuti si scende fino al sotto-scala se si prende il bambino in braccio senza svegliarlo del tutto, e Iryna in nove mesi aveva imparato a farlo come si impara una poesia, sillaba per sillaba.
Le tre famiglie del condominio erano già nei loro angoli, ognuna nel proprio angolo, come si dispongono i bambini durante un compito in classe, e Iryna li riconobbe nell’ordine: i Marchenko sul tappeto persiano che da nove mesi non tornava in casa, i Kozyr con le coperte termiche e il bollitore (non avevano mai capito che il bollitore al sotto-scala era inutile, ma lo portavano lo stesso), la vedova Petrenko col cane Bessmertny che aveva due anni e mezzo e non aveva mai abbaiato una sola volta perché era sordo. Sasha respirò sopra il braccio della madre. Iryna passò il braccio sotto la nuca del bambino e lo posò di lato, con la guancia e un orecchio contro la stoffa del proprio cappotto, e la mano libera la posò aperta, palmo in giù, sull’altro orecchio, come un copricapo morbido che il bambino conosceva da nove mesi, perché era così che i boati arrivavano a Sasha, spenti, passati prima per la lana e poi per il palmo della madre.
Il colpo arrivò alle quattro e diciassette di mattina, lo riseppe poi dal governatore Syniehubov a Telegram, e arrivò sulla palazzina di fronte, quella dei numeri pari, dove al terzo piano abitava la famiglia Hrabovska e al quinto piano abitava Olha Kozyr da sola, e fu allora che Iryna sentì la voce di Olha al piano di sopra del proprio condominio (perché Olha era scesa dal cinque al condominio dei Kozyr durante la notte, come si scende a volte tra cugini, e i Kozyr lo facevano sapere a tutti, ma alla notte degli attacchi i Kozyr scendevano sempre in fretta e non si ricordavano mai chi era rimasto al loro tavolo), e la voce di Olha al piano di sopra chiamava un nome, un nome solo, ripetuto come si ripetono i nomi che non si trovano, Yarik dove sei Yarik dove sei. Sasha si mosse sotto il palmo, girò la testa quel poco che bastava a scoprire un orecchio, e Iryna sentì il petto del bambino allargarsi per prendere il fiato che serve a rispondere a un nome, perché i bambini rispondono ai nomi chiamati nel buio, anche ai nomi degli altri, e in quel mezzo respiro la mano di Iryna scivolò dall’orecchio alla bocca, pochi centimetri di guancia, e si fermò, e tenne. Tenne per quaranta secondi, contati nello stomaco e non sul polso, perché il polso le tremava troppo per contare. La voce di Olha continuò: Yarik dove sei. E agli altri silenzi del sotto-scala (i Marchenko, i Kozyr che non salirono a vedere chi era rimasto al loro tavolo, la vedova Petrenko, il cane sordo) si aggiunse il silenzio premuto di Sasha, che era il silenzio della madre, perché la madre aveva scelto in un secondo di non rispondere a Olha, di non chiamare Olha, di non muoversi verso le scale, di non fare la cosa giusta che fanno i vicini, e di tenere invece la mano dove stava, e di tenerla finché la voce di Olha si fosse fermata, e la voce di Olha si fermò al quarantesimo secondo, perché tutto al mondo si ferma dopo un tempo.
All’alba uscirono dal sotto-scala nell’ordine in cui erano scesi. I Marchenko per primi, i Kozyr (tutti tranne Olha, che era rimasta al piano di sopra dietro la porta chiusa), la vedova Petrenko col cane. Iryna uscì per ultima, Sasha in braccio. Sopra di loro la palazzina di fronte non c’era più: era diventata un’unica massa di cemento e mobili e biancheria, e da quella massa una vicina raccontava già al telefono che Olha non era stata mai mamma, che Olha non aveva nessun figlio chiamato Yarik, e che Yarik era stato suo marito, morto nel ventiquattro al fronte di Bachmut. Iryna chiese a Sasha se aveva sentito qualcosa. Sasha disse di no, di non avere sentito niente, e si toccò la guancia, dove la mano della madre aveva lasciato un’impronta rossa pallida, e disse che era stato il cuscino.
Iryna staccò la mano dalla guancia del bambino con la lentezza con cui si stacca un cerotto da una ferita rimarginata. Sotto, l’impronta era ancora visibile, una piccola luna rossa al lato della bocca, e Iryna pensò che si sarebbe vista per il resto del giorno e che a scuola Sasha avrebbe detto che era il cuscino, e che lei stessa, alla farmacia all’angolo del numero ventisette, avrebbe comprato la crema giusta, e che il marito di Olha si chiamava Yarik.