La strada che entra a Kfar Rumman è chiusa da un lato con due blocchi di cemento, un’auto di traverso. Dall’altro lato c’è il cumulo, alto quanto il primo piano della casa che non c’è più, e sopra il cumulo la polvere non si è ancora posata. La luce arriva bassa da dietro le case.
Nabil Jaber sale in cabina dalla parte del cuneo. Il cuneo è un pezzo di legno sagomato a mano, incastrato nel telaio, tiene il vetro fermo a metà da quando la manovella si è rotta, un anno fa. La polvere entra da lì e si posa sul bracciolo, in uno strato che si vede contro il nero della plastica. Nabil non porta guanti, sul mezzo della Difesa Civile come sul mezzo della cava di ghiaia dei dieci anni prima; appoggia i palmi sui due comandi, li chiude.
Sposta due travi dal bordo, apre un passaggio largo un uomo per quelli che scavano a mano. La benna torna indietro pulita.
La radio sul cruscotto sta a volume basso; una voce dice un nome di strada, un numero, nove, passa ad altro.
Alle sei e venti Nabil ferma il braccio a mezz’aria, gira la chiave. Il motore si spegne. Tira fuori la mano destra dal vetro aperto a metà e alza il palmo verso il cumulo; quindici persone smettono di muoversi nel punto in cui sono. Dalla parte della valle arriva un motore lontano, niente altro. Un uomo con il casco bianco riprende a tirare via calcinacci con la pala prima che Nabil rimetta la mano dentro.
La lastra è il solaio del piano terra, caduto di taglio; appoggia sul cumulo per tre quarti della sua lunghezza. All’angolo verso la strada sta sollevata di un palmo sopra un mucchio di blocchi, e sotto quell’angolo si apre un vuoto che dal bordo si vede nero e di cui non si distingue la fine.
Un uomo del bordo si avvicina alla cabina, dice che i due colpi sono arrivati anche a lui, poco prima. Nabil lo guarda per il tempo che quello impiega a finire la frase. Non risponde, gli mette la mano aperta sul braccio, lo sposta di lato, fuori dalla linea della benna.
Kamal arriva a piedi dalla strada, apre lo sportello della cabina, lo tiene aperto con la mano; parla nella radio, dà l’indirizzo dell’altro sito, una via, un numero civico, un’ora, e mentre lo dice guarda Nabil. «Una macchina sola» dice. «Là non ci arriva nessuno».
Nabil gira la chiave una seconda volta, alza il palmo, il cantiere si ferma come la prima volta. Dal vetro fermo a metà entra insieme tutto quello che c’è fuori: due colpi da sotto la lastra, staccati fra loro di due secondi, la radio che ripete la via, il numero civico. Il rumore è due colpi e i due colpi sono una mano e una mano è qualcuno e qualcuno è vivo sotto la lastra, se è una mano. Dall’altro capo della fila qualcuno comincia a dire qualcosa ad alta voce.
La mano lascia la leva, resta aperta a mezz’aria per il tempo di un respiro, si appoggia sul ginocchio. Nabil apre lo sportello dalla parte del cuneo e scende i tre gradini senza tenersi alla maniglia, l’ultimo tratto lo salta. Le ginocchia entrano nella polvere a un metro dal bordo del cumulo; la polvere arriva al polso.
Comincia dal bordo. Prende un pezzo di solaio largo quanto una porta, lo solleva per lo spigolo, lo posa fuori dalla linea in cui gli altri camminano. Sotto c’è un tondino piegato ad angolo che non passa dritto; lo gira due volte su sé stesso finché l’angolo trova il vuoto, lo tira fuori, lo appoggia sopra il solaio. Le mani nude sulla faccia del calcestruzzo, che a quest’ora è ancora fredda. L’impasto, lo chiama, come in cava.
Si ferma. Mette l’orecchio contro la faccia inclinata della lastra, resta in quella posizione finché qualcuno dietro di lui muove un piede sulla ghiaia. Riprende. Un pezzo, un altro pezzo, dal bordo verso il centro.
Lo sportello della cabina si chiude sopra di lui. Kamal si siede al posto che era suo, avvia, e il braccio si alza vuoto sopra le teste di chi scava. La macchina esce dal cumulo in retromarcia, un cingolo per volta, con il vetro laterale fermo a metà e il cuneo incastrato nel telaio. Sulla strada Kamal abbassa il finestrino dalla propria parte, quella che funziona. «Torno» dice.
Da terra la cabina resta alta sopra il cumulo, con il sedile vuoto e il vetro aperto a metà.
Il motore riparte alle sue spalle. Il cingolo gira sulla ghiaia, prende la strada verso la valle, e il rumore si abbassa finché non c’è più. Da sotto la lastra non arriva niente. Passa il tempo di sgombrare due volte il passaggio sul bordo, arriva un colpo solo, secco, nello stesso punto di prima. Dopo quello non arriva altro; la mattina va avanti senza che nessuno stabilisca se sia l’ultimo.
Dalla radio di un altro mezzo, all’altro capo della strada, una voce dice dodici. Nessuno risponde.
Nabil sta in ginocchio a un metro dall’angolo sollevato; le mani prendono e spostano, il sudore impasta la polvere sulle dita, le dita lasciano il segno scuro sul calcestruzzo. Un uomo si mette alla sua destra, un altro dietro di lui, un terzo più giù. I pezzi passano da una mano all’altra lungo la fila fino al bordo della strada. La luce si alza sopra le case e cambia colore sul cumulo, dal grigio al bianco.
Il cuneo è caduto dal telaio quando la macchina ha preso la strada. Sta sul cumulo in mezzo ai pezzi di calcestruzzo, della misura dei pezzi, dello stesso colore. Una mano lo prende, lo passa alla mano che segue.
fatto: Nelle prime ore di lunedì sette settembre due raid aerei israeliani colpiscono Kfar Rumman, nel distretto di Nabatieh. Uno centra un edificio e vi uccide undici persone, fra cui due bambini e quattro donne; il bilancio riferito è di almeno dodici. La tregua durava da più di due mesi. (The Washington Post, 7 settembre 02026.)
mondo: A Hong Kong il tribunale condanna tre organizzatori delle veglie per Tiananmen: sette anni e tre mesi la pena più grave (NBC News). Il Nepal osserva un giorno di lutto per gli oltre milletrecento morti delle alluvioni himalayane, mentre le Nazioni Unite chiedono cinquanta milioni per ottantaquattromila sopravvissuti (Al Jazeera). A Barletta un operaio di trentaquattro anni cade da nove metri in un oleificio e muore in rianimazione (ANSA).
Varianti: 5.
Lucido · Pneuma II.
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