L’acqua usciva a scatti perché il tambo da duecento litri non si inclina da fermo, e io lo tenevo col ginocchio contro la sponda del pianale e lo spingevo avanti col peso, e l’acqua veniva giù a colpi sulla terra della prima fila, e il fondo del tambo raschiava la lamiera a ogni spinta.
Nel mais entravo a piedi nudi anche quando la terra era asciutta, e le scarpe le lasciavo sulla banchina.
La prima fila è quella attaccata all’asfalto, e l’asfalto del libramiento era a due passi e scottava, e l’aria sopra il catrame si alzava, e il mais dalla parte della strada viene più corto, e quello lo bagnavo a mano con il tambo perché la pompa non arriva fin là, e il colletto della camicia lo tenevo rivoltato all’interno perché il bordo di fuori era finito.
Il pezzo di terra battuta sulla banchina lo tenevo libero, e quella mattina un camion della ditta ci stava di traverso con le ruote nel mio, e aspettai che si spostasse e poi ripassai la terra col piede fino a farla piana.
Il tambo si svuotò a metà fila e la fila la finii col palmo bagnato, e rimisi il tambo sul pianale, e lo legai col fil di ferro.
«Fermiamo la macchina e la strada la lasciamo», dissi a Nicolás e a suo cognato, che volevano portare il pick-up di traverso sulla corsia, e lo dissi piano, e gli altri aspettarono che lo dicessi io, e aggiunsi la frase mia, che chi non c’entra non deve pagare, e loro si misero all’ombra e il pick-up rimase dove era.
Il mio lotto la strada l’ha tagliato in due, e il certificato parcellare dice il terreno intero, con la misura vecchia e nessun taglio dentro, e quello che ci hanno dato è il pagamento per occupazione previa, una cifra per il disturbo, e il decreto di espropriazione non è mai stato perfezionato, e i chilometri della strada dentro l’ejido sono tre, e siamo sedici, e in venticinque anni al km 90 non si è mai rotto niente e nessuno di noi è stato portato via.
Ce l’ho ancora, quel foglio.
Mandai il ragazzo di Nicolás a chiamare l’ingegnere, e l’ingegnere arrivò al ciglio con il casco in mano e disse che lui non firma niente, e del governo federale non venne nessuno, e il pezzo di terra battuta sulla banchina rimase vuoto tutta la mattina.
Il foglio non glielo mostrai, perché il foglio dice intero e la terra dice a metà, e lo portai a piedi lungo il ciglio fino al punto dove il mais finisce e comincia la ghiaia, e gli feci vedere con la mano dove finiva, e lui rimise il casco.
Gli uomini all’ombra non si alzarono, e nessuno disse niente, nemmeno Nicolás.
L’operatore è di Mimila come me, e lo pagano a giornata. Spense il motore e scese dalla macchina, e venne al pianale e mise la mano sopra il tambo e non lo tolse, e con l’altra mano indicò dietro di sé, il mais, il mio, e disse: «Il tambo è tuo, don Emeterio. Chi non c’entra non deve pagare, e io non c’entro.» Disse che il decreto lo devono gli altri e la giornata la perde lui, e sulla giornata aveva ragione.
E la frase era già in bocca, la stessa che avevo detto a Nicolás sotto il pick-up, fermiamo la macchina e la strada la lasciamo, e ne uscirono due parole e la terza la lasciai a metà, e girai intorno al cofano e andai al pianale.
Il fil di ferro era stretto e le mani bagnate non tenevano, e lo sfilai con i denti e lo lasciai cadere sulla lamiera, e il tambo vuoto era alto e leggero e me lo caricai sul fianco, e scesi dalla banchina con il fondo che batteva contro il ginocchio, un colpo a ogni passo.
L’operatore stava in mezzo alla corsia e non si spostò, e io non gli chiesi di spostarsi, e portai il tambo fino a due dita dalle sue scarpe e lo misi in piedi sul catrame, e il fondo di lamiera rimbombò, e il rimbombo andò sotto la macchina e tornò indietro dal guard rail, e dopo non ci fu più nulla, e nel nulla restarono il diesel al minimo e una lamiera che si raffreddava.
Lui disse il mio nome per intero, a voce alta, Emeterio Bautista, come si legge da un elenco, e io non lo guardai e non risposi, e tenni la mano sul bordo del tambo, e dietro di me il motore salì di giri.
Il motore salì di giri e la macchina si mosse e non venne verso la corsia, e girò a destra e scese dalla banchina dalla parte della terra battuta, quella che tenevo libera e che ripassavo col piede quando i camion ci si mettevano di traverso, e il cingolo destro entrò nel mais dalla parte della fila che avevo bagnato la mattina.
Le canne non si spezzarono subito. Si piegarono tutte nello stesso verso, e poi il cingolo passò e si chiusero sotto, e sopra rimase la terra scura dell’acqua del tambo, e la macchina fece venti metri dentro il mais e risalì sull’asfalto oltre il tambo e si fermò con la benna alta, e l’operatore non scese.
Dietro di lui le macchine in coda spensero i motori una dopo l’altra, e un camion dei polli suonò una volta e poi non suonò più, e il ragazzo che stava a bordo della macchina mi chiamò, due volte, e io rimasi dove ero. Nessuno scese dalle macchine.
Il tambo stava in piedi in mezzo alla corsia con l’ombra corta attaccata al fondo, e nel mais, dietro il tambo, c’era il solco largo dei due cingoli, e dentro il solco l’acqua del mattino tornava a galla.
fatto: Al chilometro 90 del libramiento Pitula-San Alejo, in Hidalgo, gli ejidatari di Mimila fermano l’ampliamento dell’autostrada Messico-Tuxpan perché l’indennizzo non è arrivato: sedici proprietari, tre chilometri di strada, venticinque anni senza che il decreto di espropriazione sia mai stato perfezionato. (La Silla Rota, 25 settembre 02026.)
mondo: Il ventuno settembre il tifone Dujuan investe il Giappone orientale e un milione e seicentomila persone ricevono l’ordine di evacuare fra Tokyo, Chiba e Shizuoka (UPI). Nella notte del ventitré, a Roma, un operaio di ventidue anni precipita da dieci metri mentre collega i cavi del nuovo impianto di luci del Colosseo; la procura indaga per omicidio colposo (ANSA). Tra sabato e domenica due sparatorie nelle township di Wedela e Lwandle uccidono ventisette persone (NPR).
Varianti: 5.
Reticello · Pneuma I.
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