un racconto al giorno, per sempre
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Dal sedici di aprile

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Il lunedì e il mercoledì e il venerdì prendevo il pullman delle cinque e venti e scendevo al ponte, e la tessera la tenevo nel palmo già da duecento metri prima, non in borsa, perché in borsa bisogna cercarla e davanti alla fila non si cerca niente, e la tenevo con la faccia in su e il pollice sull’angolo che si è consumato da solo, sempre nello stesso punto.

Il tornello scattava tre volte al minuto, e lo sentivo senza guardare.

Dallo scatto sapevo se davanti c’era una donna con le buste o un uomo con lo zaino, e sapevo quando toccava a me, e passavo, e di là c’era Laredo e c’erano le tre case dove faccio le pulizie, e in una i soldi li lasciano sotto il barattolo dello zucchero e non me li danno in mano, e alle quattro e mezza tornavo indietro con la borsa vuota e gli orecchini in tasca, perché quando lavoro me li tolgo e me li rimetto sul pullman del ritorno, sempre nell’ordine sbagliato.

Dieci anni così.

Poi c’è stata la stanza, e la chiamo così, la stanza, e lui lo chiamo il ragazzo che stava di là, e non è che non mi ricordo come si chiama, è che detta in un altro modo la cosa resta una cosa di casa mia, e a me va bene lo stesso.

Il ragazzo che stava di là è arrivato il sedici di aprile con una maglietta sola e le scarpe rotte sul lato, e la stanza era la stanza di mio figlio che sta a Monterrey e non torna, e c’era la branda con la rete che suona, e ci ho messo sopra il materasso piccolo e una coperta, e lui usciva alle sei e mezza a cercare il lavoro e tornava alle otto di sera e si lavava i piedi nel secchio in cortile e mangiava quello che c’era e il piatto lo lavava sempre, e gli avevo detto ottocento pesos al mese e me ne ha dati trecento a giugno e poi più niente, e non gliel’ho più chiesto.

Quattro mesi e mezzo.

Domenica hanno detto che poteva rientrare, e me l’è venuta a dire la donna della casa accanto la sera prima, sulla porta, senza entrare. La sua avvocata aveva mandato le cartelle dell’ospedale e le dichiarazioni della gente e il certificato di nascita del Colorado, e il governo ha detto di sì, e la causa contro il Dipartimento va avanti lo stesso, e questo me l’ha spiegato lei dopo, sulla rampa, con la cartellina ancora chiusa sotto il braccio.

Io ero andata solo a portargli la borsa che aveva lasciato dietro la porta, perché le cose degli altri in casa mia non ci restano.

Il valico alle undici del mattino ha le barre che scottano. Le conosco dalla parte del palmo, e la vernice verde all’altezza dell’anca non c’è più, mangiata dai fianchi della gente. E la gente passava e le barre giravano e i corpi entravano uno per volta con quel ritmo lì, e io stavo davanti e non dentro, e davanti a quel tornello, senza doverci entrare, in dieci anni non c’ero mai stata.

Gli ho detto che di là c’era l’ombra e che non se ne stesse al sole con la testa scoperta, e che la pensilina la tiene fino a mezzogiorno e poi l’ombra passa dall’altra parte della strada, e queste sono le cose che si dicono a uno quando non sai più come chiamarlo e la borsa ce l’hai ancora tu.

Lui non si è mosso.

«Sei l’unica che c’era.»

Gli ho detto che il pullman passa alle undici e mezza.

Poi mi ha messo la borsa in mano.

Era quella di tela con la cerniera che non chiude, e dentro c’erano due magliette e il caricatore del telefono e la cartellina di plastica con le carte che gli avevano dato di là, e ha fatto un passo indietro con le mani aperte, e non l’ha ripresa, e non l’ha nemmeno più guardata.

«Diglielo tu. Io non ci sono stato, se non lo dici tu.»

L’ombra della pensilina finiva a un palmo dalle mie scarpe. Ho tenuto la borsa con due dita e il braccio allungato nel sole, e lui stava un passo più avanti e non si spostava, e la maniglia scottava già, perché è di quella plastica intrecciata.

Poi sono uscita.

Quattro passi. Il primo mi ha messo la testa nel sole e il secondo le spalle, e al terzo la borsa ha smesso di tirarmi da una parte sola, e al quarto ero sulla rampa.

Il tornello non lo sentivo. Erano duecento metri e c’erano i camion in salita e lo scatto non arrivava fin lì, e per dieci anni quello scatto ha voluto dire una cosa mia, il turno mio nella fila, e lì per la prima volta di quel rumore non mi riguardava niente.

L’avvocata ha alzato la testa dalla cartellina, e le ho detto una frase sola.

«Guerrero milleduecentoquattro, Nuevo Laredo. Dal sedici di aprile.»

Non ho aggiunto altro. Non ho detto quanto e non ho detto perché, e non ho detto che era un bravo ragazzo, perché di quello non so niente.

L’avvocata ha aperto la cartellina e mi ha chiesto come mi chiamo.

Gliel’ho detto piano.

Poi ha parlato quello di là dal vetro, e la voce usciva forte dal buco tondo, perché di là c’è il computer e il numero e la data li deve battere giusti, e le ha chieste spezzate, una alla volta.

«Guerrero milleduecentoquattro?»

Ho detto sì.

«Sedici aprile?»

Ho detto sì un’altra volta e nient’altro. Non c’era vento e alla pensilina si sentiva tutto.

Il ragazzo del tornello ha alzato la testa.

Mi fa passare da dieci anni. Il lunedì e il mercoledì e il venerdì, la tessera nel palmo, il pollice sull’angolo consumato, e non mi ha mai chiesto niente. Adesso sa in che strada sto di casa e da quando ci stava qualcun altro. Come mi chiamo, no.

Sono tornata indietro sotto la pensilina.

La panchina è di metallo e stava al sole da tutta la mattina, e su quelle panchine non mi sono mai seduta, nemmeno all’ombra, nemmeno d’inverno. Mi ci sono seduta. Ho appoggiato le mani sopra, di piatto, e le ho lasciate lì.

Laredo, Texas, Stati Uniti. Brian José Morales García, 25 anni, nato a Denver, deportato ad aprile dopo un controllo stradale nel quale gli agenti non credettero alla sua cittadinanza, rientra domenica 30 agosto e viene consegnato alla sua avvocata al valico; il Dipartimento di Giustizia ha acconsentito al rientro mentre la causa contro il DHS prosegue, 30 agosto 02026 (The Texas Tribune, American Bazaar).
Reticello · II

Nota

fatto: Brian José Morales García, venticinque anni, nato a Denver e deportato ad aprile dopo un controllo stradale in cui gli agenti non credettero alla sua cittadinanza, rientra domenica trenta agosto al valico di Laredo, consegnato alla sua avvocata. La causa contro il Dipartimento prosegue. (The Texas Tribune, 30 agosto 02026.)

mondo: Il trentuno agosto il bilancio delle alluvioni al confine fra Nepal e Cina supera i mille morti e più di quattromilaquattrocento persone restano disperse, fra cui gli operai delle centrali idroelettriche sepolte dal fango (CNN). Lo stesso giorno a Ceuta la polizia spara in aria per disperdere la ressa davanti al tendone dell’accoglienza, dove restano cinquemila migranti e duemilacentosessantotto minori (ANSA). A Pozzuoli, a un mese dal terremoto, gli sfollati sono quattromilasessanta e centocinquantasette rientrano in casa (Cronache della Campania).

Varianti: 5.

Reticello · Pneuma II.

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